E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro
23 febbraio 2025 – VII Domenica del Tempo Ordinario
1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23
Sal 102
1Cor 15,45-49
Lc 6,27-38
Gesù di Nazaret ha una visione particolare della legge mosaica; nel Vangelo di Matteo dice che non è venuto per abolirla, ma per darle compimento. Dal discorso della montagna, in Matteo, e dal discorso della pianura, in Luca, comprendiamo che per Lui non ha lo stesso valore che attribuiamo ai nostri codici e alle nostre leggi. La legge per Gesù è subordinata al principio della misericordia.
Le leggi umane attuali sono laiche, non dovrebbero fare distinzioni e certamente non fanno ricorso alla misericordia dei tribunali; i criteri di giudizio dovrebbero essere uguali per tutti; in caso di reato, circostanze attenuanti o aggravanti vengono applicate sulla base di elementi verificabili.
Mentre l’assoluzione di un tribunale umano dipende sempre dall’applicazione di norme scritte da uomini, è evidente che l’assoluzione divina è in ogni caso data per misericordia.
Cristianamente, dovremmo anche noi essere misericordiosi. Sempre?
Chiaro che facciamo fatica a immaginare un tribunale umano “misericordioso”, eppure credo che ci sia un’importante riflessione da fare.
Quando le situazioni umane sono caratterizzate da interessi politici e strategici diversi e da strumenti di potere che rendono asimmetriche le relazioni, applicare la legge senza rinnegare l’etica cristiana diventa una responsabilità enorme.
“Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Questo detto implica una presa di coscienza della situazione dell’altro nel suo contesto, una capacità di mettersi nei panni dell’altro non comune. Vorremmo sempre essere giudicati non colpevoli, ma non tutti sono non colpevoli. L’amore del prossimo non giustifica certo l’assoluzione di un efferato criminale.
In ogni caso le leggi umane operano entro un orizzonte decisamente molto limitato rispetto al perdono di Dio. Niente ci è dato sapere rispetto a quel perdono, che sappiamo comunque essere ispirato dalla misericordia e comunque non alla nostra portata.
Restringendo l’orizzonte alle nostre personali facoltà di giudizio, credo sia necessario ricordare che l’altro non è mai solo un individuo, ma sempre e anche una parte del corpo sociale cui appartiene e nel quale ha agito e agisce. Questa idea si può trovare formulata in Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro, sempre allo stesso tempo come fine, e mai semplicemente come mezzo. (Fondamento della metafisica dei costumi): è “l’umano” che caratterizza l’essere delle persone ed è quello che deve essere tutelato con ogni cura.
Se andiamo avanti a leggere il testo di Luca, dopo aver rovesciato i comuni criteri di comportamento fino ad approdare all’amate i vostri nemici e al porgete l’altra guancia, Gesù parla del rapporto maestro/discepolo; risulta impossibile che tra due ciechi uno si faccia guida dell’altro, perché cadrebbero entrambi in un fosso. Sono parole semplici e immediate che illustrano l’incapacità di fondo di vedere chiaro nell’altro, perché sempre oscurati dal proprio limite.
La regola aurea della cristianità si scontra ogni giorno con i conflitti dell’esperienza e con i limiti dell’umana ragione. Per Gesù, il prossimo è colui con il quale si è in stretto rapporto di parentela per la comune origine come creature, non è un oggetto qualsiasi con il quale non si ha niente in comune a che domani non servirà più; la sua presenza pone una volta per tutte il principio etico fondante di ogni modo di essere e di agire degno dell’umanità. La comprensione di questa realtà può rendere possibile una forma di giustizia superiore al rispetto delle leggi, che ne risultano in qualche modo “perfezionate”.
L’amore per i nemici e l’assoluta non reciprocità del dono che caratterizzano l’agire di Gesù di Nazaret sono il punto di arrivo ultimo di una morale che preferisce il proprio sacrificio a quello di un fratello, ma non si tratta di un principio utopico o eroico: l’altro è l’immagine stessa di Dio, non è possibile essere ancora una volta complici nel crocifiggerlo.
Ogni giustificazione dei crimini contro la vita, come nel caso eclatante delle guerre e del sacrificio degli innocenti, è distruttiva dell’ordine del giustizia. La logica della misericordia e dell’amore per il prossimo è a tutela assoluta della giustizia umana. Lo esprime bene anche Paul Ricoeur quando scrive: «Quale diritto penale in generale, quale regola di giustizia si potrebbe trarre da una massima d’azione che stabilisca la non equivalenza come regola generale? (in Amore e Giustizia). Per “equivalenza” s’intende l’uguaglianza essenziale e originaria di tutti gli esseri umani. Per questo, dunque, la logica dell’amore in generale non abolisce le leggi, ma mira a una forma di superiore giustizia.
Il Cristo sta tuttora insegnando che le istituzioni, per quanto buone possano essere, possono guidare a una società più giusta, solo se il senso della comune appartenenza è il legame centrale che tiene insieme la comunità umana.
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