Ricominciare

Non avete nulla da mangiare?

4 maggio 2025 – III Domenica di Pasqua
At 5,27-32.40-41
Sal 29
Ap 5,11-14
Gv 21,1-19

«Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
Gli rispondono: «No».

Inerzia, svogliatezza, voglia di nulla, apatia, mare piatto, come agosto in Pianura Padana quando non tira un alito di vento; aridità, noia, e vuoto, questo il grande drago dell’essere umano, che ha dimenticato qualcosa di essenziale, senza neanche sapere a che proposito.
Senza la necessità di ricorrere al termine “depressione”, penso che tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita, questa sensazione o condizione sentimentale, essere come avvolti in una nuvola plumbea, mezzo addormentati, insoddisfatti, dolenti.
Dice Simon Pietro: “Io vado a pescare”: la reazione salutare di chi è vivo. Come dire che, ogni mattina, l’importante è scendere dal letto, mettere il primo piede per terra e alzarsi per fare ciò che c’è da fare: prepararsi, riordinare le idee e le cose, uscire per strada, andare a lavorare o altrove, camminare. In ogni caso, incontrare altri esseri umani.
La pesca miracolosa non sembra essere un’esperienza quotidiana, eppure Pietro, quello sempre molto umano, piantato con i piedi per terra, rapido all’errore, ancora più rapido nel pentimento, ascolta la richiesta, si muove, agisce, fa quel che c’è da fare, getta la rete una volta di più e all’improvviso diventa testimone del miracolo.
Giovanni riconosce per primo la situazione, probabilmente perché, aperto all’amore senza alcuna resistenza, non si scherma, non si difende: “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!»”. Pietro si fida, allaccia il camiciotto e, come è nel suo stile, si lancia in acqua per raggiungere il Signore.
Hanno pescato centocinquantatre grossi pesci, molto più del necessario, e, tra l’altro, paradosso dei paradossi, c’è già del pesce cotto a riva: pasto abbondante per tutti e otto i presenti, imbandito con quel cibo che c’era fin dall’inizio e con una piccola parte di quello appena pescato. È proprio così che chiede il Signore: “«Portate un pò del pesce che avete preso or ora»”. La mensa, evidentemente, ha sempre bisogno di una partecipazione personale, dell’esserci interamente con quello che si ha, con “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”.

Cosa ne è ora del vuoto e dell’aridità di prima?
I discepoli sono scaldati dal fuoco acceso sulla riva, un fuoco che ricorda quello nel petto dei discepoli di Emmaus quando incontrano il Risorto, lo stesso che si manifesta nella Pentecoste, portando chiarezza nelle teste, oltre che nei cuori.
Possiamo interpretare quei centocinquantatre pesci come l’abbondanza del discorso del Cristo, propriamente inteso come quel lógos che è fin dal principio: una Parola che ci accompagna, rinnovata, da millenni – periodo relativamente breve, rispetto alla storia dell’uomo – una Parola che può cambiare radicalmente il mondo, orientandolo ovunque verso il bene.
Quanto tempo ci vorrà ancora? Dipende “anche” dalla partecipazione personale di ciascuno.
Nel Giubileo della Speranza dovremmo nutrire la speranza che ciascuno possa definitivamente volgersi verso la luce, cessando di causare il male direttamente o recidendo i legami di complicità, anche solo ideologica, col pensiero mortifero.
La complicità ideologica è l’ignavia dantesca, piazzata alle porte dell’inferno, vicino all’Acheronte, dimora di quelli che, girando in tondo, non hanno ancora la forza, la coerenza e il coraggio di dire “no” al disprezzo per la vita e per la verità.

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.” (Ap 3, 15-18).

Mi ricordo che sulla riva arde un fuoco già acceso dal Cristo.

NB: per info sull’immagine di copertina, clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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