Responsabilità

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei?

23 marzo 2025 – III Domenica di Quaresima
Es 3,1-8.13-15
Sal 102
1Cor 10,1-6.10-12
Lc 13,1-9

Quando capita una disgrazia, sia essa causata dalla malvagità degli esseri umani o da un incidente della natura, si cercano le persone direttamente colpevoli dell’accaduto; l’opinione pubblica raramente si occupa o viene informata sulle circostanze e sugli usi, costumi e abitudini di gruppo, che crescono sul terreno dell’irresponsabilità producendo, prevedibilmente, pessimi frutti.
Inoltre, quando qualcosa va storto, cercare la colpa in persone specifiche sembra garantire la coscienza pulita in tutti gli altri: ci si identifica nel ruolo del giudice imparziale, esente da implicazioni personali nei fatti analizzati, perché il colpevole è in ogni caso qualcun altro.

I due eventi strazianti registrati nel vangelo di oggi devono aver lasciato una profonda impressione sugli ascoltatori. Nel primo caso si tratta della strage efferata di persone che compiono riti religiosi all’interno del tempio; nel secondo, del crollo di una torre che ha causato la morte di diciotto persone. Accaduti nelle vicinanze, questi due episodi devono, suppongo, aver provocato discussioni – come sarebbe successo anche oggi – attorno alle questioni del male e della colpa.
Al tempo dei fatti narrati la coscienza popolare viveva la sofferenza e il male come l’effetto punitivo di una colpa commessa. La morte violenta e la morte accidentale potevano egualmente essere considerate una punizione divina.
Gesù suggerisce un’altra spiegazione, mettendo in primo piano la responsabilità personale dell’osservatore. Lo spunto di riflessione per tutti noi consiste nel rendersi conto che la morte violenta di un gruppo di zeloti e la morte accidentale di un gruppo di persone non può essere considerata una punizione per i peccati commessi, perché i peccati degli uni e degli altri certamente non potevano essere peggiori di quelli commessi da tutti gli altri ancora vivi.
In buona sostanza è come se Gesù affermasse: volete a tutti i costi trovare i colpevoli? E se invece iniziaste col fare voi il vostro esame di coscienza?

L’evoluzione della Bibbia, nel suo insieme, porta a rinunciare all’idea di un Dio punitore, autore delle catastrofi che colpiscono gli uomini. L’antica logica popolare, compiendo un passaggio errato, sposta il problema della colpa dall’uomo a Dio. Mentre è vero che il peccato (la volontà di dominio, la crudeltà, l’avidità, ecc.) provoca il caos, non se ne può logicamente dedurre che Dio provoca il caos per poter punire i peccatori.
Per esempio, se in qualche parte del mondo i funzionari e gli eletti dilapidano i beni pubblici e la mafia organizza le sue faide, nessuno può ergersi a giudice, lavandosene le mani, ci dev’essere qualcuno che ha eletto e qualcuno che approva: sono i frutti che crescono sul terreno dell’irresponsabilità.

È dunque abbastanza inutile, oltre che pernicioso, sentirsi puniti da Dio; è come se rifiutassimo la responsabilità di essere vivi, solo perché non lo saremo per sempre e nelle migliori condizioni a noi note. Capisco che è un argomento duro. Ma né la strage degli zeloti da parte dei soldati di Pilato, né la caduta della torre di Siloe, né la morte di Gesù sulla croce furono punizioni di Dio. Tutti e tre gli eventi, di cui l’ultimo racchiude in sé la sofferenza di ogni carne che ne costituisce il corpo (il Corpo di Cristo, appunto) sono il risultato della malvagità e dell’ignoranza degli uomini.
La Parola di Gesù, come nel caso del giudizio sull’adultera, rimanda la questione della sofferenza e della colpa – inevitabilmente – alla coscienza dei singoli, di ogni singolo. Prima di cercare la colpa nel prossimo, è meglio guardare alle proprie responsabilità: “Togli la trave dal tuo occhio e vedrai meglio la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo!” (Lc 6,42).
Per Cristo, tutti, e ciascuno nel proprio contesto, abbiamo bisogno di conversione e ognuno di noi è come il fico del Vangelo di oggi; portiamo pochi frutti e abbiamo bisogno della pazienza e della misericordia di Dio. Tuttavia, non dobbiamo abusare della pazienza di Dio e rimandare sempre la nostra capacità di portare frutto. Dio è paziente, ma noi non siamo immortali e un giorno questo nostro tempo finirà. La parabola del fico non ha una conclusione. Non sappiamo cosa sia successo a quell’albero. È lo stesso per noi; il futuro è aperto, e quello che succederà dipenderà anche da noi e dalla forza del nostro amore per la vita, la vita di tutti, non solo la nostra personale esistenza.

Stiamo vivendo un tempo che ci costringe ad un viaggio interiore, a rivedere i fondamenti e i frammenti del passato, che ci fanno sperare.
Cosa è essenziale nella mia vita? Chi sono le persone che contano davvero per me? Chi sono io, nel mio oggi, qui e ora? Quali sono i punti di forza su cui faccio affidamento per vivere e per guardare al futuro? Cosa mi permette di immaginare un domani di speranza? Come posso contribuire a veder nascere quel mondo nuovo, dove la felice sobrietà e la libertà saranno uno stile di vita condiviso dal maggior numero di persone possibile? Trovare risposte a queste domande è il compito della cristianità nel mondo di oggi.
Il Vangelo può aiutare a disintossicarci da stili di vita inquinati o avvelenati, induce ad approfittare del tempo a nostra disposizione per accorgerci della presenza di Dio nella nostra vita che trasforma il nostro sguardo, rendendolo atto a scorgere, anche in se stessi, i primi boccioli di un mondo nuovo, diverso, migliore dell’attuale, possibile, anzi certo…
La Quaresima è il tempo delle tentazioni, ma è anche il tempo per disarmare il diavolo, è anche il tempo della scoperta del mondo come casa di Dio e dimora degli uomini e delle donne di ogni nazione.

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Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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