Segni di abbondanza

Fate quello che vi dirà

19 gennaio 2025 – II Domenica del Tempo Ordinario
Is 62,1-5
1Cor 12,4-11
Gv 2,1-12

La trasformazione dell’acqua in vino durante il banchetto di nozze a Cana è il primo dei sette segni miracolosi compiuti di Gesù, narrati da Giovanni.
Gli altri tre vangeli canonici riportano un numero maggiore di segni, probabilmente Giovanni conserva nel suo racconto ciò che considera essenziale.
La trasformazione dell’acqua in vino è la storia di apertura.
Non si tratta di un segno di guarigione, non di una risurrezione; non ci sono folle affamate da saziare, tanto meno tempeste da sedare. Nessuno sembra essere in situazione di pericolo.
Siamo ad una festa, ad un banchetto nuziale durante il quale per qualche ragione viene a mancare il vino. Certo, per gli sposi, le loro famiglie e gli invitati avrebbe potuto essere una spiacevole situazione.

Quale significato attribuire al primo segno compiuto da Gesù? Nel racconto ci sono degli elementi rilevanti che riguardano la funzione delle persone e degli oggetti. Probabilmente Gesù e Maria erano considerati ospiti di riguardo con i quali, però, si era anche in grande familiarità, altrimenti non si spiegherebbe lo stile con cui, sia Gesù che Maria si rivolgono direttamente ai servi, dando indicazioni precise che suonano come ordini. I servi, d’altra parte, obbediscono alla lettera.
In secondo luogo, le giare sono contenitori destinati alle riserve d’acqua per le abluzioni rituali, di purificazione religiosa. È quell’acqua che viene poi trasformata in vino con una modalità che rimane nascosta a tutti. Nessuno sa della compiuta trasformazione ad eccezione dei servi, di Gesù e, presumo, di Maria.
Per chi è stato compiuto il segno? Sicuramente a favore degli invitati, degli sposi e dei loro parenti, ma il messaggio diretto è per i servi e per chi legge il racconto.

Gesù partecipa al matrimonio, conferendogli la dimensione dell’abbondanza. Sappiamo che le giare erano destinate a contenere circa cento / centoventi litri d’acqua ciascuna; i servi obbediscono alla lettera agli ordini del Signore, cioè prestano le loro mani perché si realizzi il miracolo. Il modo della trasformazione resta ignoto, mentre la procedura è nota solo ai servi.
Il segno di Cana dice anche che il Signore non guarda al nostro mondo con lo sguardo di un maestro austero e serioso, lontano dalle gioie e dai convivi. Piuttosto partecipa alla festa, donando un sovrappiù in modo discreto e inaspettato.

Chi vuole farci credere che, per essere devoti, bisogna essere seri, contriti, a pane e acqua, probabilmente sbaglia. La richiesta del Padre Nostro, la preghiera fondamentale di tutti i cristiani, dice questo: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Facendo un passo avanti, mi sembra che il segno di Cana possa essere interpretato come invito a comportarsi come i servi, ma anche a partecipare pienamente alle occasioni gioiose.

Le giare e l’acqua solitamente usate per i tanti riti di purificazione quotidiana la mattina al risveglio e prima e dopo i pasti, suggeriscono che l’obbligo rituale, adempiuto per mantenersi o apparire puri, giusti e graditi a Dio, non è più il centro della questione, sebbene i riti con cui cerchiamo di avvicinarci a Dio, per mostrargli la nostra buona volontà, la nostra obbedienza, il nostro desiderio di seguire i suoi comandamenti e la sua Legge, siano buoni e sinceri.
Sappiamo, d’altronde, che chiunque infrange un comandamento ha già infranto l’intera Legge e se siamo sinceramente con noi stessi, i tentativi di riconciliarsi con il Creatore risultano spesso vani e illusori. Non è solo alle lodi, ai vespri e a compieta che dobbiamo essere aperti allo spirito, ma ad ogni momento, ad ogni secondo. Viceversa è molto facile per gli esseri umani allontanarsi dal Signore, rimanere duri e freddi come giare di pietra vuote, anziché agire come servi laboriosi.
Se ci sentiamo come orci vuoti o con l’acqua ferma, la buona nuova è che la promessa di Cana è valida anche per noi. Non possiamo restare insensibili alle ansie che ci attraversano, e che attraversano il nostro Paese e tutto il mondo: violenza, conflitti e incertezze riguardo al futuro. Eppure, c’è questo segno di Cana: l’acqua trasformata in vino. Potrebbe suonare insolito, audace, quasi indecente. Ma è soprattutto un segno di speranza, fiducia e, in certo senso, un invito ad essere audaci, fiduciosi nella presenza di Dio al cuore della nostra vita, coltivando la speranza di essere tra gli invitati al banchetto, e il coraggio di agire pur con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.

A Cana, Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Ha cambiato la preoccupazione e la penuria in festa e in abbondanza. Non invano e non solo in quei giorni.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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