La casa comune

Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi,
soffiarono i venti
e si abbatterono su quella casa,
ma essa non cadde,
perché era fondata sulla roccia

Domenica, 4 giugno 2023 – SS. Trinità
Vangelo: Mt 7,21-27
Seconda Lettura: Rm 3,21-25.28

Sento parlare di “rivoluzione verde”. Qualcuno dice che sarà per il XXI secolo ciò che la rivoluzione industriale è stata per il XIX; il futuro lo dirà.
I consumatori vogliono prodotti biologici, genuini, sani, a chilometro zero e se possibile con un’impronta di carbonio pari a quella di una formica. Si sogna l’economia dell’ecologia, ma purtroppo si deve constatare che l’ecologia guidata dall’economia è fatta della stessa farina, o meglio costruita sulla stessa sabbia.
L’ecologia non è sufficiente a farmi sperare, anzi gli scenari catastrofici della collapsologia e le previsioni della fine del mondo sono spesso il discorso di base di un’ecologia punitiva. Mi deprimono…
La speranza per me non è un’opzione e la punizione non è una soluzione. Salvare il pianeta non è la speranza dei cristiani, al massimo può essere un loro obiettivo. Le due cose hanno poco o nulla a che fare l’una con l’altra, non è il pianeta che deve essere salvato, ma la speranza e la fiducia nell’uomo.
Esiste una speranza ecologista? Che gli uomini improvvisamente tutti insieme diventino meno stupidi e la smettano di distruggere l’ambiente in cui vivono e dal quale traggono il loro sostentamento?
È chiaro che la speranza ecologista non regge il paragone con la roccia di cui parla la parabola di questo testo biblico. La gloria di Dio non proviene dall’uomo, perciò siamo assolutamente impossibilitati a reinventarcela da soli, senza basarla sul vangelo. Possiamo contare sulla nostra intelligenza, buona volontà, rimboccarci le maniche – e lo dobbiamo fare – ma se non ci basiamo su principi etici coerenti non può funzionare. Ecco perché è importante avere fede, Paolo l’aveva capito bene, anche se il nocciolo della sua predicazione non riguardava l’ecologia ambientale, direi semmai quella della mente e dello spirito, che vengono prima.
Così come non possiamo immaginare la fine di una guerra fratricida, se non agisce una mediazione pacificatrice o, peggio, si afferma di non averne bisogno, allo stesso modo non possiamo immaginare la cura dell’ambiente senza la rinuncia ai profitti derivati da tutto ciò che lo avvelena. Se commerciamo nelle armi o produciamo sostanze cancerogene, se investiamo in armamenti e parliamo di ecologia, se pensiamo di far funzionare tutto con batterie smaltibili solo tra i rifiuti speciali, se parliamo di energie rinnovabili e moltiplichiamo viaggi con propulsori ad idrocarburi, vuol dire che qualcosa non va: è un dato di realtà.
Noi cristiani dovremmo cominciare con il sopravvivere alle nostre illusioni, delusioni e disillusioni, nonchè alle catastrofi, ai cataclismi, alla preannunciata fine del mondo e dare per possibile – anzi per l’unica cosa possibile da fare – continuare a vivere sul serio evangelicamente.
Allora possiamo anche affermare che l’uomo vivente è la gloria di Dio, così come ha scritto Ireneo di Lione nel IV Libro del suo testo contro le eresie.
Possiamo continuare a sperare oggi? I cristiani vedono il volto del Cristo in tutti coloro che incontrano? Si rendono conto di aver messo a soqquadro la creazione?
O continuano a credere stentatamente, mentre lasciano che le catastrofi in nome dell’uomo continuano a compiersi?
In questo modo le paure si moltiplicano, da quella del perdere la faccia, il denaro, il potere a quella a quella del perdere la salute, l’amicizia, l’amore, per concludere che, tanto, non c’è niente da fare: il sistema migliore per disperare della salvezza e farsi preda del peggio.
L’unica realistica preoccupazione dell’uomo, secondo me, sarebbe quella di non riuscire a reggere il crollo del suo vecchio mondo costruito sulla sabbia: ma è proprio lì che il Cristo vivente si appalesa per ridare vita.
