Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa
25 maggio 2025 – VI Domenica di Pasqua
At 15,1-2.22-29
Sal 65
Ap 21,10-14.22-23
Gv 14,23-29
Ho sempre pensato che la pace e le preoccupazioni non vanno d’accordo, almeno fino al giorno in cui ho capito che la tranquillità del cuore dev’ essere coltivata proprio a partire dalle preoccupazioni.
Ho imparato nel tempo che la preghiera per il risanamento altrui porta con sé il primo passo per conoscere la propria malattia. Le preoccupazioni riguardo ai fratelli rendono visibili le proprie parti ferite.
Il Salmo 23, tanto caro ai cristiani di tutte le generazioni, fa riferimento in maniera sottile a questa dinamica: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici” (v.5).
I nemici non sono solo esterni, ci sono anche avversari interni, che ostacolano progetti e speranze, appannando la visione della propria vita e di quella di coloro che amiamo.
Spesso occupiamo un posto che mette in evidenza la prospettiva più problematica su eventi e persone; la prospettiva è sempre personale e più frequentemente mette in rilievo quello che percepiamo come ostacolo. Le situazioni quotidiane sono la mensa imbandita cui fa riferimento il salmo. L’invito alla mensa non è per evitarla, cercando una strategia di allontanamento o una via di fuga, ma un invito a portare ciò che si è e a condividere il pasto.
Cosa può aiutare, nelle situazioni più difficili, a resistere ai nostri avversari, senza soccombere ai loro attacchi o affondare sotto i loro colpi? Come restare in piedi nella prova, in una pace che supera ogni comprensione?
Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7).
Un mio amico, qualche giorno fa, ha avuto un infarto; oggi, grazie a Dio, è a casa, sano e salvo, ma tutta la famiglia ha vissuto momenti difficilissimi, mentre lui dice che due gesti lo hanno salvato: chiedere aiuto e affidarsi alla forza della preghiera altrui.
Qualche settimana fa un altro amico mi ha telefonato per dirmi che sua moglie era prossima alla fine, non c’era più nulla da fare, solo pregare.
Lo sconforto che ci pervade accanto ad una persona amata che se ne va, e perfino la rabbia che talvolta afferra di fronte alla sua sofferenza e alla sua morte, possono essere alleviati dall’altrui preghiera e benevolenza. Sperimentare la fraternità dei cuori lascia un segno indelebile, allevia il dolore e dona la forza per andare avanti. La preghiera ha il potere di trasfigurare il volto del mondo; quando forma comunità, non solo diventa balsamo, ma sposta le montagne.
Mantenere salda la speranza durante le turbolenze si può apprendere, la fede è come un muscolo: per svilupparsi ha bisogno di esercizio.
Quanto più si attraversano momenti difficili, tanto più è importante “prendersi la briga” di fermarsi durante la giornata alla presenza del Signore. Se la tempesta interna è troppo forte, io mi fermo anche ogni ora per qualche minuto.
Gesù era anche un uomo e ha certamente sofferto come tale, le Sue parole nel Getsemani lo esprimono chiaramente: “L’anima mia è triste da morire” (Mt 26,38). La risurrezione non gli ha evitato di vedere l’abisso del male davanti a sé e di esserne partecipe, pur nella convinzione che proprio in quel calice era il germe universale del moto della vita.
Il versetto 5 del Salmo 23 esprime bene questa idea: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca”.
Quando ci sediamo di fronte a ciò che ci fa male, di fronte a ciò che ci spaventa, in quello stesso istante, ci viene concessa una benedizione.
Questo, logicamente, non significa che ogni difficoltà viene magicamente risolta o che possiamo evitare di lasciare questo mondo, o che dovremmo essere masochisticamente lieti di attraversare la sofferenza e la morte, ma che nei momenti bui è possibile, attraverso la fede e l’amore, mantenere quella pace di fondo, che tiene accesa la fiamma dei viventi. Come dice il versetto precedente dello stesso salmo: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me” (v. 4).
La pace delle Scritture, “che supera ogni intelligenza” (Fil 4,7), non ha nulla a che vedere con l’aspettativa dello sradicamento di ogni male esterno nel mondo. Al contrario, il cristiano compie un cammino interiore, prendendo in carico la propria condizione di essere umano, prendendo…tutto il pacchetto: beni terreni, godimenti, malanni e sciagure.
Quando camminiamo all’ombra dei nostri guai, dovremmo poter ricordare che oltre le nuvole c’è comunque il sole. La pace trova il suo fondamento nella fede, nella capacità di decentrarsi e considerare che la nostra personale esistenza e la prospettiva del nostro sguardo, con tutte le sue emozioni e preoccupazioni, non intacca la realtà viva e trascendente che ci abita.
La luce è la condizione di fondo, le nuvole sono formazioni destinate a dileguarsi, la luce, del resto, può illuminare solo la materia. La pace, secondo me, deriva dall’accettazione della propria realtà materiale: non siamo noi la luce, possiamo solo esserne illuminati e accogliere la pace del Cristo Risorto.
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