«In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso»
23 novembre 2025 – Cristo Re
2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43
Quanto tempo restava da vivere a quei tre uomini sulla croce? C’era ancora del tempo per qualcosa? E per cosa? Osare ancora vivere, anche negli ultimi istanti, o abbandonarsi all’ineluttabile fine?
“Oggi sarai con me in paradiso”.
Quei tre uomini stanno morendo di una morte lenta e infame e uno di loro promette per l’oggi, per l’adesso stesso dell’agonia e della morte, il paradiso.
Come immaginare un evento simile e la prosecuzione dello scenario promesso?
Noi siamo tutti “al di qua” e immaginiamo la scena dalla parte del nostro tempo sulla base di ciò che sappiamo o crediamo di sapere: sappiamo della deposizione, di Giuseppe di Arimatea, delle donne, di Giovanni e di Maria e di tutti gli altri che sono fuggiti.
Dov’è, dunque, il paradiso in cui si trovano Gesù e il buon ladrone?
Difficile immaginare il paradiso!
Luca usa proprio questa parola: “paradiso” e lo fa mentre racconta la Passione.
Si tratta forse di quella condizione che descrive al capitolo 16, al versetto 22. Il paradiso è quel luogo di consolazione – il “seno di Abramo” – in cui si trova Lazzaro, che sulla terra sembrava un miserabile, sempre sdraiato ad elemosinare il pane sulla soglia della ricchezza?
Esiste l’idea che un certo tipo di paradiso sia promesso, solo dopo la loro morte, ai “diseredati”.
Ma la domanda vera, secondo me, è un’altra: il paradiso è per domani e comunque sempre per “dopo” o è per l’oggi? Qui leggiamo “Oggi sarai con me in paradiso”. Un “oggi” costretto da un verbo declinato al futuro…, l’unica prospettiva – puramente grammaticale – possibile dall’“al-di-qua”.
Credo che l’oggi di cui parla il Cristo non debba essere immaginato come un dopo-mondo temporale, un dopo-tempo. Il paradiso dev’essere un “fuori-tempo” noto “ora” ai viventi che lo abitano da un’altra prospettiva ai noi interdetta.
Succede però, purtroppo, che “dal di qua” nel nostro tempo e nel nostro mondo, ci sia chi si prende gioco dei viventi, siano essi vivi, morti o morenti. Costoro – quelli che sarcasticamente remano contro “la vita eterna”– stanno costruendo “ora” l’inferno per sé e per gli altri, proprio come il ricco epulone.
“Oggi”, il qui e ora, l’hic et nunc – l’ “adesso” per cui chiediamo a Maria di pregare per noi, oltre che nel momento della nostra morte – è l’oggi in cui lo Spirito del Dio vivente soffia vicinissimo e si fa presente anche ai vivi.
Questa non è una mia farneticazione: è la Parola di Dio ad affermare fin dentro l’esperienza dell’al-di-qua, il suo esserci, il suo essere presente, qui, attorno a noi, per noi. Ecco perché la fede è un consenso. Nessuno sarà trascinato per forza nella vita eterna, io credo… la libertà dei figli di Dio contempla anche la tragica, deliberata scelta, di rifiutare l’eredità.
L’esperienza del buon ladrone parte da un intimo consenso, semplice, senza tante elucubrazioni, nasce da un’intima adesione alla presenza del Dio vivente che sussurra: “Oggi sei con me in paradiso”: parola stupenda, parola del Vangelo, parola di Dio per chi ha la benedizione di ascoltarla, parola di vita per tutti, parola di vita per i viventi, parola di vita che risuscita.
Perché la parola “paradiso” non è usurpazione o rasserenante promessa?
Di fronte alle croci issate ci rendiamo conto che di quei tre uomini uno è innocente, il motivo della sua condanna è esposto sopra la croce per iscritto: “Re dei Giudei”.
