Lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo
24 marzo 2024 – Domenica delle Palme
Prima Lettura: Is 50,4-7
Seconda Lettura: Fil 2,6-11
Vangelo: Mc 14,1-15,47
Mi vorrei soffermare su “un certo giovane” (nel testo in greco antico: νεανίσκος τις – nenanískos tis) vestito di un semplice lenzuolo e che si ritrova in fuga, nella forma più semplice, cioè nudo (Mc 14,50-52).
Per salvare la pelle fugge nudo, perde il suo lenzuolo, forse simbolo delle sue certezze.
Il giovane è in pericolo, potrebbe essere questa la situazione di ciascuno di noi durante un tafferuglio.
Se ci è capitato in sogno (o nella realtà) di dover scappare davanti alle forze dell’ordine che ci incalzano, potremmo aver provato la stessa sensazione di questo “certo giovane”.
Mi domando: perché questo giovane è rimasto più a lungo degli altri davanti alla cattura di Gesù? Era un passante qualsiasi, testimone curioso, ma non coinvolto nel dramma che si stava svolgendo? Non credo, mi sembra poco credibile che uno esca di casa per vedere che succede, di notte, nell’orto degli ulivi… d’altronde ma non viene descritto come discepolo, né traditore, né soldato, né romano, né ebreo, non ha caratteristiche specifiche oltre quella di essere vestito solo di un lenzuolo, altro elemento particolarissimo. Non credo che i ragazzi allora girassero per Gerusalemme vestiti solo di un lenzuolo.
Questo giovane sembra quasi appartenere a un “fuori campo” che in qualche modo determina la comprensione del contesto generale.
Io lo penso coinvolto fino al collo nella storia che sta vivendo, tanto da uscire di casa, magari eludendo la sorveglianza di qualche adulto di riferimento, fino a ritrovarsi in una situazione pericolosa e dover fuggire nudo, perché le guardie gli hanno strappato il vestito nell’intento di catturarlo. Ad ogni modo è uno che rischia per essere partecipe di quel che sta avvenendo.
Quel giovane, nel profondo di sé, potrebbe aver sentito il desiderio di andare fino in fondo nella comprensione, forse anche oltre i discepoli, che nel frattempo si erano già dileguati, sapendo di rischiare la cattura.
Una motivazione a noi ignota, gli ha fatto rischiare di rimanere sul luogo dell’arresto un po’ troppo oltre e si è trovato nella condizione di dover abbandonare l’unica cosa che aveva in quel momento, il lenzuolo come vestito.
Questo lenzuolo potrebbe essere simbolo di ciò che talvolta gli altri vedono di noi, anche da un “fuori campo”: un ragazzo nudo, povero nel senso integrale del termine. Mi viene in mente la scelta di S. Francesco d’Assisi di spogliarsi di tutto, ma mentre San Francesco lo fece volontariamente, questo giovane potrebbe essersi ritrovato “nudo” per aver seguito Gesù fino all’orto degli ulivi.
Da quella situazione è più difficile rifarsi un vestito, perché tutte le illusioni sono cadute.
Il lenzuolo delle nostre poche, inarticolate e aleatorie certezze identitarie è rimasto sul ciglio del sentiero, o meglio, nel caso del nostro giovane, tra le dita del soldato che voleva catturarlo.
E se quello stesso lenzuolo non fosse andato perso? Altrove ho già scritto di una mia suggestione: se fosse lo stesso col quale Giuseppe di Arimatea ha avvolto il corpo di Gesù dopo la deposizione.
“Síndon”, infatti, è il termine in greco per “lenzuolo”, e la misericordia di Giuseppe di Arimatea trasforma quel pezzo di stoffa nella pietosa copertura del corpo di Dio crocifisso. Attraverso quel semplice taglio di tessuto viene umanamente restituita al corpo di Cristo la dignità, per renderlo guardabile, accettabile, perfino venerabile, perché la nudità in questa materia è insopportabile allo sguardo.
Mi piace immaginare Giuseppe d’Arimatea che acquista (Mc 15,46) il lenzuolo del giovane dai soldati e paga di tasca propria le certezze abbandonate di un altro e copre le spoglie del Nazareno; qui il denaro diventa altro rispetto a ciò che ordinariamente ne pensiamo e permette il perpetuarsi nella storia di un’illusione che alberga nel cuore di ogni uomo, fungendo da sottile protezione davanti al Dio crocifisso: possiamo non esserne totalmente sconvolti.
