Prendete, questo è il mio corpo
2 giugno 2024 – Corpus Domini
Mc 14,12-16.22-26
L’ultima cena che Gesù ha condiviso con i suoi discepoli è un fatto conosciuto e lo conosciamo a memoria. Mi chiedo però se basti la memoria. Ogni volta che celebriamo la Cena del Signore, riascoltiamo ciò che è avvenuto e, come spesso accade per le cose ripetute a memoria, si corre sempre il rischio di fare nel frattempo qualcos’altro.
Condividere il pane e il calice è il mandato della nostra tradizione e, come diciamo, ci è stato comandato direttamente da nostro Signore. Insomma, il racconto dell’ultima cena che Gesù ha condiviso è per noi familiare, forse troppo familiare, e non ci siamo accorti, leggendo il Vangelo, che questo comando non compare né in Marco, né in Matteo. Il comando del Signore è raccontato solo da Luca (cfr Lc 22,19) e da Paolo (cfr 1 Cor 11,24). Anche per questo motivo la Cena del Signore è stata oggetto di dibattiti, controversie e interrogativi nella ricezione all’interno delle comunità e tra le comunità. Dopo che Luca e Paolo l’hanno raccontata nel loro modo, tutto è accaduto come se ogni confessione cristiana avesse istituito l’eucaristia come memoriale, ciascuno per conto proprio, disponendone all’interno della comunità di appartenenza.
Possiamo certamente disporre della Cena del Signore, possiamo disporre di ciò che viene dato durante l’ultimo pasto. Il Cristo si è offerto totalmente e volontariamente a tutti. Voglio soffermarmi su questa questione, meditando il racconto come fosse la prima volta. Mi viene in mente che c’è un modo di “darsi” esclusivamente umano e un modo di darsi che è possibile solo al Cristo.
C’è un’altra storia che inizia al capitolo 14: Gesù si trova a Betania in casa di Simone il lebbroso, e mentre è a tavola viene una donna con un vaso di alabastro contenente profumo di nardo, puro e molto prezioso: “ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo”… E il resto lo sappiamo, il testo continua con la virtuosa indignazione degli astanti: si sarebbe potuto vendere quel profumo, distribuire il ricavato tra i bisognosi (di cui, per definizione, possiamo sempre disporre perché ci sono e ci saranno sempre e poi, siccome sono poveri, non andranno mai troppo lontano e avranno ancora bisogno di noi (ndr) e via di seguito; naturalmente la reprimenda viene proprio da chi poi “tradirà”: un caso? Comunque per il momento né questa donna, né il suo profumo, né il suo gesto sono a nostra disposizione, mentre a nostra disposizione è l’offerta del Cristo. La donna dà senza prendere, prende da quel che ha e dà senza risparmio: rompe direttamente il vaso e sparge tutto l’unguento. Non dispone di altro tranne che della presenza totale di colui che ha deciso di onorare. Gesù si lascia ungere in virtù dell’ora della sua presenza sulla terra, allo stesso modo in cui si lascerà arrestare, condannare e allo stesso modo in cui affiderà la sua vita nelle mani del Padre. E allora mi chiedo: ma chi potrebbe offrire così la propria presenza, il proprio essere al mondo, la propria vita?
Uno dei Dodici però non si offrirà, non offrirà se stesso in alcun modo, ma offrirà Gesù, nel senso che lo consegnerà a chi se ne sbarazzerà. Disporre di un oggetto e utilizzarlo è cosa ben diversa dal disporre della vita di un altro. Il bacio di Giuda, un segno fraudolento d’amicizia, diventa simbolo della catastrofe dell’umano, che fa naufragare la vita contro gli scogli della violenza fratricida. Anche il bacio di Giuda è un modo del “dare”. Ci sono modi molto diversi del dare – per esempio quello della donna che unge il capo di Gesù e quello di Giuda che lo bacia. C’è, infine, una differenza sostanziale tra ciò che ciascuno di noi può offrire di buono e di bello e ciò che Gesù offre.
Potremmo quindi chiederci chi siamo quando offriamo qualcosa. Quali sentimenti animano il nostro “dare”, quali intenzioni? Cosa diamo in dono? Disponiamo del nostro? O disponiamo di ciò che è di tutti? Disponiamo forse della vita di un altro o di altri? Dalla risposta dipende la qualità della nostra visione del mondo.
Sui donatori che dispongono di coloro ai quali donano, Gesù pronuncia una condanna radicale. Quando Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo “sbriciola” e lo dà dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”, non specifica anche cosa si debba fare con ciò che è stato ricevuto. Ovviamente lo si mangerà, ma posso anche immaginare di prendere e dare agli uccelli. Il dono non mi obbliga in alcun modo, non crea per me, di per sé, alcun vincolo o alcun obbligo, mi lascia perfettamente libero dall’uso che ne farò. E se richiedesse una decisione, un atto, una parola, sarà la mia decisione, la mia parola e il mio atto. Si noti che in Matteo 7,6 Gesù dirà anche: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi”. Questo indica la semplicità e allo stesso tempo la saggezza profonda del discorso evangelico.
E la storia dell’Ultima Cena? Il dono del Cristo non contiene alcuna disposizione di utilizzo, proprio perchè è un dono totale, corpo e sangue, corpo e anima, senza resto e senza possibiltà di contraccambio. Gesù stesso dice che quel che dà, non lo gusterà più fino alla fine dei tempi. Chi può dare in questo modo? Possiamo certo pensare a coloro che, a causa della fede, hanno dato le loro vite. Ma chi non è martire, e non tutti lo siamo grazie a Dio, a cosa è chiamato?
Pensiamo ancora alla donna di cui abbiamo parlato e il cui gesto si è avvicinato al vero dono: ha dato ciò che aveva con tutta la sua umanità, non certamente nella totalità, ma senza possibilità di recupero, senza disporre di nessuno e senza obbligare colui al quale ha donato. Questa agire semplice indica la strada. E questo percorso, è sempre possibile per tutti noi. È possibile nella nostra vita quotidiana. A questo siamo chiamati: a offrire al prossimo ciò che abbiamo di buono e di bello senza risparmio.