Frutti di Canaan

Un padre aveva due figli

30 marzo 2025 – IV Domenica di Quaresima
Gs 5,9.10-12
Sal 33
2Cor 5,17-21
Lc 15,1-3.11-32

Ma chi sono questi due figli? In chi li posso ritrovare?
Avrei degli esempi sotto gli occhi e mi sarebbe anche facile dare un nome all’uno e all’altro, ai conservatori e ai progressisti, ai timorati di Dio e ai libertini, a quelli aggrappati alla famiglia benestante come cozze allo scoglio e a quelli in cerca di libertà dallo svezzamento in poi.

Da dove viene poi questa mania di voler etichettare, catalogare, dividere in due l’umanità e voler fare a tutti i costi la morale a destra e a sinistra?

Mi sono fermato a pensare e mi è venuto un sospetto: non sarà che questi due sono io? Così ho buttato giù un elenco di desideri o stati contraddittori e li trascrivo di seguito.
– Liberarsi dai condizionamenti e cercare vie nuove.
– Necessità di ordine, tradizioni e religione.
– Desiderio di vincere al superenalotto per avere “fortuna” e aiutare chi mi pare ne abbia bisogno.
– Serenità sul fatto di poter avere il necessario per vivere.
– Percezione di essere europeo, italiano, bresciano, naturalizzato romano a prescindere.
– Percezione di vivere da extracomunitario – in generale, non solo per il fatto di lavorare a Roma e pure a Parma, quindici giorni qui e quindici là.

Se questi due figli convivono in me, mi potrei anche chiedere: “Ma chi è mio padre?” E anche, visto che esistono, chi sono i miei fratelli?
Questi ultimi due quesiti mi risultano ancora più imbarazzanti dei precedenti: il Maestro che seguo è troppo grande e ad un certo punto si pose le stesse domande.
Tranquilli! Non ho bevuto, non sono in preda a sostanze allucinogene, non sono in crisi di identità, né religiosa, né tanto meno di identità tout court.

I due figli della parabola rappresentano due forme del pensare, quella di chi guarda al mondo dalla prospettiva dell’ambiente in cui è nato e quella di chi lo guarda anche da prospettive diverse da quella d’origine. Non si tratta di decidere quale sia la migliore, entrambe ci riguardano; il problema si pone quando una delle due viene estremizzata e soppianta l’altra.
Lo scioglimento della questione non sta in un’armonizzazione delle due prospettive, come si è tentati di credere, ma nell’azione del protagonista di tutta la storia: il Padre.
Il Vangelo di questa domenica è un testo “epifanico” di Dio e dell’umano, dell’identità di Dio e dello stato presente dell’umano: contraddittorio, volubile, bambinesco e frignone.
Chi sono i miei fratelli? Questi umani un po’ sul pero e un po’ sul pomo? Un po’ a destra e un po’ a sinistra? Questi che sproloquiano su guerra e pace, vaneggiando e giocando con la vita degli altri? Questi che non possono permettersi la libertà della pienezza della vita, finché non tornano entrambi al banchetto della vita?
Proprio così: questi sono i miei fratelli…
E per di più, inutile anche la sola ipotesi che io possa essere migliore di loro.
C’è solo un’amara constatazione da fare lucidamente: gli uomini, abbandonati a loro stessi, vivrebbero (a stento) come schiavi.
Dove porta, dunque, l’estremizzazione di una delle due forme del pensare?
La prima, quella del primogenito, alla “morte del Padre”; il primogenito ha fatto sempre il suo dovere e non si sente premiato abbastanza dalla vita, si sentirà padrone della propria esistenza solo alla morte del padre, quando erediterà i beni paterni, non si sa esattamente per realizzare cosa.
La seconda, quella del figlio minore, ha una possibilità in più: dopo un tentativo di “uccisione del padre”, allo scopo di liberarsi di una tutela amorosa percepita come limitante, può rendersi conto che tutto il necessario era già dato e non occorreva perderlo per averlo. Questa fortunata seconda possibilità comporta il ritorno alla vita con una prospettiva sull’umano e su Dio destinata ad ampliarsi.

È stato detto che la parabola del figliuol prodigo sostituisce la logica retributiva dell’equivalenza – a ciascuno il suo, secondo ciò che è stato capace di dare – la logica della sovrabbondanza – tutto a tutti. Quest’ultima è la logica del regno di Dio: tutto il bene a tutti: è incomprensibile per l’uomo medio europeo, orientale, occidentale, australe o boreale che sia. Solo un ritorno culturale e spirituale alle proprie radici, illuminato dal dono dell’intelligenza del cuore e dalla capacità di decentrarsi senza considerarsi scioccamente l’ombelico del mondo, può tirare fuori gli esseri umani dal cunicolo cieco in cui vorrebbero cacciarsi.

“In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,20-21).

Ecco il punto: diventare voci e mani della giustizia sovrabbondante e amorosa del Padre di tutti, e non giustizieri in nome di una qualche presunta, fallace primogenitura.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Lascia un commento