Anche i cagnolini si cibano delle briciole
che cadono dalla tavola dei loro padroni
20 agosto 2023 – XX Domenica del Tempo Ordinario Anno A
Vangelo: Mt 15,21-28
Seconda Lettura: Rm 11,13-15 – Rm11,9-32
Dove l’uomo non sa più a quale santo votarsi, Dio si fa uomo per salvarlo.
Questa mi sembra la grande lezione del Vangelo di oggi.
Gesù va dalle parti di Tiro e Sidone e incontra una donna che viene proprio da lì: le loro strade s’incrociano – guarda caso…
Di Gesù conoscevamo la misericordia e la forza di partecipazione alla sofferenza del prossimo; che ignori lungamente questa donna urlante dal dolore e le rivolga poi una frase così dura, suona strano.
La faccenda è seria. La donna grida per attirare l’attenzione di Gesù, ha una figlia malata, crudelmente tormentata da un demone, dice il testo. Perfino i discepoli non ce la fanno più a sopportare le urla angosciate della donna e chiedono a Gesù di fare qualcosa.
Il Cristo persiste nel suo atteggiamento, sembra addirittura sprezzante: non è bene prendere il pane dei bambini e gettarlo ai cagnolini.
Dice proprio così: “cagnolini”, figli piccoli dei cani, come i bambini sono figli piccoli degli uomini.
Un dubbio legittimo: e se Gesù provasse ostilità verso i non ebrei? I Cananei erano nemici giurati degli ebrei… Significherebbe mettere in dubbio l’intera universalità della chiesa cristiana.
Questa idea disturba, vero? È inquietante pensare che per un tempo, anche limitato, Gesù abbia potuto non essere misericordioso… per questioni, diciamo, etniche…
La donna si umilia prostrandosi davanti a Gesù: nessuna reazione.
La donna lo implora, dicendogli: Vieni in mio aiuto! – Gesù rimane imperturbabile.
Si badi che la donna lo appella “Signore”, “Figlio di Davide”: pur essendo cananea, avendo altri déi, utilizza appellativi che appartengono alla tradizione di Israele.
Ed è proprio la reazione della donna a quella esclamazione severa, che per noi suona offensiva, che finalmente convince Gesù: «È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Parla con una non comune prontezza di spirito.
L’idea di lasciare il sovrabbondante per gli altri appartiene ancestralmente alla sapienza della tradizione giudaico-cristiana, una sapienza alla quale la donna aderisce, altrimenti non sarebbe andata a supplicare il Cristo.
Nell’Antico Testamente ci sono molti passi su questo tema, per esempio nel Deuternomio: “Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova”. (Dt 24,19-21)
Reminiscenza? Conoscenza di una tradizione? Oppure semplicemente arte del vivere? Forse coscienza di appartenere a qualcosa di molto più vasto di un semplice popolo, vinto o vincitore, dominatore o dominato, autoctono o straniero. Voglia di vita per la sua prole? La figlia era posseduta: ma da chi? Schiava di cosa? Soggiogata, esclusa? Malata di mente?
Tuttavia, la donna cananea è dotata di senso della realtà: sa bene che gli uomini fanno differenze, tra “bambini” e “cagnolini”. Soprattutto spesso vedono “cagnolini” laddove ci sarebbero “bambini”. Mi piace pensare che Gesù si sia espresso così per provocare nella donna una presa di coscienza più profonda, un “insight”, direbbe lo psicologo moderno, quasi un “koan”, alla maniera dello zen Rinzai.
Ad ogni modo è il dialogo tra i due, la “conversazione” che rivela la fede e rende possibile la guarigione; la differenza tra la pecora perduta d’Israele e lo straniero viene abolita.
Allo stesso tempo si appalesa un confine tra l’origine della donna e quella di Gesù, sul quale entrambi concordano, condizione necessaria per stabilire qualsiasi autentica relazione, quella che rispetta l’identità libera e vivente dell’altro, consentendo il superamento di ogni tentativo di prevaricazione.
Coloro che avevano capito questo prima degli altri, come l’apostolo Paolo e i membri delle prime comunità cristiane avevano sostanzialmente realizzato che come nella parabola della moltiplicazione dei pani, c’è pane in abbondanza molto oltre i confini di Israele.
Quando l’uomo si trova schiacciato contro il confine del proprio io, come in un gabbia, solo Dio può aprire quella gabbia e liberarlo. Lì dove l’uomo fallisce, Dio mostra la sua potenza.
A qualsiasi latitudine.
NB: per leggere la riflessione del 16 agosto 2020 clicca qui
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