Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
5 maggio 2024 – VI Domenica di Pasqua
Prima Lettura: At 10,25-27.34-35.44-48
Seconda Lettura: 1Gv4,7
Vangelo: Gv 15,9-17
Tutti parlano dell’amore e va a finire che anche io oggi ne “devo” parlare, ma cosa potrei dire dopo aver letto e riletto anche la seconda lettura e il vangelo di oggi?
Per quel che ne capisco io, l’amore è una realtà spirituale, è una cosa dello spirito, un valore intrinseco alla realtà umana e tra tutti i valori è quello primario, perché strettamente connesso con la possibilità di vita.
L’evangelista Giovanni non esita ad usarlo come predicato nominale e, in questo modo, definisce Dio: “Dio è amore” (1 Gv 4,16). Quindi, è chiaro che l’amore è prima di tutto una realtà spirituale, tuttavia non è necessario essere discepoli incondizionati di Teilhard de Chardin (cfr Sur l’amour, breve antologia di testi scelti tra le opere note e meno note di Teilhard) per vedere che la dimensione spirituale comprende quella fisica. È un problema di impostazione razionale di carattere dualista quella che separa ideologicamente lo spirituale dal fisico. A questo punto devo chiedermi che significato abbia la parola “spirituale”.
Qui si cela una specie di trabocchetto. La tendenza individualista dell’uomo fa sì che lo “spirituale” venga collocato spesso in un luogo del pensiero indefinito, tra l’esperienza religiosa personale e l’immaginazione individuale.
Questo spiega a mio parere una gran quantità di equivoci su questo tema così delicato. Accade che l’amore venga spesso scambiato con lo scenario proprio di ogni fantasia individuale: è il caso, per esempio, di quella forma di innamoramento che vede nell’altro tutto ciò che si vorrebbe avere in prima persona. Si tratta, in questo caso, di un passaggio quasi obbligato della crescita personale, ma non sta qui il problema.
Il vero equivoco, secondo me, nasce quando l’amore viene confuso con quelle istanze dell’immaginazione individuale, produttrici di desideri incompatibili con l’amore sul piano dell’azione quotidiana concreta. Mediamente credo che l’amore sia qualcosa che tutti desiderano e quando ci si sente non corrisposti, si cerca immancabilmente altrove. Spesso si trova qualcos’altro verso cui dirigere l’attenzione, fosse anche, nei casi peggiori, l’odio contro l’amato. In altri casi si cerca, comprensibilmente, di dimenticare, come accade quando ci si rifugia nell’alcol o in qualsiasi altra dipendenza, per ottundere il dolore, mentre nella realtà si ottunde la mente e si demolisce il fisico. In altri casi, dopo una delusione amorosa, ci si ripromette saldamente di non fidarsi mai più di nessuno… e, a questo punto, poiché una persona sembra valere l’altra nella sua sessualità, si rinuncia totalmente ad amare e l’amore diventa un fatto esclusivamente sessuale. Questo è forse l’equivoco più esteso al giorno d’oggi. Non che oggi la mente umana funzioni diversamente da cinquant’anni fa, ma le nostre società frettolose sono poco inclini alla sana introspezione e ai ragionamenti consequenziali, così come a “trovare il tempo” per chi si ama. Io penso che anche alcune estasi misticheggianti, insieme ai fanatismi “religiosi” di carattere settario, siano forme di fuga dal bisogno di amare e di essere riamati. Non a caso sorgono qua e là veri e propri cocktail spirituali in cui convivono significati, sentimenti e sensazioni, che radicano in culture diverse (il che sarebbe anche giusto), ma troppo spesso radicano nei desideri frustrati di carattere individuale e personale. Da cosa possiamo renderci conto di essere caduti in una simile trappola? Semplice: se dico di voler bene a tutti e di essere felice nella mia comunità perché ho pregato per cinque ore con persone la cui compagnia mi fa stare bene e poi quando esco dalla mia comunità offendo tutti gli altri e agisco senza misericordia, oppure mi chiudo nella mia beata solitudo dentro casa, significa che sono nella trappola fino al collo. E tutto questo senza bisogno di far ricorso ad alcun universo “psichedelico”. Succede. In breve, l’amore è una realtà spirituale, ma se gli si sottrae la pratica dell’agire concreto quotidiano per il bene del prossimo, gli si toglie la dimensione fisica e si cade nel “non amore”. Tutta la realtà spirituale nasce dall’incontro, a volte anche violento, con gli altri. Perfino la contrapposizione è di natura spirituale, ma quando non si concilia nell’agire misericordioso, l’amore diventa una finzione. La spiritualità ha una forte connotazione fisica: è la legge dell’incarnazione. Anche la preghiera, che il catechismo, molto riduttivo su questo punto, definisce come un “parlare con Dio” mantiene sempre la sua “fisicità”. Si prega, infatti, dal momento in cui s’impone alla coscienza la presenza di un altro a cui ci si rivolge e che non è un’estensione di se stessi. Ogni forma di spiritualità, compreso quindi l’amore cristiano, rivela una distanza tra l’io e l’Altro, caratterizzata senz’altro dal desiderio di colmare un vuoto, ma anche dall’aspirazione al riconoscimento e al confronto. La tentazione è, ovviamente, quella di accontentarsi della finzione, confrontandosi non con il mistero irriducibile dell’altro, ma annegando in una fantasia, nella proiezione di se stessi sullo schermo della propria ignoranza. La spiritualità è una dimensione tesa tra il già presente e il non ancora presente, tra le componenti frammentate del quotidiano e il corpo unificato dell’essere, allo stesso tempo distanza e istanza di avvicinamento. Una simile tensione la troviamo non soltanto nelle relazioni umane, a cominciare dalla relazione di coppia, ma anche in ogni attività che impegna tutto il nostro essere: la lettura, la creazione artistica, la ricerca scientifica, la meditazione, la contemplazione, la preghiera, compresa, quella forma naturale di preghiera che è l’attenzione, ma soprattutto nell’agire pratico convogliato a favore di altri esseri umani, adoperandosi perché possano camminare saldi nella propria aspirazione esistenziale, sentirsi unificati e intravedere la meta. Questo penso sia il più bel regalo che il nostro concreto agire quotidiano può offrire a chi amiamo. L’amore di cui si può parlare appartiene all’ordine del significato e il suo senso è un concreto essere e agire per creare relazioni, connessioni, farsi ponte più che costruire ponti, perché lo Spirito raggiunga ogni angolo del mondo senza trovare resistenza. La dialettica dell’amore si svolge tra il presente e il futuro, tra il vicino e il lontano, tra la persona e la società, tra me e il mondo, tra ogni orante e il suo Dio. Se Dio è amore, “amarsi gli uni gli altri” diventa carne, s’incarna in ciò che ogni giorno facciamo nel mondo e per il mondo; non è “solo” un comandamento, è una necessità del vivere, come l’acqua, come l’aria.
NB: in copertina Marc Chagall, Les Lumières du mariage, scansione in scala da testo a carattere didattico; il quadro originale del 1945 (olio su tela 123×120) si trova a Zurigo ed è di proprietà privata. Dipinto dopo la morte di Bella Chagall, riecheggia il titolo del libro di Bella “Luci accese”, tradotto in francese dalla figlia Ida (cfr Marc Chagall, Garzanti, con testi di Werner Haftmann, 1973).