Ogni rivoluzione, rossa, blu, marrone, arancione o verde, prima o poi diventa vecchia e si trasforma, passando per le trappole dell’ideologia e del terrore, in deleterio “indietrismo”.
Ogni teoria, dottrina politica o pratica sociale, anche ecologica, che diventa fine a se stessa, perde di vista l’origine e si fa terrificante: una dinamica pervasiva.
Si potrebbero sfoderare i più bei cassonetti, colorarli, vederli riempiti e svuotati ordinatamente, si potrebbero rendere obbedienti cittadini e operatori ecologici a forza di multe e sanzioni, si potrebbe battere la Germania, diventando campioni del mondo di compostaggio, mangiare insalate biologiche, tofu e bistecche sintetiche: tutto questo servirebbe a rendere l’uomo moralmente migliore? Lo farebbe più felice? Entrerebbe prima e meglio nel regno dei cieli?
Ciò non significa che sia contrario alle teorie degli ecologisti, ma per me essere cristiano significa rifiutare di basare la mia salvezza sulle mie opere o quelle di un altro che non sia il Cristo. Per quanto buone possano essere le sue intenzione, non sarà l’ecologia a salvare il mondo, ma il vivere evangelicamente, quindi basati su una speranza che supera e trascende tutte le altre.
Ogni dottrina teorico-pratica, ecologia compresa, può diventare una religione con i suoi riti, i suoi divieti, i suoi doveri e i suoi miti fondanti. Ora vanno di moda gli oracoli sulla fine del mondo e i discorsi che inducono al senso di colpa. Già visto. Trovo straziante vedere le stesse ditte che hanno inquinato e lucrato per decenni, farsi oggi paladine della svolta green con il solo scopo di continuare a trarne profitto, condannando il mondo ad essere in ogni caso una grossa discarica.
Senza minimizzare le sfide ambientali, il termine “ecologia” rimanda ad un pensiero molto più ampio sul mondo e su ciò che chiamiamo “Dio”.
Si tratta di pensare il mondo come la casa comune dell’umanità (dal greco oikos=casa e logos=parola, discorso); implica un totale cambiamento di prospettiva rispetto al pensiero attuale, una vera e propria conversione. Il cristianesimo, tra l’altro, è “ecologico” per natura: non è evangelico avvelenare la creazione e distruggerla; ovviamente scegliamo di essere “ecologici” nel pensare e nell’agire.
Facciamo la raccolta differenziata, ragioniamo sui nostri viaggi, rivediamo la nostra dieta, condividiamo il nostro giardino e la nostra casa, ma questo non coincide con la nostra salvezza: è una forma di rispetto per il Creatore. Questo è tutto. E anche se non dovessimo riuscire a salvare il pianeta dal nostro sciocco modo di gestirlo, il Signore sarà sempre lì a darci la sua parola di perdono e di amore. Certamente vale anche la pena di sforzarsi per non continuare a vivere in una gigantesca Geenna, ma ricordiamo che verrà per separare i vivi dai morti. Se proviamo a ripulire l’ambiente con dei palliativi, somiglieremo inevitabilmente a quelli che vogliono mettere del vino nuovo in otri vecchi o cucire pezze nuove su un tessuto vecchio.
C’è una grande differenza tra chi costruisce sulla roccia della speranza e chi sulla sabbia della ragion di stato o delle ragioni eco…nomiche e/o logiche.

Tutto questo, mi si potrebbe dire, cosa c’entra con la festa della Santissima Trinità?

Forse ci si aspettava una lezione di dogmatica…

Come costruire la casa comune?
In nome di un principio creatore di vita che riconosce pari dignità all’intero genere umano e a tutta la creazione: nel nome del Padre;

in nome di un’umanità che è consapevole di avere davanti a sé in ciascuno una persona da rispettare, curare e amare: nel nome del Figlio;

in nome della speranza, sostenuta dalla fede nel Figlio, che ogni uomo, nessuno escluso, è in potenza capace di bene, quindi anche capace di costruire la propria casa sulla roccia: nel nome dello Spirito Santo.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Lascia un commento