Paradossi dell’umano

È una meraviglia ai nostri occhi

8 ottobre 2023 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 21,33-43
Seconda Lettura: Fil 4,6-9

In questa parabola Gesù fa riferimento a due passi dell’Antico Testamento: il pianto della vigna in Isaia 5, in cui Dio si lamenta di raccogliere solo violenza, laddove è in attesa di frutti di giustizia, e il Salmo 118 in cui, al contrario, parla della vittoria d’Israele, anche se circondato dai suoi nemici.
Ne deriva una possibile lettura, che mette in rilievo la tensione costitutiva dell’umanità rispetto ai temi della giustizia e della responsabilità. Questa tensione si realizza nel tempo attraverso gruppi che alternativamente deludono o soddisfano l’aspettativa sia di giustizia e che di assunzione di responsabilità.
In entrambi i casi, la logica della situazione è contraddetta dai fatti: una vite ben curata dovrebbe sempre produrre buoni frutti, e l’equilibrio nell’esercizio del potere dovrebbe sempre dare la vittoria: sembra, dunque, che la parola di Dio si faccia strada tra gli uomini per mezzo di paradossi.
Sappiamo che i gruppi umani possono abituarsi alla religione a tal punto da costruire una Chiesa che intende solo recuperare il “patrimonio” e farlo fruttificare per se stesso: nessuna chiesa è immune da questa tentazione. Quando sorgono profeti, dall’interno o dall’esterno, non vengono più lapidati, ma piuttosto emarginati o spediti altrove, sebbene siano loro a dare slancio alla parola che porta frutto, in mezzo a una sterile routine.
Siamo anche regolarmente sorpresi quando guardiamo indietro alle pietre di paragone che hanno dato vita a chiese, opere e istituzioni feconde. Erano state pietre scartate? Rifiutate forse no, ma certamente sottovalutate, quindi il “popolo che produce frutti” ha contorni che ci sfuggono.
La parabola dei vignaioli rivoltosi è abbastanza chiara di per sé: un uomo ha investito nella sua vigna e si trova a vivere la spiacevole sorpresa non solo di vedersi negare il dovuto, ma anche di subire un attacco personale perché qualcun altro vuole impadronirsi della sua proprietà. Questo qualcun altro, pur di ottenere il risultato, arriva al punto di uccidere l’erede.
Domanda: come reagirà il proprietario? È facile rispondere, come nel vangelo rispondono gli ascoltatori: il proprietario si sbarazzerà dei lavoratori ribelli il prima possibile e li sostituirà con altri.
È anche facile trasporre questa situazione nel contesto della nostra vita quotidiana, interpretandola alla lettera e… non capirne alcunchè, magari sbandierandola al fine di reprimere i diritti delle minoranze, o difendere accanitamente i privilegi dei padroni.
D’altronde, come reagiremmo se avessimo affidato i nostri risparmi ad un broker per investirli adeguatamente e un giorno ci svegliassimo senza un euro a causa dei suoi investimenti sbagliati? La logica vorrebbe ci sbarazzassimo di quel broker il prima possibile, magari portandolo subito in tribunale.
Questa non è la logica della parabola, e non credo che Gesù intendesse semplicemente associare i vignaioli ribelli a quella parte del popolo ebraico che si era chiusa al suo messaggio. E neanche che Matteo intendesse spiegare che la comunità dei primi cristiani era destinata a sostituire la comunità ebraica. Mi sembra una lettura troppo semplicistica e onestamente anche troppo banale.
Sono propenso a credere che Gesù stesso abbia usato la parabola per esortare i capi religiosi a svegliarsi, come volesse dire “Avete deviato dalla vostra missione, avete confiscato a vostro vantaggio ciò che Dio vi ha affidato per il bene di tutti, e se quest’atteggiamento non dovesse cambiare, altri vi sostituiranno”.
La tendenza a leggere sempre toni di minaccia o vaghe preferenze per l’uno o per l’altro in Gesù di Nazaret, mi sembra sempre un po’ miope e frutto di proiezioni molto umane di tipo inevitabilmente presuntuoso ed egoistico.
Ma allora, a cosa si riferirebbe esattamente questa parabola?
Credo si riferisca alla nostra condizione di uomini e donne: esseri che esistono soltanto perché hanno ricevuto tutto, cioè la vita, comprensiva della capacità di apprendere e di continuare a vivere, allo scopo di permettere che altri vivano.
Ci sono quindi due dimensioni: da una parte non siamo proprietari della vita, dall’altra ci siamo per farla continuare. Queste due dimensioni si ritrovano nella parabola e riguardano tutti, a cominciare dalla piccola comunità familiare.
Per esempio, di recente, ascoltavo una persona sulla cinquantina che diceva: “Col tempo ho capito che i miei genitori non mi hanno mai amato veramente, mi sono sentita usata”.
Alla fine di una vita, quando si dovrebbe poter raccogliere i frutti del proprio lavoro, ci sono genitori che si trovano a dover affrontare relazioni con i figli sconnesse e conflittuali.
Io stesso mi sento sfidato, perché so e mi accorgo spesso che non tutte le relazioni tra genitori e figli, tra i miei amici e conoscenti, sono sempre pacifiche.

