26 novembre 2023 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Cristo Re
Seconda Lettura: 1Cor 15,20-26.28
Vangelo: Mt 25,31-46
Non posso fare a meno di ripensare alle celebrazioni a distanza e alle opinioni sul diritto di accedere all’Eucaristia: cosa troviamo ancora dentro tutta questa abbondanza di celebrazioni via web? Molte idee. Per me emerge per prima la consapevolezza, se non di un’ingiustizia, almeno di un’incongruenza. Contrariamente a quanto abbiamo sperimentato durante il primo confinamento a causa del Covid (e ce lo ricordiamo tutti), ora le chiese sono aperte (e, in parte, l’abbiamo dimenticato).
Chiamati a celebrare l’eucaristia, ovvero convocati e radunati affinché il lievito della Parola di giustizia penetri nella pasta dell’ethos quotidiano per alcuni – per me senz’altro – è difficile capire cosa motivi ancora l’on-line delle messe e delle adorazioni eucaristiche. La virulenza di una qualche ennesima ondata? Il secolarismo? Non mi convince. E se il motivo fosse da cercare altrove?
Non dimentico gli sforzi di ingegnosità fatti per giustificare la “comunione di desiderio”.
Cosa ne dedurrebbe un osservatore ingenuo, o anche uno cosiddetto secolarizzato, se non che, in fondo in fondo, i cattolici si accontentano del desiderio, quando la realizzazione pratica del medesimo si fa difficile? Cosa ne dedurrebbe, notando che il “Pane del Cielo” sta perdendo la sua relazione con il “pane quotidiano” e dunque l’eucaristia la sua connotazione di nutrimento?
Dimenticando l’aspetto “corporeo” dell’ingiunzione di “mangiare”, contenuta nel memoriale dell’ultima cena – “fate questo in memoria di me” – si svela emblematicamente un certo deficit… di tipo calcedoniano nella nostra percezione dell’incarnazione.
Dovrebbe almeno sorprenderci la constatazione dell’essere rimasti intrappolati nel nostro discorso. Come possiamo rendere credibile il nostro desiderio di mangiare il Pane del Cielo? Forse ripartendo dalla consapevolezza della nostra essenziale precarietà e della sua fenomenicità: la fame. Resta inalterato il nostro paradosso esistenziale: ci nutriamo dell’Eucaristia non per soddisfare la nostra fame, ma per aumentarla, senza fine.
Noi, con la celebrazione eucaristica, alimentiamo la nostra precarietà, fino alla fine del nostro tempo.
“Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono. (1 Cor 1, 26-28).
Quello che “facciamo”, ogni gesto, nella celebrazione, è quello che siamo: esseri due volte “precari”: la prima perché dobbiamo tutto alla grazia di Dio, la seconda perché solo attraverso la preghiera diventiamo consapevoli di chi siamo: inevitabilmente nudi e insieme colmati dalla grazia dell’incontro con il Cristo. Il nostro essere “nulla” e il Suo essere tutto quello che è.
La celebrazione rimanda alla nostra condizione terrena, dobbiamo prendere Paolo alla lettera: siamo “precari” cioè un “non-essere”, individualmente il cristiano non fa numero, non conta con “l’essere” e non conta con il mondo. Da qui la sua precarietà, il suo sradicamento, che costituisce la sua condizione esistenziale primaria. Da qui la complessità del rapporto con il mondo e anche con le “autorità”.
Il senso di questa precarietà ci deriva dal battesimo: Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Il battesimo è modellato sulla celebrazione eucaristica. Il Battesimo e l’Eucaristia designano la stessa cosa, un soggetto: Cristo come comunità nella sua morte e risurrezione. Poiché battezzati – dice San Paolo – “vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1); vale a dire: “dis-pariamo”, per apparire “diversamente” ai nostri occhi e a quelli del mondo. Non attivisti che rivendicano diritti, ma “neonati” sempre minacciati di perdere coscienza della loro esistenza paradossale: un essere – nulla, che è l’altro nome dell’amore.
Precari.
Radicalmente.
Non famosi, ma affamati di ricevere e dare quel pane che chiamiamo amore per il prossimo.
È questo tipo di fame, che alimenta le nostre militanze?
In questa prospettiva l’Eucaristia recupera la sua connotazione di nutrimento, senza perdere il suo carattere di sacramento, perché in Cristo siamo morti e ritornati alla vita; la vita cristiana è un “morire” e un “risorgere” permanente; per questo, mangiamo il “Pane del Cielo”, durante il memoriale dell’ultima cena. È il Cristo stesso che si dà a noi, si fa pane, sempre dicendo a coloro che condividono il pane, così come li invitava a fare nei Vangeli dopo le guarigioni o le apparizioni di vita: “Date loro voi stessi da mangiare…” (Mt 14,16) e “Non avete nulla da mangiare?” (Gv 21,4).
Il bisogno dell’Eucaristia non deriva dalla devozione o dalla pietà; si basa su ciò che fa di noi il battesimo: persone precarie, destinate alla resurrezione. Barcolliamo nel nostro cammino, sempre fragili dopo il nostro risveglio, ma sempre convocati e radunati intorno alla Parola: “Date loro voi stessi da mangiare”.
Se avessimo mantenuto un po’ più viva la consapevolezza dell’Eucaristia come cibo, come cibo autentico, forse offriremmo meno presa agli impedimenti che incontriamo oggi a partecipare alla liturgia della messa, al memoriale dell’ultima cena.
La diserzione dalle messe è forse la conseguenza di un culto diventato caricatura, perché basato su una fede superficiale.
Accogliamo quindi il digiuno totale o parziale di comunione come un’opportunità per recuperare la consapevolezza che all’inizio della nostra esistenza terrena, e prima dell’incontro con il Cristo, c’era la nostra fame di neonati, come quella che i poveri e le vittime di guerra di tutto il mondo provano ancora.
Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Cosa può voler dire celebrare il Cristo Re dell’universo, se non riconoscerci tutti con gli stessi bisogni e dunque fare ovunque e reciprocamente il possibile perché ciascuno abbia cibo, acqua, accoglienza, tepore, cure, rimanendo libero di considerarsi e sentirsi un figlio di Dio, fratello in Cristo, ovunque si trovi?
Se abbiamo fede nel Cristo Re dell’universo, dobbiamo anche sapere di essere tutti viandanti precari, e tutti destinati fin da principio alla pienezza della vita.
Accogliere l’Eucaristia è ciò che ce lo rende sempre presente e attuale alla mente e al cuore.
NB: per leggere la riflessione del 22 novembre 2020 clicca qui