Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te
24 settembre 2023 – XXV Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 20,1-16
Seconda Lettura: Fil 1,20c-24.27
Ecco una buona notizia per gli operai dell’undicesima ora.
Chi ha lavorato dodici ore si ritrova con lo stesso compenso di chi ha lavorato solo un’ora: storia scioccante? Idea ordinariamente poco popolare?
Che razza di impresa sarebbe poi questa? E che ruolo avrebbe la tanto decantata meritocrazia?
Intendiamoci subito: non siamo alle prese con un trattato di economia politica, tantomeno con il “contratto collettivo” del Regno di Dio; nel contesto evangelico il lavoro degli operai coincide con la vita cristiana, la vita liberata dal Cristo, qualcosa che in genere non va di pari passo con la gestione d’impresa e con il salario dei lavoratori.
Se veramente ci consideriamo tutti cristiani, ci sarebbe caso mai da meravigliarsi che le due cose non vadano di pari passo. Se volessimo fare dei riferimenti all’economia di tipo finanziario attuale, saremmo costretti a riconoscere che la parabola rende manifesto il conflitto tra la logica del mercato e delle banche, che cerca di massimizzare i profitti, e l’aspettativa cristiana di una economia “del rispetto”, intesa come prassi politico-economica finalizzata a raggiungere la dignità per ciascuno, attraverso l’impegno di tutti.
Sono certo che sarebbe possibile sanare questo conflitto, perché non è un conflitto necessariamente o ontologicamente situato tra il bene e il male, ma nell’incapacità di sentire in prima persona il dolore dell’indigenza, di chi nell’indigenza non vive.
La moderna economia finanziaria si basa sulla logica dell’equivalenza: da un lato c’è colui che fornisce una prestazione, dall’altro c’è un corrispettivo in danaro, basato sulla quantità e, in pratica, ma non sempre e non sempre coerentemente, sulla qualità della prestazione: l’amore cristiano non c’entra.
La logica del Regno, invece, è quella del Signore. Noi, troppo spesso, immaginiamo Dio a nostra misura, cioè come un padrone che dispone dei suoi beni come più gli aggrada, così, a capriccio: talora è una fantasia che annida nella mente “contabile” di alcuni, che, in genere, purtroppo, sentono di aver ricevuto di meno di altri. Una volta ho letto di un esperimento, che consisteva nel porre una persona davanti ad una scelta: ricevere 1.000 euro e accettare che altre tre ne ricevessero 2.000 a testa, o, in alternativa, riceverne 700 e accettare che le altre tre ne ricevessero 500; incredibile, ma vero, davanti a queste due opzioni, i più sceglievano la seconda.
Perché si può preferire avere di meno in senso assoluto, ma di più in senso relativo, cioè purché altri abbiano di meno? In ogni caso non dev’essere la logica di Dio, neanche sul piano monetario, figuriamoci su quello del pane quotidiano, materiale e spirituale.
La scelta di essere meno ricco in senso assoluto, ma più ricco in senso relativo, non è una forma virtuosa di risparmio, come forse si potrebbe credere, ma il tentativo di esercitare una sorta di egemonia economica. L’analisi del test, tra l’altro, spiegava che un simile modo di pensare si basa sul convincimento implicito che il mondo sia ingiusto. Per forza! Se sono tanti a ragionare così, non si sa se viene prima l’uovo o la gallina!
Se la nostra logica si basasse sull’assunto che sia meglio avere un po’ più di potere economico di un altro, a condizione che stiano tutti un po’ più stretti di noi, non solo non avrebbe niente a che fare con la logica del regno, ma sarebbe potenzialmente portatrice di insoddisfazione e delusione per tutti. Nessuno vedrebbe più il mondo così com’è, ma come potrebbe essere se fosse soggetto ad un poco generoso e soprattutto ristretto modo di pensare e di sentire: in pratica un mondo miserando.
Ma andiamo al gesto del Signore della vigna e ricordiamoci che il danaro ricevuto è qui simbolo di ciò che serve per vivere una giornata: ne ricaviamo che anche se fossimo giunti nella vigna all’ultimo momento, anche fossimo vignaiuoli dell’undicesima ora, saremmo ingaggiati e riceveremmo quanto tutti gli altri, cioè il massimo possibile, quello che serve per vivere un giorno ogni giorno.
C’è un’arte del vivere sotto il sole, arrivando a sera forse stanchi, ma in pace con se stessi e con gli altri per ciò che si è ricevuto e per quanto si è potuto fare, affinché altri vivano la stessa condizione e, soprattutto, a prescindere da quello che altri, a misura d’uomo, hanno ricevuto in più.
Questa parabola è solo una storia per riflettere su come reagiamo alle “fortune” degli altri e se veramente facciamo del nostro meglio perché altri vivano la dimensione pacificatrice del regno. Di consolante c’è da sapere che non è mai troppo tardi per capirlo e mettersi in moto.
Quando mettiamo l’etica del regno davanti alla giustizia retributiva e a quella contabile, ci comportiamo anche diversamente.
Usciamo un attimo dalla vigna e andiamo nel parco davanti casa dove giocano i bambini. Uno di loro si arrampica su un albero, scivola, si strappa i vestiti, cade e si sbuccia un ginocchio; arriva il genitore; cosa farà? Gli correrà incontro? Lo sgriderà o penserà a medicargli il ginocchio?
Usciamo dal parco e andiamo verso la strada; quel ragazzo guida troppo veloce un’auto carica di amici, prende male una curva e finisce fuori strada, finiscono tutti all’ospedale, malconci, ma vivi. Cosa faranno i genitori di quei ragazzi? Daranno loro tanti schiaffi o saranno felici che siano ancora tutti vivi?
Vivere secondo la logica del regno è amare tutti in modo da fare il nostro possibile perchè abbiano ciò di cui hanno bisogno per poter condurre un’esistenza degna.
Si tratta di aiutare l’uomo, che si sente, o appare, inutile, pigro, incapace, a riprendere il suo posto nell’originaria dignità della comunità umana.
L’amore prevale sulla giustizia, va oltre la giustizia, senza togliere nulla alla giustizia: vuol dire fare meglio. Tuttavia, come spesso accade, se c’è gelosia, se i primi rimangono contrariati dal fatto di non aver ottenuto più degli ultimi e non sono capaci di godere del proprio a prescindere dai paragoni, difficilmente gli uni e gli altri troveranno la pace.
Qualcuno ha detto (non ricordo chi): “Ci fu un momento in cui il sentimento di felicità divenne relativo e dovemmo guardare gli altri per sapere se eravamo noi stessi felici”. Ecco, questo è proprio ciò che gli operai del regno non dovrebbero mai fare.
Ogni volta che abbiamo ricevuto qualcosa che ci ha fatto sentire liberi, pacificati e grati, senza bisogno di paragonarci ad altri, allora il Regno era lì, eravamo già nel Regno, o, come si dice, “in grazia di Dio”.
“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele e rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme … il Signore ha revocato la tua condanna …tu non vedrai più la sventura”(cfr Sof 3,14-18).
Chiunque tu sia, qualunque siano i tuoi risultati, i tuoi meriti, i tuoi successi o i tuoi fallimenti, qualunque tempo tu abbia trascorso sui banchi di una chiesa o di una scuola, che tu sia battezzato o meno, hai diritto alla vita nella pace, all’interno della comunità umana e a collaborare perché altri vivano nella pace: una buona notizia sia per gli operai della prima, che per quelli dell’undicesima ora.
NB: per leggere la riflessione del 20 settembre 2020, clicca qui
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