Speranza nell’attesa

Il bambino cresceva e si sviluppava

2 febbraio 2025 – Presentazione del Signore
Ml 3,1-4
Sal 23
Eb 2,14-18
Lc 2,22-40

La Presentazione al Tempio è ancora un avvenimento caratterizzato dall’incontro in uno scenario di transizione verso un futuro dall’orizzonte più vasto e rivela verità profonde sulla natura del bambino, sulle aspettative degli esseri umani e sull’atteggiamento di coloro che vivono l’attesa di Dio nella speranza. Il tono stesso adoperato da Luca sottolinea il contrasto fra tradizione e novità.

Maria e Giuseppe si recano al tempio per compiere i riti di purificazione, come prescritto dalla tradizione ebraica; si tratta di un atto religioso, conforme alla loro cultura e alle leggi che la tradizione ha reso sacre.
La scena della presentazione al tempio evoca lo spazio originario della fede in una collettività umana: la fede non si sviluppa nel vuoto, ma all’interno di una cultura, di una tradizione e di un’esperienza relativa al senso del sacro; anche nell’adempimento delle prescrizioni rituali, l’elemento essenziale che diventa vivo ed operante nel corpo e nella mente del singolo dipende dall’atteggiamento, anche culturale, che ciascuno nutre nei confronti del sacro e dalla relazione con il Dio vivente.

I cristiani hanno i loro riti tradizionali, dal Natale alla Pasqua, passando per i sacramenti. Ci sono poi le tradizioni culturali, legate alle celebrazioni liturgiche come date, regali, riunioni di famiglia, menù speciali. Anche in senso puramente laico esistono tradizioni che accompagnano l’esistenza: compleanni, commemorazioni, feste nazionali, giochi olimpici. La ritualità è caratteristica del mondo umano; potremmo infatti aggiungere ai riti collettivi anche i nostri personali riti quotidiani, dagli orari di lavoro e di studio, alla preghiera fino all’ora di colazione, pranzo e cena (per chi la può rispettare), o della pratica sportiva, della passeggiata, del tempo libero, del divertimento e perfino della sigaretta e del caffè, a seconda della persona.
D’altronde anche Gesù vive inserito in un contesto umano intessuto di riti, regole e pratiche.
In un mondo sempre più pluralista e globalizzato, potremmo chiederci qual sia il posto delle nostre tradizioni nell’incontro con l’Altro, con ciò che è nuovo, con ciò che è diverso.
Simeone, uomo giusto, attendeva “la consolazione d’Israele”, cioè un Messia che venisse a riportare la pace, la giustizia e la dignità al suo popolo; quando vede Gesù, proclama che questo bambino è “luce per illuminare le nazioni”, non solo un Messia per Israele, ma per tutti i popoli, per tutte le culture, per tutta l’umanità.
Al versetto 34 leggiamo: “Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: ‘Questo bambino sarà la rovina o la risurrezione di molti in Israele. Sarà un segno che susciterà contraddizioni’”.
Il messaggio universalista di Gesù non è facilmente accettabile per tutti. Ci saranno sempre delle divisioni, ma Simeone, nella sua vecchiaia, incarna la speranza che l’umanità porta con sé da secoli, quella di una giustizia universale, di un amore che unisce i popoli e le nazioni; riconosce in questo bambino la realizzazione di una speranza universale. Il Messia non corrisponde ad una visione politica o nazionalista, ma a una visione unitaria di riconciliazione e pacificazione per tutta l’umanità.
In un mondo frammentato, Gesù non è l’eroe di una particolare religione, ma il portatore di luce per l’umanità nel suo insieme, oltre le divisioni politiche, le beghe e i conflitti per riconoscere in ogni Altro il compagno di viaggio, il fratello, la sorella; la visione cristiana consiste anche nel considerare irrilevanti e spesso dannosi i confini che gli uomini stabiliscono per difendere il particolare; il nostro scopo è contribuire ad eliminare ogni ostacolo alla costruzione della solidarietà e della pace nell’attesa di un mondo migliore.

Rileggiamo anche il versetto 35: “svelerà i pensieri nascosti nei cuori di molti. E tu, Maria, il dolore ti trafiggerà l’anima come una spada”. Luca umanizza Gesù, ma umanizza anche Maria, nella sua sofferenza di madre. Siamo lontani dalle “incoronazioni della Vergine”.
Anna, la profetessa, è figura di saggezza e perseveranza. La sua età simbolicamente testimonia la continuità della capacità di rimanere svegli e vigili, in attesa di un mondo migliore, anche dopo anni di sofferenza e delusioni. L’etimologia stessa del suo nome, Anna, deriva dall’ebraico e significa “grazia”, richiamando l’attenzione sull’importanza di un atteggiamento perseverante nella speranza. La speranza non è solo un abito da indossare nei momenti felici, ma anche nell’attesa, nell’incertezza e nella solitudine. Ogni piccolo atto di fedeltà, ogni momento di preghiera, ogni atto di solidarietà verso chi soffre, contribuisce a questa grande attesa di un mondo riconciliato.

Luca scrive che Gesù cresceva in sapienza, statura e grazia; anche la luce che egli incarna sta gradualmente sviluppandosi in un mondo in attesa. Gesù è fin dalla nascita portatore di una promessa immensa, che non si realizza tutta in una volta, ma si sviluppa nel tempo.
Luca non costruisce una teologia della divinità di Cristo, ma evidenzia l’interazione permanente tra Dio e l’uomo e gli effetti di questa interazione, perché l’umanità sappia di essere partecipe di questo processo di crescita.
La fede cristiana non è un concetto fisso, ma dinamico; cresce e si trasforma, ciò che è iniziato nell’infanzia di Gesù può continuare a svilupparsi nella nostra vita individuale e collettiva.

Come Simeone, potremmo riconoscere in Gesù la luce che illumina tutte le nazioni; come Anna, potremmo perseverare nell’attesa di un mondo migliore; come Maria e Giuseppe, potremmo vivere i nostri riti, i nostri gesti quotidiani, con cuore attento alla presenza divina che si nasconde (o si rivela) nella semplicità e nell’ordinarietà del quotidiano.

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Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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