Cosa c’è nell’essere umano che lo porta a deviare dal suo cammino affettivo in questo modo? Credo, di fondo, due componenti: un’illusione e una paura.
L’illusione è raccontata nella famosa storia di Eva nel Giardino dell’Eden:
“… ‘I vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscerete il bene e il male’. La donna vide che l’albero era buono da mangiare e bello da vedere…”. Consiste nel pensare, che si possa sfuggire alla propria condizione di uomini e donne intrinsecamente dipendente, fuggendo da quel mondo familiare, vissuto come  limitato e costrittivo, rendendosi totalmente autonomi, cioè indipendenti per il proprio sostentamento economico e per l’affermazione del proprio “valore” sociale: appunto pura illusione.
Allo stesso modo, spesso, i genitori guardano ai figli, non per come sono, per talenti, aspirazioni e limiti, ma per come vorrebbero che fossero nei propri desideri.
Per l’assurdità di entrambi gli atteggiamenti, né figli, né genitori riescono a sentire lo stupore e l’incredibile grandezza di ogni momento trascorso in relazione reciproca, i primi cercando di apprendere la vita, i secondi cercando di trasmettere la propria esperienza.
Si finisce così con l’immaginare la felicità di entrambi come un bacino che raccoglie e trattiene tutta l’acqua circostante e nel quale bisogna tuffarsi prendendo accuratamente la mira, piuttosto che considerarla come una sorgente, le cui acque ci scorrono vicino, alimentando le nostre vite.
Poi c’è la paura, quella famosa, atavica:  “l’incertezza del domani”.
“Chissà se i miei figli si prenderanno cura di me nella vecchiaia come io li ho curati da bambini?” Oppure: “Chissà se mio figlio ce la farà a diventare grande?”
È in questo modo, che, mentre la fede costruisce relazioni multiple, la paura le spezza. Non stupiamoci poi di sentire ancora Gesù dire: “Perché avete paura, gente di poca fede?”.
Personalmente, come tutti, lotto ogni giorno per scoprire la grandezza di questa terra che mi è stato dato di coltivare, cercando di rifiutare come illusioni quegli altrove in cui vorrei fuggire e le paure rispetto al domani, anche quella di dipendere dagli altri per il mio domani.
Ma vale la pena, perché sono certo che l’acqua della vita e la possibilità della felicità sono qui vicino e non altrove.
Probabilmente posso essere un uomo che dà il suo frutto al momento giusto. “Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere”(Sal 1,3).

Ma ho anche un’attesa: forse, scoprirò un po’ di più questo misterioso Dio che, lungi dall’essere autosufficiente, ha voluto essere in relazione con un mondo fragile e limitato.

NB: per leggere la riflessione del 4 ottobre 2020 clicca qui,

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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