“Sappiamo…”

Nicodemo vede il Cristo crocifisso

Come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

Nm 21,4-9
Sal 77
Fil 2,6-11
Gv 3,13-17

Durante il vagabondaggio del popolo di Israele nel deserto, l’entusiasmo conseguente alla liberazione dalla schiavitù si esaurì e così il popolo cominciò a prendersela con Dio e con Mosè.
Giunsero poi in un’area infestata da serpenti e chi veniva morso moriva, probabilmente con la terribile sensazione di bruciare.
Si affrettarono allora a rivolgersi nuovamente all’uomo che parlava con Dio, e Mosè, intercedendo presso Dio, riuscì a salvarli, mostrando loro un serpente di bronzo, innalzato sopra un’asta (Cfr Nm 21,8), così come Dio gli aveva detto di fare.

Non vorrei che qualcuno perdesse tempo con considerazioni di “magia analogica”. Il senso della storia è centrato sulla possibilità che Dio dà a Mosè di guarire coloro che hanno perso il senso della realtà.
Il mio punto di vista esclude che Dio mandi terribili punizioni sui cattivi o sui mormoratori seriali. Se qualcuno, dopo l’avvento del Cristo, ancora lo pensa e lo predica, non mi riguarda; farsi testimoni di un Dio che mette alla prova, ed eventualmente punisce chi sbaglia, non può essere una norma di condotta morale; per convincersene senza troppe proiezioni delle proprie paure, basterebbe osservare come il male colpisca anche chi vive una fede senza ribellione, senza pretese e senza calcolo. Del resto, guardare da lontano un serpente di bronzo e guarire, oggi, avrebbe la stessa valenza del guardare da lontano un sacco di riso e sentirsi sazio.

Ciò premesso, immagino che Nicodemo andò a trovare Gesù, ragionando  con “la logica del serpente di bronzo”: dai “segni prodigiosi” che Gesù compie, si deduce che Dio sia dalla sua parte. È quanto basta per aprirgli una linea di credito e provare ad incontrarlo. Di notte. Per non perdere la faccia con i propri amici. La linea di credito è aperta in base ad una ricetta logica precisa: se Dio è il solo che può compiere prodigi e un uomo compie segni prodigiosi, vuol dire che Dio è con quell’uomo. Dio, dunque, è con Rabbi Jeshua.

Non che il ragionamento sia sbagliato, lo definirei un po’ “minimalista”; pensando un po’ più “in grande” se ne potrebbe trarre la conclusione che Rabbi Jeshua sia il messia tanto atteso.
Nicodemo, per ora, incastrato nel suo dualismo sillogistico, capirà molto più tardi cosa Gesù intendesse dire con le parole “nascere dall’alto”. Per ora rimane sulla logica “dal basso”, che riguarda le cose materiali, concrete, terrene, che sono davanti agli occhi, tanto che come un bambino fa un’osservazione quasi buffa: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”
Nicodemo non riesce a cogliere la metafora, perché “vede” un unico livello della realtà: i segni prodigiosi. Non ascolta ancora e non comprende il senso ultimo delle parole dette da Gesù. Per lui ha valore soltanto ciò che si può guardare con gli occhi, non il senso ultimo di ciò che si può ascoltare.
In generale, la realtà, per molti, è definita dai perché, dalle strategie, dai metodi, da ciò che si deve o non deve fare e da tutto ciò che uomini e donne possono comunque materialmente gestire, fare e produrre.
Lo straordinario, il prodigioso vengono considerati totalmente un’altra cosa, che riguarda Dio e basta; questa è l’esperienza materialista della religione. Gesù si pone davanti a questo con un pizzico di ironia: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?”
Le cose del cielo.” Un altro mondo? Di che si tratta? Chi ne ha mai sentito parlare?
Nicodemo è lì come qualcuno che sa già tutto, conosce ogni cosa, a tal punto che quando Dio in persona gli passa accanto, non se ne accorge: “Sappiamo che…”.
Prigionieri di tutto ciò che sappiamo, sappiamo anche così tanto sull’amore di Dio e del prossimo che, come Nicodemo, potremmo non accorgerci proprio di nulla. Rabbi Jeshua dice che è necessario rinascere dall’alto, prendere le mosse da quel mistero. Io credo che rinascere nello spirito significhi accorgersi con immensa meraviglia di quel che siamo, della costruzione stupefacente del nostro essere vivi, vedenti, udenti e parlanti e, come se ciò non bastasse, appartenenti alla comunità umana e immersi in un universo di cui sappiamo molto, molto poco. Solitamente non ci accorgiamo del senso di tutto questo: crediamo di sapere tutto, ma non sappiamo da dove veniamo, dove veramente stiamo andando e come e quando finirà la storia. Rimane lo stupore. E la gratitudine. E la possibilità di amare.

Dalla narrazione di Giovanni sembrerebbe che Nicodemo non sia destinato a rinascere dall’alto. Questo rinascere “diversamente” è ben altro che una ricetta; rappresenta un vivere non più ancorato soltanto alle causa e agli effetti. Quando affermiamo di sapere qualcosa questo riguarda semmai le nostre competenze, ma è certo che non sappiamo nulla di ciò che riguarda più da vicino e più intimamente la nostra origine e la nostra essenza. Non sappiamo nulla della vita, quel che abbiamo in mano sulla sua origine e sul suo “perché” dal punto di vista scientifico è ipotesi non dimostrabile.
Nascere di nuovo è accettare il rinnovamento dell’intelligenza, come diceva San Paolo e, forse, anche accettare l’illuminazione della ragione, come diceva Karl Barth.
La vita, quando ama, sfida ogni conoscenza e ogni ricetta preconfezionata. Nicodemo, competente senza risorse di sapienza, sembra destinato a non rinascere. Eppure, ci sono quelli che sono rinati dall’alto e somigliano molto a quello stesso Nicodemo che più tardi, all’improvviso, alla luce del sole, senza preoccuparsi di se stesso e di cosa potevano pensarne gli altri, andrà a difendere Rabbi Jeshua al sinedrio (cfr Gv) e, ancora, disprezzando le sacrosante regole della purezza, andrà sotto gli occhi di tutti ad onorare  il corpo del Rabbi torturato (cfr Gv 19).

Ci sono alcuni nel mondo di oggi, uomini e donne, che scelgono di vivere semplicemente, pienamente, risolutamente in nome della giustizia, della verità, del bene, del rispetto per l’altro. Sono vite che rifiutano l’inferno o il conforto dell’arida auto-reclusione: vite rinate dall’alto.
C’è chi testimonia la promessa vivendola, chi sfida il cielo e la terra, chi inventa e innalza per gli altri il serpente guaritore. Così facendo, afferma concretamente la speranza che anche chi ha deposto la vita, chi oggi striscia, può essere raccolto e domani ritrovato in piedi.
Finché in un essere umano rimane un respiro, è sempre possibile per lui alzare lo sguardo, accorgersi, credere e rinascere. E assaporare l’eterno potere di vita che Dio ha dato agli uomini, per puro amore, nel suo Figlio e nella sua Parola.

Mi rendo conto che potremmo sembrare un po’ folli ad affermare cose simili, ma la vita, che a guardare bene, senza vedere, sembra talvolta proprio senza capo né coda, è anche irragionevolmente meravigliosa.

Rimango comunque dell’avviso che se non fossi un po’ folle, non avrei mai neanche iniziato a scrivere Tramites: i nostri sentieri.

NB: in copertina, Anonimo, Nicodemo vede il Cristo crocifisso.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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