Se c’è un corpo morto da ungere e da riporre in una tomba, possiamo mantenere la nostra semplice protezione, avvolti in qualche certezza di tipo religioso, culturale, filosofico, morale, che ci consente di dare un significato “accettabile” all’unica cosa certa: il corpo che muore.
Giuseppe d’Arimatea compra questo semplice lenzuolo, perché anche lui non sopporta la vista del Gesù morto e pietosamente ne ricopre il corpo.
Se non lo avesse fatto saremmo completamente impotenti davanti alle due estreme vulnerabilità della vita: la morte e la nascita. Tutti noi dobbiamo affrontare la nudità del nascere e del morire, perché non è possibile vivere fuori dal vestito.
Il giovane ora non è più qui ad accompagnarci, casomai è altrove, forse, come alcuni tramandano, si trattava proprio di chi ha scritto il vangelo di oggi, di Marco.
Forse è lo stesso che ritroviamo, vestito di una veste bianca, nel sepolcro vuoto, che dice alle donne “Non abbiate paura…” (cfr Mc 16,5-7).
Non è “fuori” dal sepolcro, come le donne, ma dentro, nel profondo della caverna oscura che per noi è mistero assoluto, per testimoniare di un’assenza: quella del corpo morto e della sua copertura. Gesù, il Signore, non è più lì.
Il giovane seduto sulla destra, rivestito di una veste bianca, è simbolo di una novità anch’essa assoluta: la vita del Risorto, non oscurabile dalla morte e tantomeno dal peccato: la stessa donata a noi tutti, di cui è segno la veste battesimale, a memoria futura della nostra risurrezione in Cristo come figli di Dio.
Sì, perché c’è in tutto questo un di più che ci sfugge in continuazione: il di più della redenzione.
Il Cristo non è in una tomba, è vivo e ci precede in tutti i luoghi che attraversiamo: è già lì ad attenderci in Galilea, cioè nella nostra vita quotidiana, qui sulla terra. Ovunque, il Cristo ci precede per a tenderci la mano nel momento della tempesta e del dubbio (Mt 14,31).
Questo frangente è segno della necessità di ricominciare da capo, in maniera del tutto nuova.
Quindi non come prima, perché se abbiamo seguito l’avventura del giovane, siamo anche passati nudi, ma indenni attraverso la croce, spogliati dei nostri abiti di scena, vuoti di qualsiasi certezza e siamo rimasti con la “sola” veste battesimale. Possiamo cominciare a vivere la nostra risurrezione in Cristo, che ci farà vedere e percorrere in modo nuovo la via, accompagnati e “semplicemente” amati per quello che siamo ora.
Come stiamo vivendo ora?
Siamo in Galilea, o fermi da qualche parte, avvolti nel lenzuolo delle nostre “certezze”?
Sopportiamo la visione del corpo del Cristo crocifisso e deposto, ma svuotata e purificata da tutte le immagini che abbiamo in proposito? Giuseppe d’Arimatea forse ha “aiutato” anche noi a ricoprire pietosamente la nostra persona e il nostro sguardo perché non sopportiamo ciò che eravamo, né la nostra personale incapacità di guardare con giustizia ai corpi, morti e innocenti, delle carestie, delle guerre, dei naufragi. I corpi morti concreti di questo mondo disastrato appaiono nelle immagini televisive spesso coperti da un lenzuolo, che non è affatto dissimile da quello che ottunde la nostra prospettiva etica.
Torniamo un’ultima volta al giovane del lenzuolo: in fondo, è come se fosse già morto quando Gesù è stato arrestato. Prefigura la sorte di Gesù: messo a nudo. Come Lazzaro è una visione di ciò che sta per accadere, un segno del prima e del dopo la Passione. Prima è la fuga nudi lontano dalla verità, dopo è l’inizio della vita da risorti. È quello che siamo e quello che saremo, a cominciare da ora.
Quando incontreremo chi ha sulle labbra soltanto l’infinita litania dei disastri, gli occhi fissati su un cielo chiuso e una terra deserta, le ginocchia piegate sotto la tempesta delle illusioni perdute, e quando incontreremo persone vinte dal freddo dentro, siamo invitati a tendere loro la mano, ad annunciare la Parola che rompe l’ovvio, che dona un’altra versione possibile dell’umano, che attesta una promessa custodita anche nell’inverno del cuore, ma soprattutto annuncia la luce che attende di nascere proprio sul terreno della nostra riconosciuta nudità.
NB: per leggere L’inganno e la pietra, riflessione del 28 marzo 2021, clicca qui
NB: per leggere di seguito su questo sito le tre riflessioni scritte nel 2018, che riguardano “un certo giovane” (cfr Mc 14,50-52) clicca qui