Chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto
Gn 18,20-21.23-32
Sal 137
Col 2,12-14
Lc 11,1-13
Gli apostoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare, vedendolo molto spesso assorto in preghiera. Ricevono una risposta chiara, coincidente con il Padre Nostro. È una risposta pratica con una forte connotazione filosofico-teologica. C’è anche un invito all’insistenza, simile a quella di uno che continua a bussare alla porta di un amico per chiedere aiuto.
Dovremmo insistere oltre il limite della “buona educazione”? Sembra proprio di sì.
Bussare, chiedere, cercare diventano quasi un’impertinenza ostinata e maleducata, ma un amico è qualcuno che possiamo permetterci di disturbare anche nel cuore della notte, o se sappiamo che è scontroso e di cattivo umore, altrimenti non sarebbe un vero amico.
Pregare è cercare, chiedere, bussare alla porta di Dio, anche quando non risponde o sembra non ascoltare.
Ma bussare perché? Cercando e chiedendo cosa?
Si noti che nell’esempio portato da Gesù chi bussa, chiede e cerca, lo fa allo scopo di ottenere “pane” per qualcun altro, che è andato a trovarlo e al quale non ha nulla da offrire.
Del resto, cosa mai potremmo chiedere per noi stessi nella logica evangelica? In pratica, noi dovremmo imparare a chiedere più per il nostro prossimo che per noi stessi, perché a nessuno sarebbe permesso vivere, se fosse solo.
Se andiamo a bussare in cerca di “pane”, non sappiamo “chi” aprirà e “se” e “cosa” ci darà, ma Gesù è risoluto nel dire che si tratterà sicuramente di “pane” buono da mangiare.
Il frutto della nostra preghiera è dono e, probabilmente, parte della risposta di Dio consiste nell’aprirci gli occhi sul tipo di relazione che abbiamo instaurato col nostro prossimo.
La risposta di Gesù si modella su un’eredità culturale già millenaria ai suoi tempi: come Giacobbe lotta con Dio fino all’alba, dicendo: “Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto”, così dobbiamo imparare a rivolgerci insistentemente al Signore. La preghiera è insistenza fino all’impertinenza, lotta per gli altri, vittoriosa per amore, come emerge anche dalla prima lettura.
Ma chi è allora questo Dio, che vuol essere pregato con ostinazione?
Pensi forse per un attimo, dice Gesù , che Dio Padre sarebbe meno amorevole con te di un qualsiasi normale genitore? Gesù pone questa domanda retorica, perché alcuni pensavano (e ancora pensano) che Dio possa essere anche fonte di malattia, di catastrofi, di morte e altri guai. Questo per Gesù non ha senso e lo chiarisce. Dio Padre non donerà mai qualcosa di velenoso come uno scorpione o una tentazione ingannevole come un serpente, perché il Creatore non è la fonte del male. Se proviamo rabbia, delusione o abbiamo dubbi (che non si capisce perché solitamente ai nostri occhi riguardano sempre prima Dio e poi noi stessi), permettiamoci pure di bussare più forte alla sua porta, insistiamo pure alla maniera di Giacobbe e di Abramo. Possiamo anche lamentarci, brontolare o gridare, l’ha fatto anche Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Possiamo anche rivoltarci contro gli orrori di questo mondo, ma l’unico scopo della nostra preghiera rimane quello di ottenere “pane” per i nostri fratelli.
Ma allora cosa è saggio e buono cercare, quali significati attribuire ai “tre pani”?
Questa, a parer mio, è la più inutile delle domande. Cerchiamo il bene? Il bello? Il buono? La ricchezza? La salute? Pensiamo che Dio ignori quello che andiamo cercando?
Quando un bambino piccolo chiede qualcosa di stupido o dannoso da mangiare per sè o per suoi fratelli, come una pietra, o un serpente, o uno scorpione, un genitore normale gli darà comunque una cosa buona. Se decidiamo di aguzzare l’ingegno e raffinare la richiesta, al massimo rischiamo di ottenere la compassione e la carità di nostro Signore, magari centuplicate proprio a causa del nostro atteggiamento infantile.
E già… sono convinto che filosofi, intellettuali e raffinati pensatori debbano pregare anche più incessantemente di un povero e ignorante pescatore della Galilea… Se, per caso, poi, ci fossimo interrogati sulla scarsa efficacia della nostra preghiera, Gesù conclude: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono?” (Lc 11,13). Questo bene, questo “Spirito Santo” che Dio dona a poveri e dementi è addirittura il Suo Spirito, un prodigio dell’essere, un’altezza divina, una bontà incommensurabile, una dono eccelso, la libertà di una fiorente creatività personale. Se solo provassimo con fede, tutti i giorni, a pregare incessantemente, sapremmo cosa significa essere amici dell’umanità, esaudire i desideri umani, donare generosamente il pane della vita ai nostri fratelli affamati.
A ben vedere, quando Gesù fa dire all’amico scontroso che è “dentro” casa con i suoi figli e non vuole essere disturbato (Lc 11,9-13), questo elemento assume un nuovo significato
Quando Dio si rifiuta di essere disturbato, cosa sta facendo di così importante?
L’unica idea che mi viene in mente in base alla mia esperienza è che stava già lavorando per rispondere alle mie preghiere prima ancora che io riuscissi a formularle. Mentre ero al buio, nell’urgente bisogno di pane, Lui era “dentro” di me a costruire la mia pace, nonostante me.
Nel momento in cui siamo più sconvolti per la mancanza di ciò che urge, in preda alla rabbia, allo sconforto o alla disperazione, stiamo pur certi che qualcosa dentro di noi si sta già convertendo, per sola forza di fede e preghiera, in nuova energia, entusiasmo e progetti.
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