«Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.»
28 settembre 2025 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Am 6,1.4-7
Sal 145
1Tm 6,11-16
Lc 16,19-31
La parabola di oggi potrebbe essere fraintesa come una rappresentazione dell’inferno e del paradiso. Il racconto potrebbe anche essere scambiato per un libretto di istruzioni su come andare da una parte o dall’altra, giungendo alla superficiale conclusione: futura felicità per i poveri e guai ai ricchi! Quindi, meglio non fare nulla per i poveri perché si correrebbe il rischio di privarli di un paradiso certo e meglio non dire nulla ai ricchi perché poi, alla fine, anche i ricchi hanno le loro disgrazie sulla terra.
Sarebbe saggio non lasciarsi impressionare neppure dalla dinamica premio/punizione, questione che rischia di mettere in imbarazzo sia chi vede nella sventura una giustizia trascendente, sia chi considera le istituzioni mezzi per affermarsi.
Trovo ci siano diverse considerazioni da fare, pittosto che speculare su cosa accadrà all’uno o all’altro in quel lassù tanto distante dalle nostre preoccupazioni di quaggiù.
Tra le scelte possibili qui ci sarebbe, per esempio, anche quella di dare abbastanza per vivere a coloro che sono alla nostra porta e che non hanno assolutamente mezzi per ottenere ciò che è necessario neppure per la semplice sopravvivenza. Credo comunque, che il “peccato” del ricco epulone non sia quello di banchettare lautamente, ma di ignorare chi non può farlo.
A scanso di equivoci, penso anche che questa parabola non si occupi di diaconia e servizio da rendere ai poveri; tra l’altro non ci sarebbe bisogno di andare in chiesa per prendere coscienza della miseria o della povertà e dell’urgenza di alleviarla. La differenza tra la posizione di un credente e di un non credente sta nella motivazione di fondo. Tu puoi essere buono, immedesimarti nel dolore altrui, volerlo alleviare anche se non sei cristiano. Il cristiano, oltre ad avere lo stesso desiderio, vede in quella sofferenza la continua crocifissione del Corpo di Cristo. Non voler alleviare le sofferenze degli ultimi equivale per un cristiano a non amare il Signore.
In questa parabola, tuttavia, il ricco epulone, sia pure troppo tardi, ricorda in un istante ciò che per tutta la vita aveva cercato di dimenticare. Purtroppo neanche l’idea “postuma” di aiutare altri può ormai più servire, né a lui, né ad altri. E, sia detto tra parentesi, risulta anche strano che tratti Lazzaro come un galoppino…: “Manda Lazzaro…”.
In realtà avvenimenti o circostanze della vita possono svuotare ciò su cui si pensava di aver capitalizzato e… riempire altri contenitori. Questa è la triste storia di un personaggio emblematico che arriva a considerare possibile il miracolo di una risurrezione, utile per la salvezza dei fratelli, ma decisamente troppo tardi.
Penso che il racconto vada preso così come è dato; la conclusione è che chi non ascolta né Mosè, né i Profeti non sarà mai trasformato, non cambierà mai la propria visione, né la propria vita, perfino se qualcuno risuscitasse a dimostrargli l’imprescindibile necessità di un cambiamento.
Trovo abbastanza folle scrivere una cosa del genere, perché equivale a dire che la risurrezione di Cristo – quella verso la quale noi tutti camminiamo – non ha mai, in quanto miracolo, trasformato alcuno. Luca sembra suggerire che alla risurrezione salvifica del Cristo si può aderire solo ascoltando Mosè e i Profeti; sembra dire ai suoi interlocutori intrisi di cultura ebraica, che nella loro tradizione c’è già tutto ciò di cui hanno bisogno per accogliere la “follia” dell’annuncio di risurrezione.
Che significa ascoltare Mosè e i Profeti? Ascoltare un insieme di dottrine, di belle parole, di riti sublimi, di sacrifici antichi e sanguinosi? Non penso.
Ascoltare Mosè e i profeti è ricordare, vivere e raccontare; è svuotare la testa da tutte le corazzate certezze interpretative, per accorgersi della vita che parla, mormora e a volte grida. Ascoltare Mosè e i Profeti vuol dire ascoltare, umilmente e risolutamente, la nostra e altrui vita che scorre prima che sia ripresa, prima che sia troppo tardi. La vita c’è finché non finisce; è necessario farsi capaci di questa unità indissolubile di vita, morte, speranza e tempo, in cui – ora – siamo fragili, ma accompagnati.
La risurrezione si accoglie, o, vorrei addirittura dire, alla risurrezione ci si arrende, nell’ascolto di una parola antica come l’universo, ma ogni giorno nuova. Luca non si rivolge solo ai suoi contemporanei, ma anche a chi, oggi, è tentato di fare della risurrezione una dottrina in più, una dottrina concorrente, necessaria e sufficiente a superare qualsiasi altra veduta religiosa.
E se ascoltassimo veramente Mosè e i profeti?
Non ci piace parlare di conversione, come se la conversione fosse opera di un cristianesimo diverso dal nostro. Luca non esita a parlarne, e ne parla spesso, come di una trasformazione dell’intelligenza. Tornare a Dio, arrivare alla risurrezione, è tornare in vita, vivere, ricordando che ogni giorno, uno dopo l’altro, è dato, essenzialmente dato e ricevuto: questo, Lazzaro, non avrebbe mai potuto dimenticarlo, mentre il ricco epulone (scellerato) faceva di tutto per dimenticarlo. Anche chi è credente non potrà mai dimenticarlo, anche se le grandi istituzioni ecclesiastiche, sembrano talvolta moltiplicare gli ostacoli sul cammino della fede.
La vita è data, e tale è la risurrezione.
Data da chi? Diciamo che è sempre essenzialmente data dall’alto. Aggiungerei che è sempre data in seguito a parole ed atti di condivisione concreti e responsabili.
Dopo, quando la vita qui sulla terra finisce, nessuna nuova direzione è possibile, nessuna strada sarà percorribile, perché dopo la morte ci sarà un abisso invalicabile non solo tra il ricco e il povero, ma tra la morte e la vita. Oggi, invece, c’è un altro tipo di abisso che può essere ancora colmato tra l’epulone e Lazzaro, tra coloro che hanno tutto e coloro che non hanno niente, tra coloro che hanno tutto e coloro che anche hanno tutto e tra coloro che si fanno la guerra, mettendo di mezzo, guarda un po’, come sempre, i poveri. Chi non avesse ancora capito, rilegga Amos.
Veramente non ascolteremo i Profeti? Se non ora, quando? Forse dopo?
NB: in copertina Anonimo, Il ricco epulone e il povero Lazzaro