Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto
8 giugno 2025 – Pentecoste
At 2,1-11
Sal 103
Rm 8,8-17
Gv 14,15-16.23-26
Il cristianesimo è un modo di vivere secondo un insieme di valori incarnati da Cristo e trasmessi dai vangeli. Quindi il cristianesimo non è una conoscenza esoterica, né un’ideologia, per questo anche oggi i discepoli devono guardarsi dalle due tentazioni dello gnosticismo e del pelagianesimo, che esaltano a dismisura il primo la conoscenza e il secondo lo sforzo personale.
Nel vangelo di oggi gli apostoli vengono rassicurati che, una volta andato via il Signore, non rimarranno senza sostegno. Verrà inviato loro il paraclito perché mantengano vivo il ricordo delle parole del Cristo, perché possano realizzare la loro missione; lo spirito dimorerà in loro e sarà loro consigliere, consolatore e difensore quando il mondo li chiamerà in causa istigandoli a comportarsi in maniera difforme dalla via predicata da Gesù di Nazaret.
In altri termini lo Spirito è la luce interiore che illumina il cammino, l’energia che consente di compiere azioni migliori più di quanto potessimo noi stessi immaginare.
Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, gli apostoli e le loro prime comunità si trovavano in una situazione difficile: presi in giro, cacciati dai luoghi di culto, perseguitati. Per essere testimoni hanno bisogno della memoria, della speranza, di una visione del mondo dettata dall’amore, per questo il Cristo promette di inviare il paraclito, di cui Pietro parla nella sua epistola.
Di fronte all’aggressività degli avversari, lo Spirito invita alla testimonianza “per amore”, quindi alla non-violenza come caratteristica principale. San Pietro ribadisce questo concetto: “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15-16).
La nostra speranza consiste nel credere che siamo accompagnati ogni giorno dalla presenza del Signore e che la nostra vita non finisce con la morte del corpo.
Di fronte a questa speranza chi ci incontra da non-credente ci interroga e si interroga, spesso incredulo.
Nel nostro mondo emerge con chiarezza la violenza: non abbiamo mai smesso di contare le vittime innocenti, nonostante nello stesso mondo siano state anche scritte le carte dei diritti dell’uomo e dei bambini e tanti siano coloro che si adoperano perché cessino le violenze.
Il cuore umano dunque non è solo “buono”, ma può volendo, istigare a compiere ogni bassezza.
Le persone gentili, benevole e amorevoli sono propriamente un dono di Dio a vantaggio del nostro mondo: rompono la spirale infernale della mancanza di rispetto, dell’aggressività e della violenza. Quando il rispetto e la gentilezza sono presenti nelle famiglie e nelle comunità, lì prosperano la pace e l’armonia. La mitezza e il rispetto non sono solo doti caratteristiche della buona educazione, sono anche virtù evangeliche ( “Beati i miti…). La gentilezza e il rispetto creano un clima di fiducia, disinnescano molti spiriti bellicosi e creano spazio per gli interrogativi sulla speranza.
Cos’è il paraclito? I traduttori della Bibbia hanno traslitterato una parola greca. Si tratta dello stessa stesso Spirito che aleggia sulle acque all’inizio del Genesi e di cui si parla negli Atti degli Apostoli e nel libro del profeta Daniele.
Pare che i primi cristiani discutessero attorno a questo paraclito e si chiedessero se fosse sempre lo stesso operante in tutti i discepoli: in Pietro, come in Giovanni, in Paolo come in Giacomo. L’etimologia greca lo indica come colui che viene, quando è invocato.
Se sei solo e non riesci assolutamente a fare qualcosa, facilmente sei capace di chiamare qualcuno perché ti aiuti. In condizioni più serie, che riguardano il comportamento morale e le relazioni con gli altri, o la malattia e la sofferenza, chiamiamo spesso qualcuno accanto a noi, un amico, un consigliere, un “paraclito” appunto.
La situazione dei discepoli di Gesù, nel momento descrittto da Giovanni, è probabilmente molto più grave: il maestro sta salutando, se ne sta andando al Padre. Come faranno ora?
Gli apostoli si chiedono che ne sarà del loro essere discepoli, e noi ci chiediamo cosa avremmo fatto al loro posto e soprattutto come facciamo oggi.
Intanto, grazie ai discepoli, il Vangelo ci è stato trasmesso e io credo che la trasmissione effettiva, nelle parole e negli atti, sia segno della presenza del Paraclito. Quando una persona ha preso atto della verità attorno alla propria condizione umana, cioè dell’esistenza di Dio in senso generale e in rapporto a se stesso come individuo e sceglie di vivere in questa verità in pensiero, parole ed opere, attualizza la trasmissione del Vangelo.
Finché siamo all’ombra di un maestro, non abbiamo motivo di apparire in piena luce, e finché c’è lui, possiamo far sapere che gli somigliamo e che lo seguiamo, senza mai riconoscere ciò che siamo e, in definitiva, assumerci la responsabilità del nostro parlare e del nostro agire.
È solo (grande verità umana) quando il maestro smette di parlare, scompare e muore che sapremo chi sono e quanto valgono i suoi discepoli.
Esiste una verità anche nella condanna: il principe di questo mondo è già stato condannato, è così.
Chi è il principe di questo mondo ancora?
Il consenso alla fatalità dell’ordine fittizio costruito sull’idolatria del potere, del denaro, della violenza.
L’inesorabile dubbio sulla fine di un’era, che sperimenta oggi una parte della generazione non più giovane, ma neanche decrepita – i nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta del cosiddetto “secolo breve” – anche se fosse fondato, non rappresenterebbe la fine del Vangelo, né della sua trasmissione, perché siamo parte di una corrente diversa che include ogni cambiamento epocale. Troppo difficile? Troppo complicato? Troppo doloroso in alcuni casi?
Il Paraclito è dove questa verità è predicata e vissuta ed è dove ritorna la gioia che resta promessa e sempre ritorna.
Anche la menzogna è un fatto reale, solo che è già morta dall’inizio e millanta una speranza falsa.
Possiamo sperare di essere compresi quando testimonieremo la verità, ciascuno con il proprio dire e con il proprio modo di testimoniare, nella mitezza, nel rispetto, nell’amore per il Signore e per il prossimo (che è la stessa cosa).
Da questo altri potranno riconoscere la comune discendenza e la nostra e la loro identità.
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