Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno
24 agosto 2025 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Is 66,18-21
Sal 116
Eb 12,5-7.11-13
Lc 13,22-30
Si salveranno solo poche persone? Questa è la domanda di un uomo a Gesù, che è in cammino verso Gerusalemme. Non sappiamo nulla di quest’uomo e neppure la ragione della sua domanda. Era preoccupato della propria salvezza o di quella di chi gli era prossimo? Tentava una riflessione astratta? Forse entrambe le cose.
Gli scritti del tardo giudaismo mostrano un certo pessimismo riguardo al numero dei salvati. Possiamo trovare preoccupazioni simili nel quarto libro di Esdra.
Spesso, oggi, le questioni attorno alla salvezza eterna sono soppiantate da questioni in apparenza più immediate: la famiglia, il lavoro, lo sport, il benessere fisico, il tenore di vita, la politica, la guerra o la pace. Chi osa ancora chiedersi quanti saranno i salvati?
Gesù risponde all’uomo con una misteriosa ingiunzione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”
Ci dobbiamo accontentare di sapere che servono sforzo e fatica.
La metafora della porta stretta si riferisce probabilmente a quella piccola porta, che tutti all’epoca conoscevano, situata nelle mura delle città accanto alla porta grande. Di notte, la porta principale rimaneva chiusa; quella piccola, atta a far entrare una persona per volta, permetteva alle guardie di verificare l’identità dei visitatori notturni e, se necessario, negare loro l’ingresso.
Forse la metafora della porta stretta è un modo per far intendere che la salvezza non opera collettivamente , ma riguarda ogni persona individualmente. Poco più oltre è scritto che gli operatori di iniquità non verranno riconosciuti. Lo sforzo principale sembra consistere, dunque, nel farsi operatori di giustizia. Resterebbe fuori dalle mura chiunque tentasse di entrare “di notte”, cioè chi agisse ingiustamente.
La porta stretta è la metafora dell’invito al ritorno alle proprie responsabilità, indipendentemente da qualsiasi appartenenza.
Nella risposta di Gesù appare “evidente” che non tutti saranno salvati in forza delle ragioni di appartenenza ad una determinata comunità umana. Senza troppi giri di parole sembra dire che si salveranno persone provenienti da tutti gli angoli della terra, e chi pensasse di avere il diritto di entrare per primo potrebbe avere l’amare sorpresa di essere ultimo. Rispetto a chi? Rispetto ad altri, stranieri, ma operatori di giustizia.
Per varcare una porta stretta, bisogna entrare uno alla volta, e senza “bagagli ingombranti”: non si entra per quello che si ha, ma per quello che si è. Veniamo riconosciuti in base a ciò siamo.
Chiedersi quanti saranno i salvati non è domanda pertinente al discorso evangelico, non è rilevante, a meno di non sentire il bisogno di tranquillizzarsi, pensando che tra tante altrui feroci ingiustizie, le nostre non sembrano poi così gravi. La porta stretta è sempre aperta, indubbiamente il passaggio non è comodo, tanto è vero che il termine adoperato per dire “sforzatevi” è “agonìzesthe”: lottate.
Ma cosa vuol dire lottare per farsi operatori di giustizia? Innanzi tutto nessuno nasce giusto, come nessuno nasce buono (cfr , Mt 19,17; Mc 10,18: Lc 18,19) e farsi operatori di giustizia è una scelta: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.” (1 Gv 3,17-18).
Nella lingua italiana il termine “giustizia” ha un primo significato: “Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”.
Le accezioni distributiva e retributiva appaiono molto legate alla cultura di tradizione greca e latina. Le Scritture bibliche, trattando di giustizia, dicono qualcosa di più.
Nella Bibbia la nozione di giustizia, a cominciare dal Primo Testamento, porta in sé, inestricabilmente collegate, l’accezione forense e l’accezione etica: i rapporti interumani non sono la mera occasione per verificare la giustizia di questo o quell’atto di un individuo generico, ma indicano la natura stessa della scelta di quella persona che ha deciso di agire in quel determinato modo. Giusto è colui che si sente in rapporto con l’altro, perché non lo reputa un estraneo e il suo atto è il risultato di quel modo di sentire, cioè l’azione in cui esso si esprime.
