Dignità

Chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto

2 luglio 2023 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Mt 10,37-42
Rm 6,3-4.8-11

Gesù dice con forza “me” 7 volte (5 volte nei primi tre versetti più altre due al v. 40). Il messaggio è assai personalizzato. Dice la centralità di Cristo. Il Vangelo è Gesù, Lui. La fede si gioca nel rapporto personale con il Maestro.
E cosa significa essere “degno” di Gesù, ripetuto tre volte? La parola greca originariamente non aveva alcun significato morale nel senso di “merito”. Si riferisce a una barra o una trave, un dispositivo utilizzato per distribuire lo sforzo di sollevamento su più punti. Il significato è quindi piuttosto “avere lo stesso peso”, “essere dello stesso valore”, e quindi “capacità di accordarsi”.Tre modalità non rendono degni…
Le prime due sono brutali: “chi ama suo padre o sua madre più di me non è degno di me; chi ama suo figlio o sua figlia più di me non è degno di me”.
Sono cristiano e tuttavia non posso dire di amare Gesù più di mia madre. Posso dire che preferisco impegnarmi in una parrocchia piuttosto che in un organismo di volontariato… o che scelgo un ritiro spirituale piuttosto che una settimana in spiaggia.
Ma l’amore per Gesù e per mia madre non mi sembrano paragonabili.
Noto con sorpresa che Gesù non parla qui di una relazione di coppia o delle relazioni tra fratelli e sorelle. Enuncia in questo contesto solo delle relazioni di filiazione, relazioni verticali, relazioni di autorità, di dipendenza. Duemila anni fa l’autorità dei genitori era molto più forte di oggi. Consentire al figlio di prendere le distanze da suo padre era all’epoca una cosa rivoluzionaria. Ancora oggi l’effetto liberatorio rimane. La nostra integrazione nella vita, la nostra identità sociale e culturale passano sempre attraverso la famiglia, la sua tradizione, la sua rete. La nostra identità di cristiani si basa su Cristo.
Gesù invita a passare dal dominio della legge – la legge ebraica, la legge della nostra famiglia, del nostro ambiente – alla legge di Cristo che è libertà.
Quindi, senza negare il quinto comandamento – Onora tuo padre e tua madre – Gesù incoraggia i convertiti le cui famiglie rimangono radicate in un’altra fede o in un’altra ottica, ad avere il coraggio di affermare in coerenza il proprio orientamento.
Libera dall’argomento della sottomissione a tutto ciò che è in contrasto con l’unico nuovo comandamento; la relazione con Cristo è il fondamento di ogni relazione umana e la fede aiuta ad “amare” meglio i genitori e i figli.
La seconda modalità che toglie dignità ai discepoli è il rifiuto di portare la croce.
Gesù è morto sulla croce. Quando Matteo scrive, 50 anni dopo la caduta di Gerusalemme, le persecuzioni contro gli ebrei sono intense e iniziano le persecuzioni contro i cristiani. Alcuni sono morti per aver seguito Cristo, ma Gesù non fa una chiamata al martirio. In ogni caso, seguire Cristo può significare opporsi a costumi, tradizioni, opinioni dominanti che non derivano dalla logica dell’amore per il prossimo, anzi sono in totale contraddizione; accettare il dolore, la fatica, il peso e le conseguenze di questo significa non opporsi alla croce e rimanere in piedi in relazione a Lui, pur nelle difficoltà e nelle prove del vivere.
La terza modalità è ancora più dura e paradossale: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Una parola che si trova nei 4 Vangeli. Non possiamo scappare dal confronto con questa parola.
Ma come può avere senso per noi?
La parola “vita” indica intanto la vita qui e ora, non c’è solo il riferimento alla vita eterna. Chi trova la “propria” vita, cioè è centrato solo su se stesso, inevitabilmente la perderà, come se la terra smettesse di girare intorno al sole e girasse solo su se stessa.
Al contrario, colui che vive pienamente, che si dona agli altri senza riserve, accettando anche le situazioni difficili, perderà la presa su quel centro ritenuto certo e insindacabile (se stesso) per trovare la pienezza del vivere, la maturità umana e spirituale.
Vivere vuol dire prendere il Vangelo come criterio centrale dell’esistenza, accettare di prenderlo come punto di riferimento, così come il sole lo è per la terra; dire di sì ad una relazione vivente con Cristo, presente in ogni uomo e in ogni donna, ogni giorno della vita.
Nella seconda parte l’atmosfera si fa meno rovente.
La prima parte del testo è una parola senza mezzi termini diretta ai discepoli.
La seconda parte è una parola diretta a coloro che li accolgono, quindi sempre e ancora a noi tutti.
L’accoglienza è prima di tutto ospitalità, un atteggiamento molto importante in Medio Oriente. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Gesù stabilisce una stretta relazione tra il discepolo, vale a dire tutti i cristiani, se stesso e il Padre.
Si può accogliere un discepolo come profeta, come giusto o anche semplicemente perché è un discepolo; lo si può accogliere con tutti gli onori o anche solo offrendo un bicchiere d’acqua. Quando avremo accolto anche una sola persona che ci venga incontro nel nome del Cristo, avremo la vita in tutta la sua pienezza. Qui chiamata “ricompensa”. Accogliere il Signore è la ricompensa.
La prospettiva di una ricompensa distrugge per voi il motivo morale?
Agire bene in vista di una ricompensa non sembra in “stile evoluto”?
Dovremmo magari fare del bene per qualche ragione altra e più alta?
Se la gratuità rischia di essere confusa da una parte con un vuoto rigore masochistico o, dall’altra, con l’abitudine ad uno stile pe’ fa’ vere’ – come diceva molto appropriatamente un mio amico napoletano (per apparire generosi agli altri) – allora si possono fare domande simili.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Non si tratta più di mio padre o di mia madre, di mio figlio o di mia figlia, si tratta di un “Suo discepolo”, non mio o tuo o suo. Allora tutte le gerarchie saltano, perché si tratta della vita di tutti. Una ricompensa che si apre sul mistero della “vita eterna”, che va oltre il mio e il tuo e si apre a tutto ciò che è nostro fin dall’inizio.
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.
Talvolta preferisco dirmi più semplicemente che Gesù ci conosce così bene nei nostri calcoli e tattiche, a volte contorti, tra generosità e desiderio di ricompensa, che ha parlato così per farsi capire da un certo numero di persone, ma il premio – la vita –  qui è già dato, non viene meritato, né guadagnato.
Per essere pienamente umani dobbiamo incontrare l’altro, ed è solo ancorati in Cristo che possiamo farlo… pena il girare su noi stessi… o il far girare gli altri attorno a noi…
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.

Per leggere la riflessione del 28 giugno 2020, clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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