Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori
2 novembre 2025 – Commemorazione dei defunti
Gb 19,1.23-27
Sal 26
Rm 5,5-11
Gv 6,37-40
“Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori“: così dice il Cristo.
Se in linea di principio c’è la possibilità di essere cacciati fuori, allora deve esserci anche qualcuno che caccia fuori.
Se non è il Signore, chi è?
Fin dai tempi in cui Paolo scriveva, si è pensato che esista un’istanza accusatrice che parla all’orecchio dei mortali, svalutando i loro comportamenti e instillando dubbi e paure. Fu ben presto chiaro, dal grandioso inizio del Genesi, che è proprio il tentatore quello che provoca, sfida, svaluta, separa e fa cadere. Con il tipico stile strisciante, insinuante e sibillino, semina dubbi e paure per creare discordia e assoggettare l’umano. Perché? Perché è invidioso di Dio e sa di essere annientato dal Cristo.
Nel frattempo, è riuscito a prendere in giro quei due allocchi di Adamo ed Eva, che vivevano già in una condizione paradisiaca; nella grandiosa allegoria della tentazione per antonomasia, riportata all’inizio del Genesi, risiede tutto il dramma esistenziale dell’uomo e della donna di ogni tempo.
Oggi, abbiamo capito che il serpente non equivale solo a cause e motivi esterni, anzi, spesso si sovrappone alla nostra coscienza con accuse, condanne e sensi di colpa fuorviati che invece di aprire la via alla redenzione, tendono a distruggerne la possibilità.
Così siamo sempre noi non solo a fare del male agli altri, ma anche e prima di tutto a noi stessi.
Penso che in parecchi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito quella sgradevole vocina sussurrare: “Guarda che hai combinato, adesso è finita; sei un buono a nulla, non servi a niente.”
Si badi bene che il problema qui non è quello che la vocina dice, ma la nostra reazione. Di per sé, il senso di colpa per aver combinato qualcosa che non va, è un sentimento utile, ma solo se è uno strumento per lasciarsi rialzare. Se c’è una voce di condanna senza appello dentro di me, vuol dire che sono io ad auto-condannarmi, cadendo nel tranello demoniaco, perché non esiste nessuno fuori di me che può condannarmi per l’eternità. Il Cristo ha detto: “Colui che viene a me, io non lo caccerò”.
Nel vangelo è detto molto chiaramente che il compito del Cristo (cioè fare la volontà del Padre) è esattamente quello di assumere su di sé questa accusa, questa maledizione, questo “peccato del mondo” che consiste nel dare credito a quella voce falsa e tendenziosa che vuole dominarci.
E dunque, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31).
Pensiamo al figliol prodigo, giovane di belle speranze che, ridotto a relitto, torna a casa pensando di subire una meritata punizione. Con sua grande sorpresa si vede invece accolto a braccia aperte, accudito, rifocillato, vestito a nuovo e onorato con un sontuoso banchetto (Cfr Lc 15,11-32).
Dev’esserci un vitello grasso per ciascuno di noi, solo che si faccia un onesto esame di coscienza, che consenta un autentico pentimento. Smancerie, esili quanto disperanti autocommiserazioni, lamentele non giovano. Ci vuole del coraggio, certo, per guardare in faccia la realtà, ma soprattutto ci vuole la fede. Non mi rialzo da solo… ma il Cristo sta aspettando lì che io mi lasci rialzare…
San Paolo, tanto per fare un esempio alto, non è certo uomo che abbia riflettuto sulla bellezza dell’amore di Dio nella quiete del suo comodo studiolo. Le sue tribolazioni non sono un catalogo di difficoltà, ma il racconto di esperienze reali: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (Cor 11,24-28).
Ma in mezzo a tutto questo c’è una certezza: Dio non abbandona mai. “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.37-39).
Paolo usa le categorie del suo tempo: potenze celesti, segni astrologici, forze dall’alto e dal basso, angeli o demoni, che possono essere riletti oggi anche come tutto ciò che altera, intossica, inquina, deturpa la nostra vita, procurando angoscia.
“Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio”: ogni volta che respiriamo boccate di angoscia, perché nell’aria sembra essere finito l’ossigeno e ci sentiamo morire, la stessa certezza di Paolo può diventare la nostra.
La pietà raddrizza. La pietà sbriciola la menzogna e la paura, anche la paura del dolore e della sofferenza.
Oggi commemoriamo i defunti; ognuno di noi sa quanto i nostri cari ci mancano ed è anche facile che la nostra mente corra a quando ineludibilmente toccherà a noi. E se quel passo fosse un vero e proprio valico verso la pace? Un passaggio, niente di più, dal buio alla luce: “Io lo so che il mio redentore è vivo!”, “Chi viene a me, non lo scaccerò, dice il Signore.”
Di più: se fossimo certi di poter attraversare questo valico verso la pace e la pienezza della vita eterna, chi di noi avrebbe più l’oltracotanza di segnare confini su questa terra di ostacolo ai nostri simili?
Siamo eredi di un lascito d’infinita bontà: “Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” (Gv 6,37).
Cristo ha creato un valico tra la sua divinità e la nostra umanità, perché noi tutti potessimo raggiungerlo. “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace.” (Ef 2,14-15).
Eredi di questo enorme lascito di speranza per tutta l’umanità, che ha cambiato una volta per tutte il nostro modo di stare al mondo, dobbiamo imprimere nella memoria nostra e dei nostri figli che l’invidia della libertà non ha fatto registrare la scomparsa di Dio e che non intendiamo sottostare alla diabolica mancanza di fiducia dei detrattori della vita.
La voce, che a livello più generale, sia politico che strategico, sta debilitando le menti e i cuori di una parte dell’Europa e del mondo occidentale, deve essere urgentemente sostituita dalla consapevolezza di aver già conseguito e goduto di una libertà e di un’accoglienza che ora, in varie forme, si vuole negare ad altri.
L’attraversamento dell’ultima frontiera non è la morte; l’ultima frontiera è rappresentata da quella sciocca superbia che ci fa sentire addirittura grandi peccatori, se non può farci credere di esser stati grandi santi. La morte non è la dogana, cui pagare il dazio, e soprattutto Dio non è l’addetto alle verifiche dei passaporti. “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). Ora, possiamo finalmente dire, con Giobbe e a gran voce:
“Io so che il mio redentore è vivo!” (Gb 19,25).
NB: in copertina, Anonimo, Commemorazione dei defunti