Semi

Il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come

16 giugno 2024 – XI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 4,26-34

Ecco una parabola di Gesù per spiegare ai suoi discepoli che il regno di Dio necessariamente va avanti così come in natura il seme cresce e si sviluppa. Marco ricorda ai cristiani del suo tempo, decimati dalle persecuzioni, di perseverare con fiducia perché, in ogni caso, l’opera di Dio procede irresistibilmente, fino al suo pieno compimento.
La parabola non ha perso nulla della sua attualità. Rassicura gli ansiosi che si angosciano perché non vedono progressi negli altri o in se stessi, conforta quanti sono scandalizzati dalle tristi situazioni del nostro mondo. La valutazione negativa degli scandali morali, degli imbrogli finanziari, dell’arroganza politica, delle violenze fratricide non deve far disperare sull’avanzamento del regno di Dio. È come se ci venisse detto: “Non cercate di affrettare la primavera tirando i germogli, non è così che crescono le piante; il raccolto è in arrivo, arriverà a suo tempo, abbiate pazienza e fiducia”.
L’altra parabola, quella del piccolo seme che fa nascere un grande albero, rimanda alla discrezione di un Dio nascosto, né rumoroso, né spettacolare, che non avanza attraverso imprese, dimostrazioni di forza o di prestigio, e nemmeno attraverso la costrizione delle leggi; procede discretamente, attraverso la fragilità umana, attraverso piccoli gesti ordinari, avvertimenti e avvenimenti il più delle volte inosservati.

Ora la questione primaria consiste nel sapere cosa s’intenda per “Regno di Dio”. Ci sono diverse concezioni teologiche, ma una cosa è certa, (cfr Lc 17,21), Gesù ha detto che si trova dentro di noi. La tendenza a considerare il regno di Dio esclusivamente come una realtà escatologica, che si realizzerà alla fine dei tempi come un evento cosmico durante il quale il Cristo ritornerà per regnare, in seguito al giudizio, con i giusti nella pace, nella fedeltà e nella gioia eterna, è una limitazione che imponiamo ai nostri pensieri, perché difficilmente gli esseri umani riescono a percepire con urgenza qualcosa che si avvera oltre l’arco della loro esistenza terrena: siamo noi ad essere limitati. Il Regno di Dio non è una realtà futura, è qualcosa che cresce in ogni credente qui ed ora, per essere portato a compimento in modalità a noi completamente ignote. È vero, tuttavia, che i primi cristiani credevano nell’imminenza della fine del mondo. Gesù, probabilmente, parlava di qualcosa di molto più grande, che i discepoli hanno interpretato come il riferimento ad un evento storico tremendo e imminente. Possiamo quindi intendere la nozione di “Regno di Dio” come tutto ciò che, a partire da ora, nel nostro mondo e in noi, riconosce in Cristo il Dio incarnatosi per la salvezza di tutto il genere umano.
Nel nostro mondo, spesso, sono l’odio e la violenza ad avere la meglio, piuttosto che l’amore per Dio e per il prossimo. Ciò che chiediamo ogni giorno nel Padre Nostro, infatti, è che venga il regno di Dio, cioè che progredisca nel mondo il regno della giustizia, della pace, della fraternità, della grazia. Come parte attiva e collaborante, gli stessi cristiani sono responsabili del realizzarsi del regno di Dio attraverso la fede. Gesù infatti, dice anche: “… se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”.
Così come esistono un regno minerale, un regno vegetale, un regno animale, esiste un regno spirituale accessibile ad ogni essere umano. Siamo molto di più che “semplici” mammiferi, proprio perché, attraverso la parola e la fede, possiamo accedere alla dimensione spirituale, che è parte del divino che ci abita. La nostra responsabilità principale consiste nel riconoscere, custodire, mantenere viva e lasciar crescere la realtà spirituale che è in noi.
Molti sperimentano, prima o dopo, un allontanamento dalla fede. Si tratta di un’esperienza paragonabile al seme di grano piantato in autunno: cresce rapidamente, e poi, durante l’inverno, vegeta. Non appena le condizioni esterne diventano favorevoli può svilupparsi molto rapidamente, dando i suoi frutti. Se la parola è il seme che è stato seminato (cfr Mc 4,3ss) abbiamo ricevuto una grazia originaria valida per tutti fino alla fine dei tempi. Non per meriti particolari, anzi, proprio perché necessitiamo di continua redenzione e senza lo Spirito non possiamo far nulla.
Se guardiamo con onestà e lealtà dentro noi stessi, ci accorgiamo che è proprio così, e potremmo renderci conto improvvisamente che la nostra vita terrena è anche l’unica occasione di accesso al Regno di Dio.
Questa parabola è un testo nel quale ogni lettore può immergersi per riconoscere e riconsiderare la propria occasione di grazia.
Il servo “cattivo” della parabola dei Talenti si ritrova gettato “fuori, nelle tenebre” perché, quasi spaventato dal talento ricevuto, lo ha sotterrato, non usato e restituito, senza averlo minimamente curato. In fondo, non ha commesso alcun esecrabile delitto, ma ha rifiutato di accettare la grazia, di custodire e far crescere il seme della parola.
Potremmo sostenere addirittura che nell’uomo, e proprio in ogni persona, sia riposta l’infinita speranza di Dio.
Che ci si creda o meno, la nostra posizione cambierà il corso e gli esiti delle nostre vite, ma non impedirà a Dio di esistere, né che Egli riponga le sue speranze in ogni essere umano. A ciascuno di noi è stato dato qualcosa per pura grazia; questo qualcosa è destinato a crescere e a trasformare la nostra vita e i nostri atti per rendere il mondo un luogo più sereno. Anche se ciò che avessimo ora fosse un germoglio fragile, a questo dovremmo dedicare tutte le nostre cure, affinché non si realizzi proprio nella nostra persona la distruzione della dimensione spirituale come avvisato nel versetto conclusivo della parabola dei Talenti: “a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto quello che ha”. L’invito è alla cura di ogni aspetto positivo e a tralasciare con decisione tutto ciò che ci rende strumenti impotenti di spinte oscure.
Dovremmo anche ricordare che la parola di grazia spesso cammina sulle gambe di altri esseri umani e che i semi raccolti sono della stessa natura dei semi piantati: possono essere distribuiti.
I doni non cadono dal cielo, ma giungono attraverso i fratelli, le sorelle, coloro che incontriamo, i nostri figli, i nostri vicini, i nostri amici, i nostri genitori, o il nostro coniuge.
Il cristianesimo è una religione del riconoscimento, della gioia e della libertà, volerla vedere al contrario, per ribellione ed ostilità, è la dolorosa punizione che chi non ama si ostina ad infliggere a se stesso e agli altri.
Anche psicologicamente non sarà possibile costruire nulla di buono sull’ostilità, sul senso di colpa, sulla mancanza, sulla tristezza, sulla violenza, sulla mormorazione.
Si può costruire in positivo solo su qualcosa di positivo, e possono dare frutti buoni solo le piante ben curate, il che equivale a dire che si può dare amore solo se sappiamo amare, si può perdonare solo se ci sentiamo perdonati.


Riflessione del 13 giugno 2021

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui


Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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