Alla ricerca del Risorto

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa
e c’era con loro anche Tommaso

12 aprile 2026 – II Domenica di Pasqua
At 2,42-47
Sal 117
1Pt 1,3-9
Gv 20,19-31

Chiusi nella stanza superiore e nella loro depressione, a porte e finestre chiuse, i discepoli rimuginano sul fallimento delle loro speranze.
Il dolore, il sentimento di sconfitta e la vergogna sembrano invadere e occupare l’intero campo del sentire, al punto da far perdere la capacità anche di immaginare che il Cristo possa risorgere.
Tutto quello che si può fare è tornare alla vita di prima.
I discepoli stanno pensando di tornare a fare i contadini dell’entroterra o i pescatori sul Lago di Galilea.

Nel bel mezzo di questa triste circostanza di vita, Gesù va loro incontro. Non bussa, non chiede permesso, non aspetta che siano pronti, non cancella nulla, non nega le proprie ferite, non presenta una versione ripulita di se stesso: sta. Sta, in mezzo alla sua gente.
Poco tempo prima Tommaso sembrava sospettare una sorta di allucinazione collettiva che aveva afferrato chi sosteneva di aver visto Gesù di Nazaret nuovamente vivo, ma ora gli sta davanti, mostra i segni della crocifissione ed è inoppugnabilmente vivente.

Il primo e più eloquente risultato della risurrezione è certamente il cambiamento radicale degli apostoli:
prima delusi dalla vita, dalla condanna di Gesù, dalla fine del Maestro, dalle loro stesse reazioni di terrore davanti alla possibilità di fare la stessa fine (cosa che avevano dichiarato con ingenua certezza di essere pronti a sostenere), all’improvviso si pacificano. Subentra la gioia, senso di reclusione, paura e ritiro giocano ormai un ruolo marginale. Aprono porte e finestre ed escono allo scoperto. S’incamminano per il vasto mondo per andare a raccontare quel che hanno visto, udito, sperimentato. Questi uomini, prima apparentemente codardi, saranno invece capaci di difendere il messaggio del Nazareno anche se perseguitati, torturati, bruciati, uccisi. Al mondo attonito, allibito, loro parlano di un Dio solidale, che dona la vita, perdona e risuscita.

La comunità pasquale non è una comunità pacificata, consolata, e poi basta, fine della storia e continuazione in un eremo solitario. No, la comunità pasquale è una comunità inviata a testimoniare l’inaudito a costo della sopravvivenza su questa terra. Questo è ciò che hanno fatto Pietro, Paolo e gli altri, non perché siano diventati improvvisamente forti – lo sono ancora poco e lo si vede – piuttosto perché sono stati chiamati prima, e raggiunti dopo. Da chi? Da Gesù di Nazaret, il Messia, il Figlio di Dio, il Cristo Risorto. Non dobbiamo, e forse neanche possiamo dimenticare il nucleo incandescente e al contempo liberante che risiede al cuore del mandato. Possiamo solo arrenderci all’evidenza che pace, riconciliazione e missione sono segni della presenza del Cristo vivente oggi e per il futuro.

I temperamenti e le sensibilità sono molto diversi: Pietro è lento a credere, un altro più veloce, Maria Maddalena vede attraverso le lacrime, Tommaso è più razionalista. Ognuno va per la sua strada, ma accompagnato da una Presenza che trasforma persone e circostanze attraverso l’amore, il perdono, la speranza e istituisce al cuore della vita la dimensione della testimonianza.

La fede pasquale non nasce da un lieto fine astratto e non nasce in condizioni di vita ideali.
Nasce all’interno di porte sbarrate, paure, richieste di verifica, resistenze. Proprio lì il Cristo vivente si manifesta, dona la pace, mostra le Sue ferite e rimette in movimento.

NB: in copertina: Anonimo, La soglia. L’ombra e lo specchio.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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