11 febbraio 2024 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Prima Lettura: Lv 13,1-2.45-46
Seconda Lettura: 1Cor 10,31-11,1
Vangelo: Mc 1,40-45
Cosa ha fatto Gesù finora? Ha ricevuto il battesimo, ricevuto lo Spirito Santo e sentito voci dal cielo, poi c’è stato un tempo nel deserto, in seguito ha iniziato ad annunciare il Vangelo di Dio – convertirsi e credere al Vangelo – ha chiamato discepoli, poi ha compiuto un primo miracolo, poi un altro, poi dozzine di miracoli, poi ancora miracoli fino a questa parola: “Se vuoi, puoi purificarmi”, gli dice un lebbroso. Gesù si commuove. E chi non si sarebbe commosso? E chi, avendo il potere che Gesù ha, resisterebbe a tale domanda? Lo purifica, naturalmente, però, dopo, lo ammonisce severamente, letteralmente lo caccia e gli raccomanda di non dire ad alcuno quel che è successo.
E io mi chiedo: ma perché? Perché cacciare il lebbroso dopo averlo curato amorevolmente? Perché proibirgli di raccontare l’accaduto? E perché poi rimandarlo dai sacerdoti?
Sono domande che mi portano a interrogare il Vangelo.
Dal primo demone scacciato nella sinagoga di Cafarnao, lo spirito impuro, Gesù ha operato guarigioni su guarigioni, motivo per cui la gente continua a chiedergli miracoli e lui fa i miracoli.
Ci sono solo miracoli in questa storia? Marco non ha scritto “Inizio della storia di Gesù di Nazaret, operatore di miracoli”, ma “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio”. Ma, all’inizio del ministero pubblico di Gesù, l’attenzione si focalizza sulla sovrabbondanza del miracoloso. E qui sorge il problema, tanto per chi li compie, tanto per chi ne beneficia.
Chi fa i miracoli dovrà continuare a farne, perché sempre sarà crescente il numero di persone che li chiede. Mi sembra abbastanza chiaro. Certamente, i miracoli suscitano interesse, entusiasmo e adesione.
E poi?
Quanti sono i miracoli riportati in un giorno qualunque di un’esistenza qualunque? E quanti ne vorremmo nei momenti difficili?
La questione della fede non si pone quando ci sono miracoli; tutti si rallegrano che ci siano miracoli, ma nessuno pone la questione della fede e della “domanda” che muove a compassione il Signore. Ha fatto dieci miracoli? Gliene chiedono cento, lui ne fa cento e gliene chiedono mille.
E dopo? Così è “la folla”. Non si mette in discussione, non ha esitazioni quando il suo campione vince e tutto va bene. I problemi sorgono quando il miracolo non c’è, ed in questo sta il nodo: con o senza miracoli la fede o c’è o non c’è, ma se c’è un miracolo è la domanda, la preghiera che lo suscita.
Perché allora Gesù ha cacciato questo pover’uomo dopo averlo guarito? Oppure, perché l’evangelista Marco colloca questa scena brutale proprio lì, proprio all’inizio del suo Vangelo?
Prende corpo in questo inizio del vangelo di Marco la grazia pre-potente che abita il Nazareno, la sua propensione alla compassione e il suo desiderio di riparare tutto.
Il lettore scopre però che l’annuncio di questo Vangelo non può scaturire solo da una tale sovrabbondanza di potenza benevola, scopre addirittura che se Gesù nella sua vita avesse fatto solo miracoli, non ci sarebbe stata alcuna lieta novella. Il miracoloso attrae sempre l’uomo, ma la solitudine della croce denuncia l’assenza di relazione fra l’uomo e Dio, e, precisamente, denuncia la fuga dell’umano, davanti all’apparente impotenza dell’Onnipotente.
E scoprirlo può essere straziante.
La grazia è onnipotente, ma è di sola fede che possiamo vivere.
Paradossalmente vivere di sola fede è perdere le illusioni: fine dei sogni, inizio del risveglio e della responsabilità, vero inizio del Vangelo per ciascuno di noi.
Ora, ciò che perdiamo in illusione, guadagniamo in lucidità. Scacciando il miracolato, è il miracolo per il miracolo che Gesù esclude. E se poi farà altri miracoli, sarà per il servizio del Vangelo, e per nient’altro. Gesù dunque respinge il miracoloso, non vuole che se ne parli, rimanda all’ortodossia delle pratiche religiose del proprio tempo e della propria collocazione geografica.
E’ questo Vangelo che Marco tramanda, invito alla conversione per una vita non miracolata e neanche rassegnata, ma rivendicata nella sua sovrabbondanza di presenza e di possibilità; una vita non golosa e smemorata, ma accolta e consacrata alla quale andare incontro perché è tutto e solo quello che c’è.
Il lettore del Vangelo di Marco deve scoprire questo, deve imparare a vivere questo, e sapere che Gesù stesso lo scopre e lo vive.
C’è una verità del Vangelo che si dice solo alla croce, quando il moribondo grida al cielo e muore, ed è racconta anche nel percorso dei discepoli, nello smarrimento dei testimoni e nel silenzio del sepolcro vuoto.
Infine c’è un’ultima verità: scartato il miracoloso, vinta la paura della morte, accolta anche la sofferenza, è possibile leggere, dire e confessare, oggi, il primissimo versetto: inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, nella fede e per fede è vivo e Signore.
Vivere sotto la grazia è dato dall’alto, ma vivere di sola fede si impara quando si è deciso di vivere.
NB: per leggere la riflessione del 14 febbraio 2021 clicca qui