Quando arrivano gli angeli?

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

22 febbraio 2026 – I Domenica di Quaresima

Gen 2,7-9;3,1-7
Sal 50
Rm 5,12-19
Mt 4,1-11

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

Il racconto delle tentazioni si chiude così. Non con un duello spettacolare, non con un urlo, non con una maledizione cosmica. Si chiude con un allontanarsi e un avvicinarsi: il diavolo se ne va, gli angeli arrivano.
È una scena di spostamenti interiori prima ancora che esteriori, l’aria cambia.

Quando si parla di tentazioni, la mente razionale commette quasi sempre lo stesso errore: guarda la scena dalla parte del tentato, e allora ci domandiamo: chi è stato tentato? Perché ha ceduto?
Quanto è stato forte? E soprattutto: chi è il colpevole?
Fin dall’inizio, nel giardino, funziona così. Adamo: non è colpa mia, è stata la donna. Eva: io non c’entro, è stato il serpente. Ecco il grande scaricabarile della coscienza, per cui il tentatore è sempre un altro e la responsabilità è sempre altrove, così la tentazione diventa una specie di incidente subìto, qualcosa che capita addosso. Ma il termine greco che Matteo usa – πειρασμός (peirasmòs) – non indica soltanto una seduzione maligna, indica una prova, un banco di verifica, una situazione in cui emerge chi sei davvero.
E qui il quadro cambia. Ogni prova implica una dinamica concreta. X agisce e Y subisce, oppure X e Y si accordano per fare ciò che vogliono, in barba alla giustizia.
La tentazione non è un’idea astratta: è sempre una torsione del rapporto tra X e Y, caratterizzata da qualcuno che usa e qualcuno che viene usato e comunque da chi piega la realtà a proprio vantaggio. In fondo è una questione di gestione del potere. Le tre tentazioni nel deserto ruotano tutte intorno a questo:
– usare il proprio potere per se stessi;
– usare Dio per metterlo alla prova (per forzarlo);
– usare l’adorazione (adulazione) per ottenere il dominio sul mondo.
La logica è sempre la stessa, piegare ciò che sembra giusto perchè ci conviene.

Cristo non entra in questo gioco. Non discute sul piano del potere. Non si mette sulla lunghezza d’onda di X che vuole imporsi, né su quella di Y che si giustifica o si lamenta.
Risponde con una parola che non inventa: la prende dall’Antico Testamento. Per Lui è la Parola del Padre, per i cristiani è Parola di Dio. In ogni caso, sono parole che precedono il desiderio, lo misurano, lo valutano. Non dicono: “Non posso.” Non dicono: “Non è colpa mia.” Dicono: “Sta scritto.” Il Cristo non si sottrae alla prova, ma la attraversa per quaranta giorni, restando dentro un’alleanza.
E allora succede qualcosa di sorprendente: il diavolo lo lascia, non viene distrutto, non viene fulminato, semplicemente il diavolo perde presa, perché non trova appiglio.

La tentazione vive dove trova complicità, paura, giustificazione, autoassoluzione, e quando trova una coscienza che si orienta alla giustizia invece che al vantaggio, si svuota, si dilegua.
Subito dopo – ed ecco il colpo d’ala di Matteo – si avvicinano gli angeli, simbolo della Parola, quella che ha parlato a Giuseppe, a Maria, a Pietro, a Paolo e che parla anche a noi.
È come se il Vangelo dicesse: non è che il mondo sia popolato alternativamente da diavoli o da angeli, dipende da dove guardi e da come ti orienti.
Se la mente è ossessionata dal sospetto, dalla difesa, dalla ricerca del colpevole, vedrà diavoli ovunque. Se invece si occupasse della giustizia, dell’ordine buono delle relazioni, comincerebbe a vedere altro: sostegno, servizio, presenza.
Gli angeli “lo servivano”, perché il servizio è la risposta alla logica del dominio: dove nessuno vuole dominare, qualcuno può finalmente servire.

Forse i diavoli li abbiamo soprattutto in testa, sono le logiche con cui interpretiamo la realtà.
Se smettiamo di giocare alla colpa e iniziamo a misurarci con la giustizia, cambia la scena: il deserto non scompare, ma l’aria si fa respirabile.

E allora accade anche a noi, in piccolo: il diavolo lascia e gli angeli si avvicinano.

Alla fine di questo discorso mi è tornato alla mente un passo scritto da S.Teresa d’Avila nel Libro della mia Vita, attorno al 1565 (capitolo 25, paragrafo 22), sono andato a rileggermelo e lo copio qui:

“Piaccia al Signore ch’io non sia di costoro, ma che, Sua Maestà mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, per onore ciò che è onore, per diletto ciò che è diletto, e non tutto il contrario. Un gesto di disprezzo a tutti i demoni e avranno paura di me. Non capisco le paure di chi grida “Demonio! Demonio!”, mentre potremmo dire: “Dio! Dio!”, e far tremare tutti gli spiriti maligni. Sì, perché sappiamo ormai che non possono muoversi se il Signore non lo permette. Perché, dunque, nutrire questi timori? È fuor di dubbio che io ormai ho più paura di chi ne ha tanta del demonio, che del demonio stesso, perché lui non mi può far nulla, mentre costoro, specialmente se sono confessori, possono arrecarmi gran turbamento. Infatti io ho passato alcuni  anni in così gran travaglio che ora mi meraviglio di come l’abbia potuto sopportare. Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!”

NB: in copertina, Anonimo, Quando arrivano gli angeli

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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