Famiglie sante

29 dicembre 2024 – Santa Famiglia
1Sam 1,20-22.24-28
1Gv 3,1-2.21-24
Lc 2,41-52

La santa famiglia è offerta come esempio a tutte le nostre famiglie; già qui il discorso comincia ad andare oltre: quali sono le nostre famiglie? Quella “tradizionale”? Quella “allargata”? Quella “religiosa”? Quella “arcobaleno”? Quella “civile”?
Inoltre il fatto che quella di Gesù sia notoriamente atipica, è appunto un fatto. A meno che non si sostenga che tutti nascono uguali al Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. E con un’asserzione del genere saremmo già dentro un discorso diverso.
Allora perché non guardare alla famiglia da un’altra prospettiva, per vederla come un gruppo definito non dall’identità individuale di ciascuna delle proprie componenti, ma delle relazioni fra le sue componenti? Potrebbe essere l’inizio di un’utile riflessione.

Per esempio, una questione che fa molto dibattere l’uomo comune, oltre che i vari specialisti, è il quesito se sia ovvio o addirittura lecito e non lesivo della libertà, porre il bambino a uno dei tre poli di un triangolo educativo, che ne comprende un secondo e un terzo, uno di sesso maschile e uno di sesso femminile. La tesi che alcune persone del nostro tempo sostengono è che l’identità di genere debba essere considerata un fattore solo culturale. Così, comincia il dibattito sui distinguo. Cosa è maschio? Cosa è femmina? L’identità di genere è biologica, psicologica, culturale? Dal fronte delle opposte retoriche, ogni tranquilla riflessione appare come un ostacolo da abbattere.

Se poi ci si mette a discutere sul sesso del bambino, o della bambina, si dovrebbe saltare alla conclusione che, tanto per evitare qualsiasi responsabilità verso terzi, decidernno loro da “grandi” (cosa che prima, almeno, valeva solo per la cresima, recentemente anche per il battesimo… ma qui mi ci vogliono altre due pagine e vado fuori-tema…).

Per uscire da questo ginepraio e non dovermi necessariamente trovare ad appellare il prossimo con un “CarƏ tuttƏ”, in assenza di studi scientifici di follow-up che mi dicano quali siano i benifici apportati all’educazione e alle relazioni familiari dalla riflessione orizzontale della “e”, propongo di non ridurre l’idea di “santa famiglia” ad una questione di esclusiva libertà delle aspirazioni individuali e, men che mai, esclusivamente genitoriali: ciò che è “santo” nella Scrittura è tutto ciò che appartiene a Dio, quindi anche e soprattutto i figli. Spesso sfugge che noi tutti siamo figli di qualcuno.
L’unico modo per “tagliare” il rapporto di figliolanza è rifiutarlo in maniera decisiva e inappellabile.
Di conseguenza, propongo di considerare come radice fondante della famiglia la struttura relazionale che la caratterizza, consistente nei rapporti che ne collegano le componenti. Sembra che, in linea di principio, l’essenzialità funzionale al sistema-famiglia di ciascuna delle sue relazioni interne sia specifica e non intercambiabile. Inoltre, sappiamo bene quali complicate e spesso dolorose conseguenze relazionali comportino la perdita di uno o entrambi i genitori, la rottura della relazione di coppia, la condizione monogenitoriale o il dirompente impatto di malattie o condotte a rischio.

In ottica cristiana l’elemento chiave si trova, secondo me, in due versetti evangelici: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5).
Quando il Nazareno dice che dobbiamo lasciare il padre e la madre per seguirlo, ciò significa che siamo chiamati ad una seconda nascita. Tornando al testo di oggi, dobbiamo ammettere che la volontà di Gesù dodicenne di rimanere al tempio e non tornare a casa con i genitori è il primo autentico atto autonomo, compiuto allo scopo di seguire la propria vocazione. Questo tipo di azione “spirituale” autonoma è il primo gesto di crescita che ogni persona nata in un ambiente familiare favorevole dovrebbe essere libero di fare. Anche se i genitori dovessero preoccuparsene parecchio, si tratta del primo autentico passo verso una seconda nascita, volta ad un orizzonte ben più ampio di quello familiare, ma soprattutto di decentramento da se stessi e dall’infantile illusione di poter “avere tutto” o, come vedremo tra poco, “essere tutto”.
Osservare la famiglia con uno sguardo che metta a fuoco prima di tutto le problematiche genitoriali, è, a mio parere, un segno di miopia. In effetti, i figli (a differenza dei partner) sono figli “per sempre”, come minimo finché uno dei due genitori sia in vita. E anche qui sappiamo bene quali dolorose conseguenze comportino le relazioni conflittuali tra genitori e figli; non parlo solo delle conseguenze sui genitori, ma anche e soprattutto sui figli. Si tratta di problematiche che, in casi estremi, possono permanere psicologicamente perfino oltre la morte dei genitori e fino alla vecchiaia.
Siamo soliti dire che la famiglia di Cristo è caratterizzata dall’amore e dalla piena comunione. Ma che cos’è mai l’amore e la comunione, se non cessare di occuparsi ossessivamente di se stessi, dei propri diritti e delle proprie libertà, per fare posto – accanto alle nostre – alle libertà dei nostri cari?
E se anche un genitore o un figlio dovessero rinunciare a qualcuna delle loro idealizzate libertà in favore di un membro della loro famiglia, il modello cristiano non solo lo prevede, ma, direi, lo esige e lo amplia addirittura verso l’intera famiglia umana. Può apparire “pesante”, certo, soprattutto in un mondo che passa insensibilmente dal “mito dell’avere tutto” al “mito dell’essere tutto”. L’ideale del XXI secolo sembra sempre di più aver varcato il limite tra il senso di appartenenza e il senso di estraneità. L’idea sottesa al sentimento di estraneità è: “se posso essere tutto, posso fare a meno di tutti”; una sorta di solipsismo che, non obbliga ad amare se stessi, né altri.
I Vangeli non dicono una parola relativa ai dialoghi tra Maria e Giuseppe e se dicono poco o nulla anche attorno ai dialoghi di Gesù con i genitori, è forse perché il nucleo fondante la nuova vita e le relazioni d’amore che lo tenevano insieme non avevano bisogno di propaganda e nessuno sentiva il bisogno di “autorealizzarsi” a prescindere…
L’amore crea una forma di “dipendenza” l’uno dall’altro: è una conseguenza della comune discendenza da un’unica fonte. La sottomissione di Gesù ai genitori dopo il ritrovamento nel tempio dice di un amore profondo verso i genitori e verso il Padre, sentito, appunto, come la fonte di ogni possibilità di ricevere e donare amore.
Gesù, Maria e Giuseppe, a mio avviso, sono perfettamente liberi perché coincidono con la loro stessa verità, che è divina. Questa libertà-verità di ciascuno dei tre è totalmente rispettata dagli altri. In questa famiglia nessuno appartiene a nessuno e tutti “sono” perfettamente, restando sulla soglia del mistero dell’altro. Gesù non è per i suoi genitori, deve se stesso agli affari del Padre suo.
Simeone aveva già detto a Giuseppe e Maria che questo bambino non apparteneva a loro, poiché era “una luce per illuminare le nazioni” (Lc 2,32).

L’amore e la famiglia iniziano dal rispetto dell’altro per la differenza della sua chiamata ad essere.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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