Il diritto romano non condanna senza motivo, e il motivo della condanna, che viene esposto al nostro sguardo, non può essere quello, perchè non è un reato essere “Re dei Giudei”.
Il Nazareno è innocente: questa è la verità.
Come egli stesso dice, quelli che lo crocifiggono non sanno quello che fanno. Lui invece sapeva cosa stava facendo fin dal principio.
Lui ha deciso ogni sua azione, non è rimasto immobile davanti alla miseria, alla sconfitta o alla fame.
I “capetti”, i soldati, i violenti, i bulli, gli sciocchi sogghignano?
Lui non si è mai preso gioco di alcuno. Non ha mai riso di altri. Vedeva solo esseri umani, li guardava tutti, anche gli stolti, i traditori e le puttane. In ciascuno di questi vedeva la vita, ovvero l’incomparabile dignità dei viventi, la promessa del domani e del dopodomani, la necessità della risurrezione per volontà di un Dio creatore che chiamava Padre.
I soldati si divertono, la loro violenza è eccitata dalla debolezza di quell’uomo, lo dissetano con l’aceto, perché, nella loro viltà, affossati in un al-di-qua privo di speranza, non sopportano la regalità dell’innocente che perdona i suoi giustizieri.
Uno dei malfattori, crocifisso al suo lato, addirittura lo insulta, trovando tempo per l’irrisione pur in quella agghiacciante precarietà che lo riguarda orribilmente… anzi, per essere molto vicini al testo greco, lo bestemmia: “Salva te stesso e noi con te”, istigando al contempo i soldati: “Scenda dalla croce se è il Figlio di Dio”. La bestemmia consiste nel pensare che l’onnipotenza di Dio sia a libera disposizione di un essere umano, che possa essere usata da un essere umano.
Questo Re dei Giudei, un uomo che adempie la Legge e i Profeti, deve morire, di morte oltraggiosa, per aver individuato e denunciato ciò che di più morboso, violento e ingiusto caratterizza gli esseri umani, e – cosa insopportabile per i cosiddetti “empi” consapevoli, ma ipocriti, – aver perdonato la viltà del peccato contro la vita.
Guardiamo al “buon ladrone”, l’altro malfattore, nell’ultimo istante si inserisce nella corrente della vita, riconoscendo la verità della condizione che sta vivendo. L’incontro con la verità, quella che Pilato non capisce neanche come termine linguistico e con lui molti altri, si manifesta nell’unità del vivente e della persona, nell’esperienza dell’al-di-qua, che il povero Lazzaro subisce, il Re dei Giudei scegli, il buon ladrone scopre.
Dunque, è esattamente nel nostro al-di-qua, fino all’ultimo istante, che possiamo realizzare ciò che il buon ladrone ha realizzato. E allora, non avremo vissuto invano.
Si scopre anche che il buon ladrone non è crocifisso accanto a uno qualunque: il suo prossimo è Gesù di Nazaret, un uomo così vivo, che ha tanto amato i vivi e la vita, da poter nominare, anche nell’agonia, la vita, la vera vita, la vera unità della persona e delle sue azioni, un’unità che non toglie nulla a nessuno, unità che si dona e che vive di questa parola: “Oggi, in verità, sei con me in paradiso”.
Prego perché nessuno aspetti l’ultimo respiro per entrare nella vita del risorto e accorgersi della vera identità del suo prossimo.
Possiamo essere benedetti nella nostra vita, nella verità, ogni volta che lo Spirito si manifesta e si fa a noi prossimo. Possiamo essere già oggi, insieme con Lui, in paradiso. Sarà la folgorazione, la comprensione di un attimo, che illuminerà il resto della vita di tutti i giorni.
Non dev’essere un caso che dalle prime pagine della Bibbia si parli di un paradiso terrestre.
Celebrare Cristo Re dell’Universo è riconoscere e celebrare la regale dignità di ogni persona nella verità che unifica ogni essere umano.
NB: in copertina, Anonimo, Cristo Re dell’Universo