Gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto
13 luglio 2025 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Dt 30,10-14
Sal 18
Col 1,15-20
Lc 10,25-37
Cosa possiamo evincere dalla storia del buon samaritano? Che un religioso può mancare di umanità e che un laico di diversa fede può comportarsi meglio? Naturalmente, questo non è falso, ma è come accarezzare la superficie delle cose.
Al tempo del Maestro vigeva una norma stabilita in Nm 19,11-16: “Chiunque toccherà un morto – qualunque corpo umano – rimarrà impuro per sette giorni. Si purificherà con acqua lustrale il terzo giorno e sarà in stato di purezza il settimo giorno. […] Chi tocca un morto – un essere umano morto – e non si purifica, rende impura la dimora del Signore. Questo sarà quindi tagliato fuori da Israele. Poiché su di lui non è stata aspersa l’acqua lustrale, è impuro, rimane in uno stato di impurità.” Questa norma rispecchia in fondo la consueta repulsione verso la malattia e la morte che tutti gli esseri umani provano, ma anche impone con la forza della legge dei principi di igiene probabilmente difficili da spiegare a un gruppo umano di duemila anni fa, dedito per lo più alla pastorizia. Forse, se il sacerdote si fosse fermato a soccorrere l’uomo sul ciglio della strada avrebbe rischiato di non poter entrare al tempio e … si capisce che se uno va di fretta, magari non ha molto tempo per purificarsi…è un comportamento che talora mettiamo in atto anche oggi, tanto è vero che chi rischia per salvare un altro, generalmente è considerato un santo o un eroe.
Che cosa non va riguardo al comportamento del sacerdote? L’uomo obbedisce a ciò che la legge comanda, se lascia morire un uomo per la strada, dal punto di vista della stessa legge non può essere giudicato colpevole di nulla. Oggi, almeno, in certe circostanze, sarebbe un reato di omissione di soccorso.
La parabola, però, pone l’accento non tanto sulla mancanza di umanità dell’uomo, quanto sulla scarsa o nulla attualità della legge all’epoca in vigore. Qui non è lo specialista del diritto ad essere chiamato in causa, ma il diritto stesso e il suo statuto, configurato come l’insieme di norme che un gruppo umano si è dato.
Paralleli con l’attualità non mancherebbero: chi “fa” il diritto? Chi legifera? Su quali presupposti etici impliciti?
Gesù interroga il suo interlocutore, probabilmente notando l’impostazione “legalistica” della domanda: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
La vita eterna, se ci crediamo, è un dono e non si ottiene perché la si vuole, ma la si riceve per amore; credo che Gesù dunque volesse aprire la mente del suo interlocutore per consentirgli di gettare uno sguardo più chiaro e leale su se stesso e sul mondo. In certi casi, applicare una norma alla cieca, perché “si fa così”, può avere conseguenze molto gravi, addirittura può mettere in pericolo la vita degli altri. Spesso l’applicazione meticolosa e puntigliosa di un principio porta a trascurare l’essenziale e può avere conseguenze disastrose.
La parabola del buon samaritano, vero caso da manuale, è destinata solo agli uomini del tempo di Gesù? Non credo proprio. Tant’è che a volte mi chiedono se la nostra chiesa permette questo o quell’altro comportamento. La Chiesa non è un’organizzazione che deve approvare o invalidare le scelte etiche dei contemporanei, siano essi parrocchiani o meno, sarebbe un totale fraintendimento del suo messaggio, che è e resta lo stesso messaggio di amore portato nel mondo dal Cristo. L’amore sfugge ad ogni codificazione, non perché chi ama sia esonerato dal rispettare le norme, ma perché vivere nell’amore significa prestare la nostra attenzione e le nostre cure alla vita e alla pace del nostro prossimo non a ciò che ci è permesso o proibito.
Questo vuol dire vivere nella libertà, spezzare le catene delle nostre personali schiavitù, che ci rendono simili a quel sacerdote, cieco di fronte alla realtà e privo di compassione.
Gesù, maestro di vita, porta l’umanità fuori dalla disumanità delle leggi antiche e anche di un “diritto internazionale” oggi pronto a giustificare il riarmo e la guerra in nome di una regola implicita che è sotto gli occhi di tutti coloro che la vogliono vedere.
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