Stava con le fiere e gli angeli lo servivano
18 febbraio 2024 – I Domenica di Quaresima
Prima Lettura: Gn 9,8-15
Seconda Lettura: 1Pt 3,18-22
Vangelo: Mc 1,12-15,
In genere apprezziamo così tanto la nostra libertà, da mal sopportare le indicazioni che provengono da un’autorità, sia essa lo Stato, la Chiesa o anche un datore di lavoro, un capo di qualcosa… Ma vale anche per i giovani nei confronti delle loro figure di riferimento: genitori, insegnanti, formatori. L’autorità dovrebbe, d’altra parte, essere credibile e usiamo anche due aggettivi diversi per distinguere l’implicita rispettabilità di un’autorità: si può essere autoritari o autorevoli.
In ogni caso è la reazione alla sollecitazione che conta e una certa continuità nel chiedersi cosa ci ha spinto a parlare o ad agire in un certo modo, unita a quel tanto quanto basta di mente lucida per sospendere il giudizio verso se stessi e gli altri per un breve lasso di tempo; questo atteggiamento consente spesso di scoprire qualcosa di utile.
Certamente l’esempio del Nazareno, spinto dallo Spirito nel deserto subito dopo essere stato riconosciuto figlio prediletto da quello stesso Spirito, predicatore del “porgi l’altra guancia”, obbediente alla volontà del Padre senza alcuna ribellione fino alla crocifissione, dà da pensare.
Dev’esserci un passo in più in questo percorso che sfugge completamente all’ordinarietà delle reazioni automatiche e che in qualche modo anche un “normale” essere umano potrebbe compiere.
Ciò che spinge a parlare e ad agire non è sempre il vento della nostra personale vocazione, e forse proprio perché non sappiamo da dove questa venga, né dove vada. Anche il Nazareno, come ogni uomo e ogni donna, viene spinto nel deserto, si ritrova a fronteggiare le provocazioni di una perfida autorità, che tenta di farlo letteralmente “cadere”; ha insomma a che fare con la malafede più turpe, di cui non è difficile scorgere la presenza anche nel nostro mondo.
Matteo e Luca entrano nel dettaglio delle tentazioni, Marco invece le riassume in una sola, forse perché è la specifica lotta che il Nazareno dovrà affrontare per tutta la durata della sua esistenza terrena. Marco, tra l’altro, non scrive mai che Gesù lascia il deserto, forse perché quel deserto è appunto una condizione con cui fare i conti tutta la vita. Anche il Figlio di Dio avrebbe vissuto, risolutamente e totalmente, ai bordi del baratro in cui ogni uomo potrebbe cadere?
Credo di sì, perché dev’essere proprio questa la lotta del Verbo quando sceglie deliberatamente di farsi uomo per riscattare l’uomo.
Inizialmente vuol dire riabilitazione dei malati, degli infermi, di tutti gli impuri, reintrodotti, nonostante la Legge, nella cerchia dei vivi. Diventa poi perfino lotta contro i “giusti” che si sostituiscono a Dio per potersi permettere di dividere gli esseri umani tra eletti e dannati. Forse ancora più duro dev’essere guardare a coloro che non intendono riconoscere Dio in un volto umano, ovvero lo scopo ultimo, la battaglia decisiva: mostrare Dio presente nell’umano.
Occorre ricordare però che tutti gli schiavi dei propri demoni, tutti i dannati della terra, tutti, proprio tutti, possono ascoltare il grido del Cristo, quello che nasce nel deserto, sprofonda risolutamente e definitivamente nella condizione umana fino a poco prima di morire in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Il desiderio di un’autorità inconfutabile, capace di risparmiare la fragilità e la lotta a favore della vita, somiglia troppo a quel tipo di desiderio che gli uomini confusamente immaginano di soddisfare, diventando schiavi del potere, del successo, del danaro.
Ma l’ordine del mondo è cambiato. E la lotta continua, perché il nemico è ovunque il sogno di essere onnipotenti, invincibili, autosufficienti, mentre è sempre possibile abitare il limite della nostra condizione umana, comprendendone l’invito alla fratellanza, alla responsabilità, alla fiducia e, perché no, anche al coraggio.
Riflessione del 1° febbraio 202.1
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