Gli toccò la veste
30 giugno 2024 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 2Cor 8,7.9.13-15
Vangelo: Mc 5,21-43
Nei capitoli 8 e 9 Paolo incoraggia i Corinzi a essere generosi nel dare. In questi capitoli troveremo principi a volte insoliti che possono aiutarci. Consideriamo innanzitutto come si è manifestata la grazia di Dio nei cristiani della Macedonia. Per ricchezza o successo? Erano molto poveri e perseguitati. Era piuttosto la loro generosità nonostante la precarietà della loro situazione. Si noti inoltre che non è la quantità che conta, ma l’atteggiamento (v. 3) e la motivazione (v. 5). Ricordiamo poi che il vero amore non si esprime con le parole o la conoscenza, ma con la generosità, come Cristo (vv. 8-9). Un amore che frena davanti alla necessità di mettere mano al portafoglio per aiutare qualcuno ad uscire dalla miseria non può essere molto profondo; e questo è ovvio, ma c’è di più. Per portafoglio non intendo soltanto o semplicisticamente il denaro, ma tutto ciò che ciascuno ha, che considera “proprio”. Tutto ciò che abbiamo appartiene effettivamente al Signore, dal benessere materiale, alla salute, alle doti intellettuali e morali: non si tratta di beni “nostri”, ma di beni a noi “affidati”. La questione fondamentale consiste nel come gestirli correttamente. Come scrive Paolo: “non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza”, affinché non ci siano dislivelli che impoveriscono una parte a favore di un’altra. E, ribadisco, non si tratta solo di denaro. Anche la psicologia ci dice oggi che chi non riceve amore, non riesce a darne: una forma di impoverimento, forse più dannosa dell’impoverimento materiale.
Pensiamo, per esempio, all’emorroissa (Mc 5,21-43): vive ai margini della società a causa della sua malattia: si vergogna, ha paura, vive una doppia paura, come i discepoli durante la tempesta sedata; teme non soltanto per sé, ma trema anche davanti alla guarigione ottenuta.
Ha solo cercato di toccare la veste di Gesù nella certezza di essere salvata, con un atteggiamento che ricorda quello del centurione romano il cui servo sta per morire: “di’ una sola parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8, 8). Nella fede c’è una distanza fisica tra l’essere umano sofferente e il Cristo che genera timore. Senza la convinzione che Gesù avrebbe potuto guarirla, perfino se fosse riuscita solo a sfiorarne il vestito, la donna sarebbe rimasta bloccata in un ciclo infernale di malattia e vergogna. Ha trovato invece, al Suo passaggio, la forza di avere fiducia in una fonte di guarigione distante e quasi intangibile. Marco dice che “Gesù sentì una forza uscire da lui”: ancora una forma del “dare”, perfino ignorando a chi. Il testo greco parla di “dynamis”, termine da cui derivano anche l’italiano “dinamismo” e “dinamite”, che le Bibbie traducono con “forza” o “potere”, e talvolta anche con “miracolo”. Preferisco pensare ad un’energia spirituale che agisce con potenza nell’intimità e nella segretezza: invisibile, come appunto nel caso della guarigione dell’emorroissa. Gesù la “rialza” in maniera invisibile e non percepibile da altri. Il ripiegamento su se stessi dà origine a paure e ferite interminabili. La fede spezza il circolo vizioso della paura, rompe l’ostacolo principale e lascia il Cristo libero di agire. Comprendo bene anche il timore per “l’enormità” del fatto. Il rialzarsi interiore si traduce in un cambiamento di comportamento, permettendo che si manifesti, diventi visibile ciò che il Cristo ha compiuto in modo invisibile. La guarigione dell’emorroissa è emblematica del discorso cristiano sugli umili, i feriti della vita e gli emarginati; un discorso che muove dalla sapienza e dalla conoscenza dell’erranza e dell’indifferenza del mondo, della gente in strada, che passa cieca, sorda o senza parola. Ma nel mondo c’è anche questa forza unica dell’esser privi di tutto, tranne che della fede.
Tutti siamo poveri di fronte alla malattia; se pensiamo che l’isolamento protegga, è necessario rendersi conto invece che è soltanto l’inizio della paura, l’innesco di un circolo vizioso che depaupera la vita e inaridisce l’amore. Ci si ritrova indeboliti come i popoli dell’Europa Medievale, dopo la grande peste che aveva distrutto metà della sua popolazione.
Oggi, secondo me, la guerra è peggio della peste, è peggio di qualsiasi pandemia; l’ostinazione del ripiegamento verso l’interesse materiale a qualsiasi costo crea delle implosioni, mentre qualcosa della nostra civiltà sta per crollare, costringendoci a cambiare rapidamente il nostro modo di essere.
Cosa nutre le nostre speranze? Che speranza abbiamo, nonostante tutto?
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