Fino alla fine

Ed ecco, il velo del tempio
si squarciò in due,
da cima a fondo,
la terra tremò,
le rocce si spezzarono

29 marzo 2026 – Domenica delle Palme

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mt 26,14-27,66

La Passione di Gesù Cristo, non è un reportage, né una cronaca giudiziaria, ma l’ultimo passo della vita in un mondo che si muove in senso contrario al bene. Quest’ultimo passo comporta il sacrificio di un innocente.

Fin dall’inizio Gesù di Nazaret ha vissuto in tensione verso la “sua ora”, senza ignorarne il compimento: era necessario il suo sacrificio nel mondo – da innocente – per rivelare all’uomo il verso del proprio cammino e la verità sul suo Dio.
Mentre è relativamente facile comprendere che l’odio portato all’estremo genera la morte, non sembra altrettanto facile comprendere che l’amore portato all’estremo genera la vita.
Può sembrare strano, ma è così. Di più: è un’evidenza, spesso “rinnegata” anche dai migliori.
Tutti coloro che furono complici della condanna a morte del Nazareno non furono in grado di liberarsi dall’odio.
Ma i discepoli, che amavano Gesù?

Noi, come discepoli, dovremmo chiederci a quale punto del percorso verso l’amore ci troviamo. Questo è il senso ultimo dell’“ora compiuta”.
Ci ha forse migliorato?
Sì, perché la buona novella è stata uno spartiacque nella storia dell’umanità; ha frantumato in molti la convinzione di non potersi sottrarre alla logica dell’odio. Non in tutti.
Per qualche oscura ragione ci sono uomini e donne che non amano il prossimo: non tutti vogliono essere liberati dalle catene dell’odio. Le guerre ne sono la prova più evidente, rappresentano il vano tentativo di cancellare l’altro e ubbidiscono alla logica dell’odio e della schiavitù.

Il Cristo ha aperto una nuova strada, rischiosa, non c’è dubbio. Chi desidera seguirlo sa che l’amore può comportare il peso di una croce da portare: non essere corrisposti. Tuttavia, amatevi l’un l’altro come io ho amato voi non è una parola qualunque.
Essere cristiani non vuol dire coltivare la sofferenza, i sensi di colpa o il bisogno di espiazione. Tutte queste cose vanno, semmai, in direzione dell’odio verso se stessi. Cristo ha aperto una strada completamente diversa, invertendo la rotta: si può amare, anche al prezzo di un rifiuto che uccide.

I modi umani di crocifiggere il prossimo sono innumerevoli ed è forse più semplice parlare di chi è crocifisso, piuttosto che essere consapevoli delle responsabilità e dei modi della crocifissione.
Ovunque e in ogni tempo, e da molto prima degli ultimi duemila anni, le persone hanno eretto molteplici croci per i propri simili.
Col fluire del tempo cambiano i modi, ma la sostanza rimane. Per esempio, intere popolazioni vengono affamate allo scopo di renderle più “produttive”, sono così condannate all’ignoranza e alla miseria. Oppure, vengono organizzati massacri per acquisire e/o mantenere un potere che sfugge. “Quando mangiano il loro pane, mangiano il mio popolo…” (Salmo 14,4) – Cristo si unisce liberamente a coloro che vengono divorati, perché Lui stesso è la via e la vita. Non siamo soli nelle nostre prove. Lo sappiamo, ma non ci consola.
Neanche Gesù si è consolato, lo possiamo ascoltare mentre dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Eppure, Cristo vive in noi anche nella più grande angoscia, è sufficiente non opporvisi e accoglierlo. Lì è la salvezza, lì sarà la risurrezione. Questo è precisamente ciò che Cristo fa donando la sua vita a coloro che vogliono togliergliela, senza opporsi e abbandonandosi alla volontà del Padre.
La croce di Cristo rende manifesto l’amore infinitamente più potente dell’odio.

A chi estrae la spada per difenderlo, ordina di rinfoderarla.

NB: in copertina, Anonimo, Mt 27,51.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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