Tentennamenti

Grappoli d'uva in una vigna

I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto

1° ottobre 2023 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 21,28-32
Seconda Lettura: Fil 2,1-11

Gesù rivolge questa parabola a un pubblico mirato: i sommi sacerdoti e gli anziani, cioè le autorità religiose del giudaismo, coloro che esercitano la responsabilità nel Tempio di Gerusalemme. E racconta di un padre che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Dovrebbe essere un privilegio lavorare in questa vigna che rappresenta, nell’immaginario ebraico, il popolo di Dio.
I due figli sono molto diversi tra loro, come succede spesso in ogni famiglia: uno risponde negativamente subito, dice “No”, l’altro risponde affermativamente, dice “Sì” e il testo sembra sottolineare l’opposizione tra queste due risposte.
Il “No” sembra pigrizia o forse irriverente disobbedienza, in ogni caso la risposta di un figlio “difficile” – caso, vorrei dire, da manuale di psicologia della famiglia – mentre il “Sì” dimostra apparente deferenza verso il padre, appellato addirittura “signore”. Però, quello che dice subito “Sì”, poi, non va a lavorare nella vigna, mentre quello che non vuole, alla fine, ci va.
Leggendo meglio il testo greco, il “Sì” del secondo figlio sembra quasi volersi contrapporre al “No” del primo. La risposta non è proprio “Sì”, ma “Io, signore!”, quasi a voler dire, “Se mio fratello non ci vuole andare, ci vado io che sono migliore di lui”.
Potremmo supporre, come nel Vangelo di domenica scorsa, un’attitudine del secondo figlio a paragonarsi all’altro per affermare la propria preminenza.
Il primo, invece, parla come per dire “Non ci vado, non mi va, perchè proprio io?”.
Si capisce, che, come nel caso del “Sì”, che non è affatto un “Sì”, anche il “No”, non è un vero e proprio “No”. Infatti il primo “si pente” e il suo “No” diventa un “Sì” vero, quello di chi va a lavorare, cioè si mette operativamente a “fare”, agisce nella vigna per renderla produttiva.
Chi non si è mai posto così di fronte ad una richiesta di svolgere un compito? Non credo si faccia troppa fatica a riconoscersi nell’uno o nell’altro figlio e, a volte, in entrambi, secondo il tipo di richiesta genitoriale.
Se ci poniamo in quest’ottica, la differenza tra i due non è tanto nella risposta, ma nella sincerità dell’atteggiamento. Seguendo questa linea di pensiero, possiamo dire che per lavorare nella vigna, in fondo un privilegio accordato dal padre, che della vigna è il proprietario, bisogna avere una certa onestà intellettuale o almeno la sensibilità sufficiente per accorgersi di come stanno le cose, anche quando siamo direttamente coinvolti nei nostri lati meno lusinghevoli, come potrebbe essere la pigrizia, nel caso del figlio che dice subito di no. Non è un caso, infatti, che il “No” si trasformi in un autentico “Sì”.
Il “Sì” del secondo figlio invece non è, per così dire, “intero”, c’è un tentennamento che sfocia in un “No” ed è una risposta falsamente affermativa, perché non diventa impegno pratico nella vigna. Con questa parabola, il Maestro intende far capire ai capi dei sacerdoti e agli anziani che possono anche essere stati incuriositi e attratti dalla persona e dal messaggio di Giovanni Battista, ma non si sono pentiti della loro condotta fondamentalmente egoistica.
Forse per questo il passo di Paolo che oggi leggiamo inizia con un periodo ipotetico: “…Se…ci sono sentimenti di amore e di compassione…, con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi, non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”.
In altri termini, solo se c’è la benevolenza, l’amore, si può agire a favore del prossimo, anteponendolo a noi stessi.
Sono passati duemila anni e non siamo molto lontani da quei sacerdoti che officiavano nel tempio di Gerusalemme. Credo potremmo ricavarne almeno tre insegnamenti: in primo luogo, se il Signore chiama a lavorare nella sua vigna, è perché ci giudica capaci di farlo, quindi fa spazio agli operai di tutte le ore (cfr il Vangelo di domenica scorsa). Su questo punto il suo discernimento è certamente migliore del nostro.
In secondo luogo, teniamo a mente che un vero “Sì” sarà sempre definitivo, mentre un “No” può sempre diventare un “Sì” in seguito. Il Signore invita alla libertà e, quindi, accetta sia il nostro “Sì” che il nostro “No”. Non bisogna aver paura di prendere una decisione chiara.
Infine, ciò che conta davvero non sono le buone intenzioni, se si basano solo sulla soggettività dei nostri sentimenti e non sono seguite da alcuna azione: è più efficace un comportamento negativo del quale con chiara coscienza ci si pente, che un atteggiamento positivo insincero: “Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.” (cfr Mt 21,32).
Il “No” lascia aperta la possibilità del ritorno, il “Sì” affrettato, ma intrinsecamente tentennante, ingabbia chi lo pronuncia; ciò non toglie che ci siano – pochi – “Sì” immediati e sinceri che liberano tutta una vita ogni giorno, per tutta la vita.
Nel quotidiano si tende d’abitudine a dire “no”, ci sono anche dei “sì”, magari detti pure maldestramente, come quelli che dico io ogni giorno, tanto che a qualcuno sembrano dei no.
In effetti, nessuno di noi dice sempre no, diciamo pure dei sì, ma di alcuni andiamo fieri e ci rendono felici, di altri ci pentiamo, e sono proprio quelli che fanno star male noi stessi più di quanto, trasformandosi in no, facciano star male altri. In questo caso, non credo sia il padrone della vigna a rimanerci male – il testo non dice nulla delle reazioni del padre – , il problema riguarda i figli, la risposta è la loro e loro è la scelta di come viverci. La questione rimane sempre la stessa: il cosa, il come, il dove, il quando, il chi e il con chi e, soprattutto, il perché.
Nell’ottica della fede, all’origine del discorso cristiano, c’è il criterio di Paolo: se crediamo nel Cristo risorto, non sono praticabili vie che mettano noi stessi al primo posto, davanti al nostro prossimo.
Il Signore invita a essere “obiettivi” con se stessi e ad esercitare il libero arbitrio. In concreto, si tratta di capire se rimaniamo spettatori o se lavoriamo, uomini e donne, persone tra i propri simili a favore del prossimo, o anche se stiamo alla finestra, magari chiedendoci: “Chi? Io? Proprio io? E perché proprio io?”
“Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).

NB: per leggere la riflessione del 27 settembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Lascia un commento