Indignazione

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino

7 dicembre 2025 – II Domenica di Avvento
Is 11,1-10
Sal 71
Rm 15,4-9
Mt 3,1-12

L’inizio di un messaggio è importante, dall’incipit si può capire il succo del discorso: “razza di vipere!”: è la voce dell’indignazione ad animare le parole del Battista.
Non è un incipit molto amichevole, va contro le comuni regole della buona creanza, non è fatto di parole gentili e non è il massimo per instaurare una relazione di fiducia. Il Battista si rivolge a sadducei e farisei senza mezzi termini.
L’invettiva è oggi una spirale discendente collettiva con conseguenze drammatiche.

Ma quali caratteristiche rendono “vipere” farisei e sadducei agli occhi del Battista?
I primi sono quelli che si concentrano su norme, consuetudini e tradizione orale, i secondi costituiscono una specie di élite aristocratica, concentrata sulla legge scritta, negante resurrezione, angeli e vita eterna. Nei vangeli, farisei e sadducei sono quelli che hanno autorità sul popolo, e la esercitano in modo presuntuoso, ipocrita e sprezzante. A questi è riservato l’appellativo di “vipere”, animali striscianti e velenosi. Siamo sicuri di essere esenti da simili atteggiamenti? Se ne siamo esenti, quanto diventiamo radicali come il Battista confrontandoci con gente simile, quanto rimaniamo indifferenti o quanto siamo “complici”?
Potremmo per esempio dire “razza di vipere” a chi attenta alla libertà di stampa? A chi nega la validità del diritto internazionale? A chi progetta leggi solo per eluderne altre? A chi cavalca la menzogna per piaggeria e collusione col potere? A chi scala le istituzioni senza averne le competenze?
Giovanni sfida questo tipo di persone tanto sulla coerenza, quanto sulla capacità veritativa dei loro assunti. Molti tra farisei e sadducei vanno da lui sulle rive del Giordano per farsi battezzare: evidentemente fingono, se Giovanni li apostrofa così duramente, per smascherare la menzogna. Li sfida anche sull’autenticità e la legittimità della loro identità: “non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’”.
Rivendicare una “posizione” anche culturale nel proprio albero genealogico non ha di per sé alcun valore se se ne contraddice l’etica di base. Non esistiamo come membri di una genealogia, ma come partecipanti attivi di una fraternità contemporanea. La nostra identità culturale e religiosa non è uno scudo protettivo e legittimante che salva la faccia davanti a qualsiasi contraddizione.

C’è infine un’altra osservazione essenziale: Giovanni, inserendosi nella tradizione profetica biblica sfida proprio i potenti, gli arroganti che a lui si rivolgono, per metterli davanti alla verità della loro condizione e offrire una possibilità di conversione. Non esita ad evocare il rischio che l’ira di Dio si abbatta sulle teste degli operatori di iniquità e aggiunge, amplificando il tema: “Colui che viene dopo di me […] è più forte di me. […] Egli ha in mano il ventilabro e separerà il grano dalla pula. Raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”.
L’espressione “razza di vipere” non è sola prerogativa del Battista, infatti, anche Gesù la adopera, rendendo la sua lingua insolitamente tagliente nella condanna. La parola del Nazareno è importante, ha peso, ed è capace di soppesare le parole altrui. Se non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla sua bocca (cfr Mt 15,11), possiamo pensare che la vipera dalla lingua biforcuta, sia uno stretto parente simbolico del serpente che fin dall’inizio ha corrotto l’umanità.
Questa “lingua biforcuta” è il pungiglione che separa l’umanità da Dio e la rende volatile come la pula: le parole velenose sono impurità senza peso destinate a finire nel nulla.
Il Battista prima e il Nazareno dopo ci insegnano a soppesare le nostre parole e quelle dei nostri interlocutori.
“Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34); molti farisei e sadducei andarono sulle rive del Giordano ad ascoltare e a farsi battezzare da Giovanni, quel Giovanni che poi fu decapitato forse per tagliare la testa alla parola vera; molti poi seguirono Gesù, che fu crocifisso dalle false accuse di tutte le lingue velenose che in nome del proprio interesse, e forse di una grande atavica paura dell’Eterno, barattarono l’antidoto con il veleno, la verità con la falsità, l’eternità con la caducità, la libertà con la schiavitù.

Cristo non è un giudice terribile e vendicativo, è l’Eterno che viene a condividere la vita degli uomini, perché gli uomini hanno ineludibilmente bisogno della grazia di Dio e di sentire la Sua presenza per non essere pula spazzata dal vento.
Abbiamo iniziato con l’espressione d’indignazione di Giovanni Battista, e ora concludiamo – o meglio iniziamo nuovamente – solo pochissimi versetti più avanti, con le parole di Dio stesso su Gesù: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3,17).
Dall’indignazione all’azione; l’avvento è anche questo, un altro nuovo inizio.

NB: in copertina, Anonimo, L’indignazione del Battista

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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