Non agite secondo le loro opere
5 novembre 2023 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 23,1-12
Seconda Lettura: 1 Ts 2,7-9.13
I capitoli da 21 a 25 del Vangelo di Matteo possono essere letti come il primo atto di una tragedia. che inizia al capitolo 21, quando Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme, e termina con il capitolo 26, quando uno dei suoi discepoli – Giuda l’Iscariota – prende la decisione, dietro compenso in danaro contante, di fornire indicazioni utili a scribi e farisei per far arrestare il Nazareno. (Cfr Lc 22,1-6).
A questo punto del vangelo di Matteo, chi sperava di far cadere Gesù pubblicamente su temi dottrinali, è ormai destabilizzato e smascherato. Quindi, scribi e farisei, avendo perso la battaglia sul piano delle parole e non potendo trattare con Gesù, decidono di eliminarlo per altra via, cioè pagando Giuda come informatore, per conoscere il tempo e il luogo più opportuno per far arrestare il Nazareno. La cosa, infatti implica il rischio concreto che seguaci e discepoli reagiscano e creino disordini, incrinando i rapporti di “collaborazione” tra autorità locale e governo di Roma.
Per il momento, comunque, a questo punto della vicenda, le autorità locali sono impotenti. I mercanti del tempio, i sommi sacerdoti, gli anziani del popolo, gli erodiani, i sadducei, gli scribi e i farisei tacciono. Gesù sta parlando; non tiene un discorso fiorito ed elegante da retore consumato , predica il Suo Vangelo. Men che meno aizza il popolo alla rivolta; predica il Suo Vangelo.
Non distrugge gli avversari, anzi, riconosce loro perfino un compito specifico: tramandare la Scrittura. Solo, dice, non bisogna agire come loro agiscono, cioè caricando gli altri di pesanti fardelli, senza spostarne neanche uno; in altre parole agiscono in vista del potere, del successo e dell’accumulo di denaro senza alcun riguardo per gli ultimi.
Solo dopo la morte e la resurrezione, gli apostoli afferreranno meglio il senso spirituale di quei fardelli caricati sulle spalle del prossimo; non semplicemente di soprusi e peccati parlava il Cristo … stava piuttosto imbandendo nel mondo, se il mondo avesse avuto occhi e orecchie, il presupposto fondamentale di un’umanità liberata dalla ristrettezza della visione dominante, inficiata dal male dell’assenza di amore per il prossimo.
Ma nell’episodio che stiamo leggendo, la famiglia israelita è una famiglia conservatrice, basata sulla tradizione della Torah, che non ha mai abdicato a tramandare la propria storia, assai poco propensa a riconoscere il Messia, il Figlio di Dio, in quel predicatore di umili origini.
Cosa è poi successo, invece, a coloro che si sono riconosciuti nella nuova alleanza? A coloro che hanno creduto di identificare il “regno dei cieli” con la “terra promessa”? C’è stato Gesù Cristo di mezzo e poi le prime comunità cristiane, discrimine tra l’antico e il nuovo, che hanno iniziato a percorrere nel concreto delle loro vite una nuova via.
Eppure anche i cristiani hanno vissuto lungo la storia le loro regressioni al male dell’assenza d’amore.
Cosa rimane oggi del discorso del Cristo? Come vogliamo agire noi?
La questione rimane sempre la stessa per ciascuno di noi: agire in coerenza d’intenti col nostro dire.
Il compito è tramandare le Scritture, illuminate dal comandamento ultimo che tutte la compie: ama il prossimo tuo come te stesso, sinonimo dell’ “amerai” di domenica scorsa.
Potremmo chiederci – non per gioco, né per forza, ma per amore – cosa ne abbiamo fatto di questo discorso nel nostro quotidiano.
Quello che dico, lo vivo e lo faccio?
Nei confronti di chi ho preteso troppo?
Di chi non ho avuto cura, tra quelli che ho incontrato e ne avrebbero avuto bisogno?
Chi non ho aiutato ad alleggerire il proprio fardello mentre avrei potuto farlo?
Chi non ho supportato nel proprio percorso di pacificazione con se stesso e con il prossimo?
Quando ho agito bene, solo per riscuotere ammirazione?
Di chi mi sono fatto padrone, facendomi chiamare “Padre”?
Di chi mi sono fatto guida, credendomi migliore di altri?
Chi va tronfio dell’etica cristiana quando è proprio nelle mani degli ultimi, degli umili e dei poveri di spirito che è stata deposta in dono la salvezza?
Sono umile?
Sono misericordioso?
Sono le prime domande che mi vengono in mente. Non penso di essere il solo a doversele porre, ma questo non mi consola affatto.
Un servizio semplice e gratuito mi è stato chiesto.
Mi restano le ultime parole: chi si umilia sarà esaltato.
C’è indubbiamente un duro apprendistato da compiere, in coerenza con l’ascolto delle Sacre Scritture, con il loro buon “uso”, per una condotta umile e misericordiosa in vista di una vita buona, ricevuta in dono, da testimoniare, da trasmettere.
L’abbassamento non si proclama: ignora se stesso affermandosi, si afferma vivendo se stesso, vive senza preoccuparsi di se stesso. Dio solo lo conosce, e solo Dio lo ricompensa.
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