“Liberàtelo e lasciàtelo andare”
22 marzo 2026 – V Domenica di Quaresima
Ez 37,12-14
Sal 129
Rm 8,8-11
Gv 11,1-45
La risurrezione di Lazzaro è uno dei testi più destabilizzanti del Vangelo; non tanto per ciò che narra — un morto che torna in vita — ma per le interpretazioni che inevitabilmente provoca.
È un racconto che costringe a prendere posizione.
Ci sono letture che cercano di “normalizzare” il miracolo. La prima: si tratterebbe di una guarigione. Lazzaro non era davvero morto, ma in uno stato simile alla morte. Gesù lo avrebbe semplicemente “risvegliato”. La seconda: il miracolo è reale, ma manca ancora una spiegazione scientifica, oggi, come ai tempi di Lazzaro, non la conosciamo, domani forse sì.
Entrambe queste letture hanno un tratto comune: ridurre lo scandalo, rendere il racconto compatibile con un orizzonte già noto.
Il testo di Giovanni, però, insiste proprio sul contrario: Lazzaro è veramente morto e sepolto, da ben quattro giorni, non c’è equivoco possibile; se si elimina o si “normalizza” il dato, si manipola il cuore del racconto.
Sono anche possibili interpretazioni di natura spirituale e qui tutto diventa più interessante.
Gesù, l’uomo di Nazaret, piange. Non è un dettaglio secondario, io credo in questo consista il cuore del racconto.
Gesù piange con Maria e la sua commozione non è generica, ha due radici precise: l’amicizia con Lazzaro e con le sue sorelle e l’indignazione davanti a un mondo che considera definitivamente “morto” ciò che non capisce più, ciò che non può più gestire.
Questo secondo punto è decisivo, qui siamo al centro della questione: l’abitudine tutta umana di dare per morto ciò che non si riesce a gestire. La morte, nel racconto, non è solo un evento biologico, è anche un modo di guardare l’altro. Quando la comunità dice: “è finita”, in realtà sta compiendo un gesto funebre: sta chiudendo qualcuno o qualcosa in un sepolcro, sta seppellendo.
Allora le parole di Gesù acquistano un significato preciso: “Lazzaro, vieni fuori!”. La morte diventa dimostrazione di una verità possibile: la liberazione per un mondo precocemente senza vita, che preferisce seppellire anziché liberare.
Gesù non è venuto al mondo per incarnare questa logica, non accetta che il mondo riduca l’uomo al nulla.
Il racconto di Giovanni, per me, non ha lo scopo primario di provare il super- potere divino dell’uomo Gesù, ma di rendere manifesto il tipo di relazione al quale aspiriamo forse tutti.
Lazzaro, dopo essere stato dichiarato morto, fasciato e sepolto, torna alla vita perché Gesù si commuove.
Il pianto di Gesù Cristo non è un gesto tecnico, non è una formula, non è un rito: è l’atto libero di un uomo-Dio che ama i suoi amici, il suo pianto nasce da una relazione antica e profonda.
Così il senso del miracolo diventa chiaro: la resurrezione del corpo è possibile quando l’amore di Cristo ci coinvolge fino in fondo nella nostra vita quotidiana.
Rovesciando la prospettiva, potremmo dire che il Cristo incardina nell’amore la Sua relazione con l’uomo in maniera reale, concreta. È questa qualità del legame tra Dio e la sua creatura che commuove Gesù e rende possibile ciò che altrimenti resta impossibile.
Non è una teoria, è una questione di amore e fraternità.
La fede in un Dio creatore dell’universo, cambia completamente il problema logico: se Dio crea l’essere, perché dovrebbe essere incapace di ridare vita a un corpo?
Il dubbio, a questo punto, non è più razionale. La fede è una scelta di campo, non è una disputa tra scientisti o razionalisti o tra agnostici e sedicenti miracolisti, spalanca le porte sul senso della vita. “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5) ci sentiremo chiedere nel mattino di Pasqua.
NB: in copertina, Anonimo, La Resurrezione di Lazzaro.