«O Dio, abbi pietà di me peccatore»
26 ottobre 2025 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Sir 35,12-14.16-18
Sal 33
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14
Due uomini, un fariseo e un pubblicano, salgono al tempio per pregare; tutto sembra sottolineare la contrastante posizione esistenziale dei due: il fariseo è uno che si sente “a posto”, “perbene”, degno di ricevere onori e degno dell’amicizia di Dio, il pubblicano invece sa di essere un peccatore, si mantiene un po’ distante, esita, proprio perché si sente tutt’altro che “a posto”, tutt’altro che in pace con la coscienza e si batte ripetutamente il petto.
Il comportamento dei due non è poi così scontato da analizzare; in fin dei conti il primo è un uomo irreprensibile, prega, medita, va al tempio, non sembra malevolo. È forse sbagliato digiunare due volte a settimana, versare la decima, essere onesti, giusti e scrupolosi? Certo che no, ma allora cosa proprio non funziona in quest’uomo?
E il secondo, il pubblicano? Cosa c’è di bello nella sua storia? È forse un modello da imitare? Collabora con i romani e il sistema fiscale dell’epoca gli permette di arricchirsi scandalosamente a danno della gente comune. Forse esercita loscamente la sua professione e il suo modo di pregare sembra un po’ teatrale; che stia recitando una commedia?
Gesù, che certo non indulge in lezioserie moralistiche, sembra assolvere l’uomo quasi troppo velocemente, come se si trattasse di un caso chiarissimo ed esemplificativo del nuovo ordine delle cose. In genere, quando racconta le sue parabole, Gesù spinge i suoi interlocutori ad esercitare una sorta di spirito critico e il più delle volte conclude il racconto con una domanda o un commento che inducono alla riflessione. Qui non è così, la parabola si conclude con un’affermazione perentoria: “Chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato”. Non interessa affatto cosa ne pensa l’uditorio: il pubblicano è riconosciuto giusto, il fariseo no.
C’è il rischio di rimanere disorientati? Allora dobbiamo dedurre che il bene non è sempre così bene e il male non è sempre così male?
È necessario comprendere in profondità che il buon ebreo virtuoso non è giustificabile, solo perché si sente perfetto e in ogni caso migliore degli altri. Con questo atteggiamento pestilenziale squalifica il resto del mondo e distrugge ogni possibilità di fratellanza.
Egli mostra, ostenta, giudica e fa spazio alla bestia di superbia priva di carità che ha occupato il suo essere. Si rivolge a Dio a testa alta, come fosse un suo pari; è pronto a valutare al ribasso il prossimo, mentre precipita rovinosamente dall’inutile piedistallo sul quale si è tronfiamente collocato.
Da questo brevissimo brano, trasuda l’ego ipertrofico del fariseo, quell’IO straordinario che fa tutto benissimo e meglio degli altri, mentre rimbomba come il misero ragliare di un mulo testardo.
E il pubblicano? Lui, semplicemente, non corre questo rischio, perché sa già di essere un asino!
Non è innocente, e lo sa. Non si aspetta nulla dagli uomini. Neanche ha reclami da fare a Dio.
Ha coscienza di essere un peccatore e tuttavia si espone a Dio così com’è, tenendosi a rispettosa distanza, in secondo piano, conoscendosi indegno di Dio.
Questo lo rende profondamente diverso dal fariseo. Lui non è migliore o peggiore del fariseo, ma ha la piena avvertenza della sua irrimediabile fragilità ferita.
Quella fragilità ferita che ha piena avvertenza di sé troverà grazia agli occhi di Dio.
Né i peccati, né le virtù altrui ci rendono migliori o peggiori di quel che siamo.
Riconoscersi peccatori è una grazia, è il dono che apre la via verso la pace con se stessi, con gli altri e con Dio. Solo perché perdonati, possiamo seguire le orme di Cristo.
Possa ciascuno di noi ricordare sempre che per ogni istante di vita c’è un futuro possibile di redenzione e di pace; vale per il pubblicano che torna a casa giustificato, ma vale anche per il fariseo, ancora smarrito nella sua autosufficienza.
NB: in copertina, Anonimo, Il fariseo e il pubblicano