I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo
2 marzo 2025 – VIII Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,5-8
Sal 91
1Cor 15,54-58
Lc 6,39-45
Ero per strada e ho assistito in diretta ad una scena grottesca e volgare, un litigio tra automobilisti. Gesti e parole riempivano brutalmente l’angusto spazio del disprezzo reciproco. Dagli spalti di quel brutto circo improvvisato, uno sparuto pubblico mezzo divertito registrava video da vetrina virtuale, veri e propri pezzi di teatro realista del turpiloquio. Non mi stupirei di ritrovare i video in rete. La comunicazione audio-visiva sui social ha il merito di aver democratizzato il mestiere di video-maker, ma probabilmente il demerito di aver creato assuefazione al cattivo gusto.
Siamo quindi a una distanza siderale dalla luce, vorrei dire anche dall’eleganza dell’immagine lucana: due ciechi che si accompagnano e finiscono nel fosso.
Poi effettivamente ne incontri due una mattina per strada mentre ti appresti ad uscire con ottimismo … Allora pensi: “Ma guarda la tua trave invece della loro pagliuzza!”
Vorrei provare a rileggere in questo contesto il brano di Luca 6,39-45.
Mi permetto di ricordare che prima dell’inizio del nostro passaggio, Gesù ha chiesto di non giudicare gli altri, e che saremo giudicati come noi abbiamo giudicato gli altri. Seguono poi le immagini che Luca chiama parabole, tra cui quella disastrosa del cieco che guida un altro cieco.
Per farsi maestri, bisogna prima imparare ad esserlo; come scoprire e togliere la trave dall’occhio? Ci può aiutare l’immagine dell’albero e del suo frutto; il frutto è il giudizio, l’albero è la persona, che produce frutti buoni o cattivi secondo l’inclinazione del cuore. L’espressione centrale qui, per me, è “il tesoro del proprio cuore”.
Nel mondo ebraico il cuore è la sede delle emozioni, delle inclinazioni, della riflessione e dell’azione, e quindi ogni comportamento umano dipende dal cuore, dove può agire la parola di Dio; dalla bocca escono parole ispirate dal sentimento che alberga nel cuore.
L’arroganza e la violenza del discorso vengono da un cuore arrogante e violento.
Il giudizio sull’altro è prima di tutto un’espressione del nostro modo di essere.
In sintesi, quando ci accingiamo a giudicare ( e lo facciamo tutti, sempre), dovremmo custodire un maestro nel nostro cuore per condurci senza arroganza.
Il vangelo parla del rapporto discepolo-maestro, e del discepolo che deve essere formato per diventare come il suo maestro. Per noi è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e le lacune del nostro prossimo ci irritano, perché la differenza stessa ci irrita, i limiti degli altri ci innervosiscono, la loro incomprensione ci frustra. Tuttavia, pare che proprio la differenza ci renda consapevoli dell’alterità, e sembra anche che siano proprio le mancanze del nostro prossimo ad esaltare i nostri difetti: la pagliuzza evoca la trave. Questa consapevolezza, forse un aspetto del rinascere dall’alto, non è il risultato di un percorso privo di lotte. Sappiamo che la stessa vita terrena di Gesù ha portato il segno della lotta.
Quando ci si trova di fronte ad atteggiamenti offensivi, la prima reazione dovrebbe essere quella di porsi la domanda se ci sono del tutto estranei. Non è sempre facile distinguere “la trave” e tanto meno capire di che “pagliuzza” si tratta. Esiste sempre un ampio margine di confusione quando si scatena l’aggressività; forse qui emerge anche il grande limite di ogni psicologizzazione, che non è mai in grado di spiegare, quello che le religioni nelle loro forme non fondamentalistiche, hanno saputo insegnare da sempre. Gesù dà una chiara lettura del fenomeno: davanti all’ingiustizia e al sopruso è lecito prendere la parola con veemenza, ma se insulto il mio prossimo e i miei comportamenti diventano violenti, è molto più probabile che io stia rispondendo a sentimenti deplorevoli come il desiderio di essere risarcito di qualcosa e/o di punire l’altro. A questo punto la giustizia scompare e al suo posto si affaccia il conflitto.
Anche in un processo evolutivo sano, in cui l’amore riveste pienamente il suo ruolo, è solo lo shock del confronto col prossimo che può farmi evolvere ulteriormente e il mio volto di oggi e di domani sarà sempre il prodotto di questo continuo confronto col “tu” che mi sta davanti.
Non mi spaventano i social network. Trovo che siano rivelatori dell’essere e della natura della nostra umanità. Chiaro che non siano sempre belli da vedere. Si potrebbero naturalmente censurare e cancellare e alcuni stati totalitari non esitano a farlo. Ma la censura non soltanto nutre l’ipocrisia, nascondendo la realtà delle cose, ma causa ignoranza, lede le capacità critiche e spesso tranquillizza chi preferisce non vedere e non sapere. Giustamente scrive il Siracide:
“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo” e anche “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”.
Il volto di Gesù comincia a manifestarsi attraverso la parola che rivela l’identità della persona: è il punto di partenza di ogni incontro e di ogni possibile relazione.
Credo si debba lasciare la parola il più possibile libera, affinché si riveli il cuore di ogni persona e ciascuno scelga chi vuole essere.
La parola libera, autentica o, al contrario, falsa, è, in ogni caso, la cartina al tornasole del grado di libertà o di schiavitù nel quale ciascuno vive, lo specchio della civiltà o dell’ imbarbarimento che ogni gruppo umano ha voluto raggiungere.
La strada da percorrere sembra ancora lunga, ma il nostro obiettivo è quello di guardare all’altro con gli stessi occhi di misericordia del Maestro.
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