Nascere di nuovo

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

10 marzo 2024 – Quarta Domenica di Quaresima

Prima Lettura: 2Cr 36,14-16.19-23
Seconda Lettura: Ef 2,4-10
Vangelo: Gv 3,14-21

“Nessuno, se non è nato di nuovo, può entrare nel Regno di Dio”, dice Gesù a Nicodemo qualche versetto prima.
C’è luce che filtra da queste parole, la stessa che emana dall’immagine lucana del panorama che si apre davanti allo sguardo delle donne sulle tre croci al venerdì santo.
Lì, sul calvario, il Dio-Uomo si rivela all’umanità e strappa il velo che l’uomo ha accettato calasse sui propri occhi. La vita è in questo mondo e in questo mondo viene quotidianamente crocifissa: guardate al Figlio dell’Uomo innalzato come lo fu il serpente di bronzo da Mosè e comprenderete, guarirete dalla follia della morte: un atto di fede assoluta, una rinascita, anzi una risurrezione.
C’è bisogno di un tempo, fuori dal desiderio di uccidere Cronos, di divorare i giorni, le ore, i minuti, i secondi che abbiamo a disposizione, nell’angoscia che finiscano senza esserci appropriati di nulla, neanche delle nostre ceneri; abbiamo bisogno di accedere al tempo senza ritmi dove tutto sta accadendo, dove continuiamo ad essere presenti, malgrado noi.
In effetti, sembra che si giri sempre in tondo in questo deserto, tra il Cairo e Gerusalemme: passando per la strada indicata da Google Maps sono 164 ore a piedi e in linea d’aria non si arriva neanche a 500 chilometri – meno di 500 chilometri di deserto che durano quarant’anni… Come se partissi a piedi domattina per Brescia e arrivassi quando ho 102 anni… improponibile, devo convertirmi prima e capire che Roma non è il luogo di schiavitù… malgrado la confusione… comunque il chilometraggio è lo stesso.
Quante quaresime per formare un popolo? Per altro già formato e già salvato a priori!
Quante Quaresime a rimpiangere il pane e cipolla degustato in Egitto quando eravamo schiavi? Quanto ci vorrà per aprire gli occhi?
“È davvero buono questo Dio che ci ha liberati?”
“Sei proprio sicuro di quello che dici?”
“Come fai?”
“Mi ama?”
“È con me?”
“È con noi?”
“Chi è ‘noi’?”
E dal dubbio alla rivolta, c’è solo un passo… è chiaro.
Basta l’influenza di pochi leader, anche completamente ignoranti. E la rivolta genera la repressione: escono i manganelli. Un fallimento, dice il Capo dello Stato, altro che autorevolezza!
Sono i serpenti che invadono il campo e il cui morso è mortale, non vi siete accorti! Ci è stato ripetuto per secoli, “a memoria la conosciamo la Legge di Dio”, come cantava De André.
Mi scuso per la digressione politica, ma il discorso è sempre lo stesso: tutti gridano all’intervento risolutivo verso qualcuno che potrebbe intervenire con autorevolezza (autoritariamente?)
Tutti fanno rimostranze: come gli israeliti che chiedevano a Mosè di risolvere la questione incresciosissima dei serpenti e dei loro morsi.
“Fondi un serpente nel bronzo, mettilo in cima a un palo. Chi sarà morso dai serpenti dovrà solo guardare il serpente di bronzo e sarà salvato.”
È stato fatto: è ora di guardare il Figlio dell’Uomo innalzato e accorgersi, che la storia si ripete nel tempo, nel nostro tempo cronologico.
Che anche i discendenti di Isacco e Rebecca se ne facciano una ragione…
Guardate al figlio dell’uomo, crocifisso da innocente, giustiziato come un criminale, risorto nel Signore per la salvezza di tutti.
Gesù riprende con Nicodemo l’immagine del serpente di bronzo per esprimere il senso della sua missione: il creatore “si consegna” al mondo per manifestare il suo amore, e lo fa facendosi come il serpente di bronzo, quando Gesù, innalzato su un palo di legno, darà la sua vita. Basterà guardare verso il crocifisso per essere sicuri della salvezza.
Il serpente del deserto è sia un’immagine di morte che un segno di vita, perché ci ricorda il serpente delle origini, che introduce il dubbio nella mente dell’uomo “Ma Dio ci ama davvero?” L’uomo e la donna che hanno tutto per essere felici in mezzo al cosmo di cui sono i gestori si dicono un giorno: “Non è possibile! Dio non è così buono! È un Dio perverso, non vuole la nostra felicità, è geloso della nostra libertà”. Il dubbio si insinua nelle loro menti, e, come dicevo, dal dubbio alla rivolta c’è solo un passo.
In questo serpente archetipico evocato da Gesù c’è un patrimonio di senso sufficiente a spiegare ogni piega dell’animo umano, ogni evento, ogni intervento del “soprannaturale”, che non cessa di essere nel tempo e fuori del tempo.
Se Dio è amore, credere vuol dire amare.

NB: per leggere la riflessione del 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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