A porte aperte

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta

22 dicembre 2024 – IV Domenica di Avvento
Mi 5,1-4
Eb 10,5-10
Lc 1,39-45

I Salmi 40 e 49 parlano di un Dio cui appartengono tutti gli animali della terra, che non desidera i nostri sacrifici e che non mangia la carne di tori immolati.
Secondo l’antropologo René Girard, gli uomini, divisi dalle loro passioni, ma sentendole come distruttive, si riconciliano tra loro immolando una vittima destinata a sopportare e rimuovere la loro violenza; la vittima viene poi sacralizzata mediante un’azione rituale.
Esiste un elemento fondamentale a conferma di questa prospettiva: fin dalla più remota antichità, l’azione di immolare una vittima è stata percepita come lo strumento per soddisfare e placare l’ira degli dei, oltraggiati dagli uomini.
In effetti, il sacrificio ritualizzato rispecchia anche la soluzione di quel movimento transpersonale della psiche umana arcaica: fortissimi sentimenti e reazioni di paura, rabbia e vendetta si attivano in un orribile circolo vizioso di fronte alla violenza subita e perpetrata; vere e proprie divinità interiori possono scatenarsi e contagiare le masse, aizzandole alla ricerca e alla soppressione del capro espiatorio. In altri termini, gli dei irati e vendicativi vanno cercati a cominciare dall’interno della nostra mente individuale, non cominciando dall’ambiente esterno, e, possibilmente, una volta scovati, esorcizzati prima di tutto con la forza ragione.

L’idea del sacrificio è stata comunque applicata anche a Gesù di Nazaret, perché in tal senso è stato interpretato il sacrificio di Cristo sulla croce. La Lettera agli Ebrei, spesso fraintesa, illustra però che proprio l’evento della crocifissione di Cristo ha trasformato il significato del termine “sacrificio” in senso cristiano.
Non si tratta di immolare una vittima per «placare l’ira del Padre»: potremmo dire anche che abbiamo sotto gli occhi situazioni in cui si continuano a immolare vittime per placare la propria ira. Si tratta piuttosto di riconoscere che tutti i viventi appartengono al Padre, perché da Lui creati.
In secondo luogo, fin dall’Antico Testamento, l’idea di “sacrificio” è stata gradualmente e faticosamente liberata dal senso arcaico di “espiazione”, per evolvere nell’idea di “ringraziamento” e “lode”.
Ad esempio, il Salmo 49 si conclude con il netto rifiuto da parte di Dio di essere onorato per mezzo di olocausti e con la precisa espressione della sua volontà di essere onorato piuttosto attraverso “sacrifici di ringraziamento” (cfr Sal 49,23 ).
Il ringraziamento e la lode possono emergere soltanto dal riconoscimento di un bene ricevuto e, per rimanere nell’oggi, è molto evidente che la gratitudine per i beni ricevuti viene disprezzata.
Sant’Agostino scrive: “Ogni azione buona con la quale diventiamo una cosa sola con Dio in una comunione di amore è un vero sacrificio”.
Non si tratta, quindi, di soffrire, di spogliarsi di qualcosa o di lottare rimanendo tuttavia privi di un sentimento di gratitudine, di amore e di adesione a una volontà superiore; non si tratta di conquistare la benevolenza divina mediante meriti speciali, né lo scopo può essere quello di pagare il prezzo dei nostri peccati. Immolare vittime per placare la propria ira – semmai ciò fosse possibile – significherebbe sostituirsi ad un idolo falso e violento.
La benevolenza e il perdono spirituale sono doni già dati, nel senso di “disponibili”, ed è questo il motivo per cui l’unico sacrificio con il quale onorare il Signore è quello di rendergli grazia.
Per gettare una luce sul “già disponibile” voglio riconnettermi all’idea di San Paolo del “riscatto”: siamo stati riscattati dal Signore con il “suo” sacrificio di espiazione, non ci siamo riscattati da soli, ma siccome è dura da capire e da vivere, allora, seppur graziati, continuiamo a vivere da condannati, con il continuo falso bisogno di vittime sacrificali.
Illuminanti, qui, le intuizioni in diversi passi del Nuovo Testamento:
le parole di Giovanni: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16) e quelle di San Paolo: “Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo. (1Cor 6,20).

Come si manifesta, nel concreto della vita quotidiana di ciascuno, l’atteggiamento del “rendere grazia”?
Non può manifestarsi altrimenti che con un agire amoroso; si comprendono ancora meglio, così, le virtù della purezza del cuore che consente di accostarsi con fiducia agli altri; della mitezza e del saper mettere un freno alle parole, se non altrimenti pronunciate per generare la pace; della capacità di perdonare le offese, per poi dimenticarle. Sono tutte concrete componenti di un agire giusto.
Il sacramento centrale della vita cristiana, l’Eucaristia (il termine deriva dal greco antico εὐχαριστία, eucharistía, “ringraziamento, rendimento di grazie”), è proprio l’espressione di un duplice movimento della persona: partecipando con fede all’Eucaristia, manifestiamo l’accoglienza e l’adesione alla relazione con Dio e con il prossimo.

Ora, cosa troviamo nel vangelo di questa domenica? L’esplosione di gioia di Elisabetta e Maria al loro incontro e il riconoscimento da parte di entrambe dell’aver ricevuto in dono la vita. È un doppio rendere grazie: insieme, sono riconoscenti verso il Signore, e, insieme, si rallegrano: un autentico sacrificio di lode e ringraziamento.
Questo episodio neotestamentario è conosciuto come “la visitazione”, ma al di là della visita dello Spirito a Maria, si celebra la visita dello Spirito a tutti coloro che troveranno Grazia presso il Signore.
Le due donne sono figura di una nuova umanità “religiosa”, che definirei “a porte aperte”, cioè capace di accettare e accogliere la vita in tutte le sue forme e di aderire alla volontà di Dio, consistente in un progetto di salvezza sempre possibile.

Perché proprio due donne sono figura di questa nuova umanità?
Perché fin dall’inizio “Eva” è la “madre dei viventi”, e, ora, la gratitudine di Elisabetta e Maria rappresenta quella di tutti coloro che, da sempre, hanno vissuto come propria la storia dell’Avvento di Cristo tra gli uomini.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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