Si chinò e si mise a scrivere col dito per terra
6 aprile 2025 – V Domenica di Quaresima
Is 43,16-21
Sal 125
Fil 3,8-14
Gv 8,1-11
Ecco persone che, Bibbia alla mano, e “perché sta scritto nella Bibbia”, sono pronte a mettere a morte una persona a causa del suo peccato. È scritto nella Bibbia e quindi non solo, in questo caso, è permesso farlo, ma perfino necessario. E l’avrebbero fatto!
Ecco l’accusa: adulterio, in flagrante. Intanto, se è flagrante delicto, vuol dire che erano in due. L’altro dov’è? La domanda in genere fa sorridere, non si capisce perché; caso mai dovrebbe far piangere. La Legge mosaica, in caso di adulterio, imponeva la condanna a morte per lapidazione di entrambi, non solo di uno o solo della donna. Quindi, quando gli accusatori chiedono che cosa ne pensi Gesù, il loro scopo non è sapere come debba essere applicata la Legge; vogliono solo vedere come se la caverà Gesù davanti a un quesito così delicato: o, dicendosi d’accordo, legittimerà la condanna a morte, sacrificando la donna, o, esprimendo parere contrario, delegittimerà la Legge. Nè la richiesta sarebbe stata meno provocatoria se avessero portato davanti a Gesù, con la donna, anche l’uomo. La risposta di Gesù sarebbe stata la stessa: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lui (o contro di loro)”. E avrebbe comunque scritto, con il dito, nella polvere.
Visto che nessuna pietra è stata lanciata, nessuno si considerava senza peccato.
Va pure detto che se ci chiedessimo quali fossero stati i loro peccati, o , in genere, quali siano i peccati degli altri, non avremmo risposta, a meno di casi particolari. Sappiamo solo che queste persone, che conoscono la Bibbia come il palmo della loro mano, sono coscienti di non essere stati in grado di osservare tutta la Legge. Sappiamo anche che, ascoltando la risposta di Gesù, rivolta loro pubblicamente, rinunciano alla lapidazione dell’adultera.
Senza dubbio il numeroso pubblico presente non ignorava che, spesso, coloro che si presentano come i custodi della virtù, sono i primi a calpestarla – segretamente o pubblicamente – senza vergogna. Oggi diremmo che questi falsi esempi di virtù sperimentarono un insight, rendendosi conto che, a rigor di logica, avrebbero meritato tutti una condanna chi per un motivo, chi per un altro. In effetti “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”.
C’è, però, una domanda urgente da porsi su questa storia: in realtà quale legge o norma stavano per infrangere coloro che pensavano fosse giusto lapidare l’adultera? E, di conseguenza, cosa rammenta loro la parola di Gesù? Deve trattarsi di un fondamento religioso che sta a monte di tutta l’esistenza, in grado di annullare l’esecuzione della pena prevista. Si badi bene, questo fondamento non cancella la Legge, né la sua infrazione, ma rovescia l’intento punitivo dell’accusatore. Quale può essere questo fondamento?
Ecco una proposta: nel Decalogo (Esodo 20), si legge “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei davanti a me”.
Quando Gesù letteralmente trasforma l’intenzione di coloro che vogliono lapidare l’adultera, mettendosi a scrivere col dito per terra, suscita nelle menti di quegli uomini un lampo di consapevolezza:
- Chi sono io per poter scagliare la prima pietra?
- Quale dio sto onorando?
Forse un versetto biblico permette di uccidere in buona coscienza e impunemente?
In che relazione con Dio si pone chi avanza Bibbia in mano e condanna sulle labbra?
Una morale che giustifichi atti contro la vita non può essere messa in relazione con il Dio che fa uscire dalla terra d’Egitto.
Chi potrebbe mai essere l’accusatore del proprio vicino fino alla condanna a morte per motivi religiosi?
Gesù, con un gesto e un’affermazione, ricorda a quelle persone chi sono e da dove vengono. Voglio insistere su una traduzione-parafrasi del Decalogo: sono io il Signore, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire (passato, presente, futuro) dal paese d’Egitto. In altre parole, siamo salvi ieri, oggi e domani, perché la casa della schiavitù non è il luogo da cui veniamo, ma quello in cui ci troviamo. Tutti sappiamo che l’umanità è schiava di altri dèi, a cominciare da un versetto biblico, quando viene scelto di proposito per arrecare danno al prossimo.
Gesù traccia dei segni per terra, un ricordo della materia di cui è impastato l’uomo, ma anche una eco dell’inizio del decalogo, parola d’amore fondatrice, che talvolta viene calpestata senza maggior riguardo che per la polvere. Questo riguarda tanto gli accusatori quanto gli imputati. I comandamenti rimangono inalterati, non solo per l’adultera ai tempi di Gesù, ma per tutti anche oggi e domani.
La cifra dell’evoluzione morale e di una religiosità coerente è la difesa della vita in tutte le sue forme.
La raccomandazione per la donna è di non peccare più. È stata liberata da una schiavitù che conduce alla morte (l’avrebbero lapidata) ; l’invito di un dio amorevole non può essere diverso. Lei ora è viva e libera, perché vivo e libero è il Dio liberatore. Gli altri, gli accusatori, hanno ancora materia per riflettere.
Per noi lettori e ascoltatori resta la necessità di una grande prudenza nell’accostarsi ai testi biblici, la necessità di munirsi di profonda umiltà e di grande misericordia.
Possano le nostre letture, le nostre riflessioni e le nostre azioni essere illuminate dalla luce che conduce alla vita.
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