E la sala si riempì di commensali
15 ottobre 2023 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,1-14
Seconda lettura: Fil 4,12-14.19-20
Diverse parabole dicono qualcosa sul regno dei cieli, immagine di una realtà profonda e decisiva per la nostra vita, ma non evidente per tutti. È interessante per me ricordare che l’etimologia del termine “parabola” fa riferimento all’azione di confrontare, paragonare due situazioni, una reale ed una simbolica, per permettere di afferrare meglio la realtà e il suo senso. È ancora più interessante ricordare che l’etimologia di “parabola” è la stessa di “parola”, a conferma che le parole sono segni, ma suscettibili di trasformarsi in simboli di realtà infinitamente più vaste.
Il regno dei cieli è dunque di volta in volta simile a una perla, un tesoro, un campo, un seme, una rete piena di pesci. Sembra che il regno sia più simile ad una condizione resa possibile attraverso un passaggio ad un nuovo ordine del senso; ripercorrere la narrazione attraverso la parabola diventa un viaggio verso il regno. Per intraprenderlo, occorre entrare nella storia.
Come può l’invito ad un matrimonio essere occasione di tanta violenza? Come può generare una tale onda montante di rifiuto, frustrazione e vendetta? Sia da parte degli invitati che non intendono recarsi al matrimonio, sia, alla fine, da parte del re stesso?
Il nostro primo moto psicologico, automatico, ovvio, è di paura e rifiuto nei confronti di questo re che risponde alla violenza con la violenza, al rifiuto e alla ferocia con il fuoco e la distruzione.
Guardiamo ai servi: sono a servizio del re, sono inviati ad annunciare che c’è una festa, sono portatori di un invito. Tuttavia, qualcosa non va. Gli invitati non si rallegrano, né si meravigliano. Sembra un invito dovuto, scontato, probabilmente un diritto socialmente acquisito, ma vissuto più come un’abitudine ripetitiva, che con contentezza.
Esasperato di non trovare nessuno con cui condividere il felice e sontuoso banchetto, il re formula un imperativo, perde la pazienza. La festa si trasforma in un dramma, con l’assassinio dei servi da parte degli invitati e poi degli ospiti stessi da parte dell’esercito del re.
Nessuno incontra l’altro, e quindi non è così che la festa può svolgersi.
La parabola illustra senza mezzi termini che questo genere di invito non può essere concepito così; dev’esserci un’altra strada. Un modo per non entrare affatto nel regno è, infatti, viverlo come un obbligo di routine al quale si deve andare per forza, e non per amore, perché siamo nella lista degli invitati e magari anche andare fingendo di esserne contenti. Come si va a quei pranzi di Natale cui tanti cercano di sfuggire, luogo di malcelati risentimenti e ironici lazzi: meglio andare solo a prendere il caffè dopo pranzo!
È difficile ammettere che quella che sembra una vendetta del re, sia un atteggiamento diffuso tra gli esseri umani, nelle famiglie, nei conventi normali, nei quartieri, nelle città, nelle nazioni, nel mondo intero.
È abbastanza spaventoso vederla così, ma sembra possibile: in questo testo c’è tutta una catena di violenza concreta; nella vita quotidiana diventa violenza psicologica, spesso non verbale, ma di atteggiamento, fino ad arrivare a reazioni folli, come nei casi di femminicidio, fino a diventare strage nelle guerre…
Ecco l’equivoco: l’ottusità diffusa fra noi umani investe e travolge anche l’immagine di Dio, fantasticato come una divinità pagana che sguaina la spada, e porta fuoco e distruzione ovunque, perché si sente offeso nell’onore: non siamo nel regno dei cieli, ma nel regno della costrizione alla malvagità.
Torniamo ai servi, poveretti, che dopo la prima chiamata finita malamente, vengono inviati a chiamare chicchessia, purché vada alla festa di nozze del figlio del re. (Ma la sposa chi era?)
Sono invitati tutti. A prescindere da relazioni amicali o obblighi sociali pescano persone, come pesci con una grande rete, senza preferenze particolari, buoni e cattivi, brutti e belli, capaci e incapaci, vanno bene tutti…
Per questa gente la festa è un avvenimento imprevisto, inatteso, non un obbligo… possono andare ed incontrare gli altri, sono curiosi, contenti, non si pongono alcun problema, non hanno preconcetti: vanno alla festa di nozze del figlio del re: sono gli innocenti.
Tranne uno, co-protagonista di uno strano colpo di scena: non è vestito da sposo, non ha l’abito nuziale. Ma che c’entra? L’abito nuziale in genere deve indossarlo solo lo sposo…Qui sta l’equivoco: l’abito di nozze è per tutti. Lui non lo indossa.
Sono due colpi di scena, non uno solo. Chi non l’ha capito finisce in disgrazia, l’uomo che va alla festa di nozze nella condizione impropria viene ridotto al silenzio: le parole del re lo riducono al silenzio, proprio così dice l’originale greco, come se quell’uomo che vive impropriamente si ritrovasse con una museruola, come un animale. Ecco l’immagine che svela un aspetto del senso nel discorso evangelico: l’uomo senza parola è spogliato di tutta la sua umanità, diventa vittima del male. Dove finiscono le parole che fanno vivere, dilaga la violenza; la condizione umana vissuta impropriamente diventa disumanità e le nozze non sono più possibili per alcuno.
La diffidenza verso la festa della vita, la mancanza di fede nel significato essenziale del creato dal quale discende l’intera visione biblica, rendono impossibile quel che era possibile a San Paolo: “So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.”
Il Regno non è un luogo chiuso che imprigiona, il fatto di non esser pronti alle nozze vuole indicare la triste condizione di chi si nega all’incontro con la vita stessa e ha in odio che altri vadano a nozze, perché diffida e non accetta il rischio di rispettare il primo comandamento, dal quale tutti gli altri discendono.
Il tempo delle nozze si vive solo nel presente della festa, solo nel presente della vita, ed è già il tempo del regno di Dio, non un tempo su una linea temporale da scandire con l’orologio, ma un tempo di condivisione con il prossimo, un invito inaspettato ricevuto al crocevia delle nostre esistenze, quando forse eravamo erranti, affamati e senza sogni. Qualcuno è venuto a trovarci dove eravamo per invitarci personalmente ad una festa del tutto inaspettata.
Se la nostra quotidianità ci assegna certi luoghi, se accettiamo di assumere ruoli particolari nella società per il resto del tempo, il Regno dove si stanno celebrando le nozze è nel presente di ogni momento dentro il quale viviamo amando: è questo lo specifico possibile all’umanità, che si ostina invece a rifiutare l’invito e a farsi ridurre al silenzio.
La catastrofe di questi giorni non è che l’esito di un ostinato rifiuto alle nozze con la vita, donataci, evidentemente, senza alcun merito, perché la vivessimo per amore.
Invece gli uomini vivono impropriamente, rimasti imbavagliati, con mani e piedi legati, come in ogni guerra, continuano a farsi protagonisti di violenze disumane, che sempre sarebbe possibile evitare.
In ogni momento è sempre possibile che la sala si riempia di commensali.
Dipende da noi, uomini e donne, l’invito è per tutti.
Indossiamo l’abito adeguato alle nozze.
NB: per leggere la riflessione dell’11 ottobre 2020, clicca qui
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