Non si fa giustizia perché si è giusti, ma si diventa giusti in quanto e fin tanto che si è operatori di giustizia. La giustizia è innanzitutto un concetto relazionale.
Soffermandosi sul lessico neotestamentario, si riscontrano circa trecento attestazioni a proposito dell’idea di giustizia e del suo contrario e dedicandosi alla loro lettura è possibile comprendere perché la giustizia biblica è relazionale, e non necessariamente distributiva e/o retributiva.
Tentare di essere giusti in senso biblico e, in particolare neo-testamentario, implica riferirsi ad un modello di giustizia improntato alla fedeltà rispetto alla scelta d’amore a favore degli esseri umani. Il modello d’uomo è senz’altro Gesù di Nazaret, ma, in ogni caso, chi tenta di essere davvero umano e di vivere da essere pensante sarà impegnato, sia egli di ispirazione ebraica, cristiana o di altra identità culturale, a chiedersi chi sia l’altro, quali siano i diritti fondamentali della sua persona e a battersi perché non avvenga che essi siano in alcuna maniera diminuiti o coartati.
Occorre il coraggio quotidiano di riconoscere la pari dignità di ogni persona vivente sul pianeta, qualsiasi sia la sua situazione e condizione esistenziale, senza se, ma, però o parentesi; è degno come ciascuno di noi chi è disabile, chi è in carcere, chi è nomade, chi arriva come profugo tra noi, chi a qualsiasi titolo è considerato diverso. Vedere questo non è scontato; si tratta di una forma di auto-educazione continua, lenta, progressiva, animata da pazienza attiva e perseverante di natura personale, culturale, etica, politica e spirituale.
Certo, l’altro riconosciuto nella uguale e pari dignità è diverso da noi; ma perché considerare la sua diversità con fastidio, come un pericolo e una minaccia da cui difendersi e non invece come un’occasione per aprire la mente e finalmente fare i conti con l’alterità di chi viene da luoghi geograficamente e culturalmente lontani, in cui norme, abitudini, costumi, valori, obiettivi esistenziali sono del tutto o ampiamente diversi da quelli delle civiltà frutto della cultura greco-latina ed ebraico-cristiana.
Questo confronto, scevro da ogni buonismo, paternalismo, debolezza o tentativo di sincretismo, implica, a cominciare dallo stabile soddisfacimento delle esigenze primarie di ciascuno, la volontà da parte di tutti di capire che cosa sia davvero irrinunciabile della propria identità culturale e/o religiosa e ricercare che cosa è condivisibile con chi è diverso da sé.
Chiunque cerchi di essere umano, dovrebbe misurarsi con questa semplice riflessione. E non soltanto rispetto al tema dell’accoglienza degli stranieri provenienti dal Sud del mondo, ma anche circa altre “diversità” oggi più evidenti che in altre epoche. Il contributo di bene che i credenti religiosi, in particolare la Chiesa, in tutti i suoi membri e in tutte le sue articolazioni confessionali, possono dare alla vita dell’umanità nell’aumentare il suo tasso di giustizia è tanto più rilevante quanto più chiaramente parte da una scelta etica di fondo: rifuggire dalla connivenza con i poteri forti del “mondo” che “spargono” ingiustizia a piene mani. La Chiesa, nello specifico, deve sempre ricordare a se stessa di non essere una setta di farisei, divisi dal mondo per essere bravi, divisi tra loro per la loro bravura, divisi in sé tra la propria bravura già acquisita e quella non ancora conseguita, divisi infine da Dio, al cui posto hanno messo il proprio essere bravi.
È invece un popolo di disgraziati e maledetti, che si sanno graziati e benedetti. Ciò che li unisce a Dio, in sé, con gli altri e col mondo, è il proprio limite accolto come luogo di comunione e dono reciproco, il proprio male accettato come luogo di misericordia e perdono ricevuto e accordato.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio (Lc 13,29) .
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