Ritrovarsi

14 gennaio 2024 – II Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Gv 1,35-43
Seconda Lettura: 1Cor 6,13-15.17-20

La chiamata dei discepoli è una pagina molto bella. Giovanni Battista riconosce Gesù, lo presenta ai suoi discepoli come colui che immerge, non più nell’acqua, ma nel fuoco, nel respiro.
Due discepoli ascoltano le sue parole e seguono Gesù che si volta e chiede loro cosa cercano. “Dove vivi?” chiedono. “Venite e vedete”, risponde Gesù. Vanno, vedono e restano per un giorno. Ma perché non rivelano dove abita Gesù? 

In libreria, quando qualcuno mi chiede se sto cercando qualcosa, a volte rispondo: “No, guardo per vedere se un libro sta cercando me!” Forse, con le debite differenze, accade così anche per le persone. Le cerchiamo e ci dà respiro quando ci ritroviamo.
La storia di Giovanni presenta, infatti, persone che si cercano e si ritrovano. Gesù stesso cerca e si ritrova. I discepoli cercano e si ritrovano. Le loro aspettative assumono un nome e un volto, abitano un luogo e dunque i grandi titoli attribuiti all’atteso Messia si fondono con quelli di Gesù di Nazaret. Dio non è nelle nuvole, non nell’iperuranio delle idee, fa la sua casa con noi e desidera vivere con noi. Sarà forse nell’incontro che scalda il cuore che pianta la sua tenda? Non abbiamo forse il desiderio d’incontrare qualcuno con cui sia bello restare?
Dio, come noi, trova la sua casa nell’incontro, nello scambio reciproco di ciò che siamo l’uno per l’altro, l’uno per l’altra. Vivo, dove vive l’amore.
Forse è ciò che intendeva Paolo, il quale si esprime a modo suo e ragiona a modo suo nel suo tempo, per arrivare ad almeno due conclusioni:
1) C’è un mistero profondo nell’unione di due carni : “I due saranno, è detto, un corpo solo” – al v.16, omesso dalla lettura odierna, forse perchè non è semplicissimo intenderne il messaggio, si parla dell’unione carnale di un uomo con una prostituta e – chiede Paolo retoricamente – “ O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo?”
2) Il nostro corpo, poiché è “tempio dello Spirito Santo” e parte del corpo di Cristo, è “sacro” e appartiene a Dio (v. 19 – 20). Fin dall’inizio.
Queste due conclusioni portano alla condanna della “fornicazione”, intesa come frequentazione di prostitute.
Allargando il tema e riattualizzandolo nel contesto contemporaneo, si potrebbe dire che vendere il proprio corpo o comprare quello di un altro, si tratti di prostituzione, di schiavitù, di tratta di esseri umani, di commercio d’organi, di uteri in affitto – ovviamente tutti livelli di differente gravità e alienazione della dignità del corpo, è qualcosa di completamente estraneo al vangelo e al pensiero di Paolo.
Inoltre la fornicazione che Paolo condanna è un concetto con una propria genealogia nel vecchio testamento in Tb 4,12: “Guardati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione; anzitutto prenditi una moglie dalla stirpe dei tuoi padri e non una donna straniera, che cioè non sia della stirpe di tuo padre, perché noi siamo figli di profeti. Ricordati di Noè, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nostri padri fin dal principio. Essi sposarono tutti una donna della loro parentela e furono benedetti nei loro figli e la loro discendenza avrà in eredità la terra.”
È molto chiaro che per “fornicazione” s’intende qui qualsiasi rapporto carnale con una donna non appartenente ad alcuna tribù d’Israele e, per estensione, estranea alla Legge di Mosè.
L’ottica della nostra fede, oggi, è molto distante da questo nucleo nel seno del quale è nata; i “padri” del popolo di Dio sono gli stessi per tutto il genere umano, ma il popolo di Dio è l’intero genere umano: è il genere umano che ha in eredità la terra, senza distinzioni, non soltanto la discendenza delle dodici tribù d’Israele, che, come tali, sono parte del genere umano amato da Dio. La paternità di Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe non è una paternità carnale, fisica, di sangue, è una paternità concreta, storica, ma è segno di quella paternità che fin dall’inizio della narrazione Dio soffiò nelle narici di Adamo.
Forse, anzi certamente, è il senso della chiamata di Andrea, di Giovanni, forse l’amico che era con lui, di Simone, persone chiamate a diventare apostoli dell’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Ora io mi domando: abbiamo la memoria di Dio nei nostri corpi? Visto che “il Signore è per il corpo” (v. 13), potremo mai pensarlo e trattarlo, riducendolo esclusivamente ad un bell’oggetto da utilizzare? Oppure a merce da vendere o comprare?
Questo, forse, è il peccato del mondo, per riscattarci dal quale l’agnello si è immolato (da innocente) nello scandalo della croce.
Conserviamo veramente la memoria di Dio nel nostro corpo, oltre che nella nostra mente?
La “grazia a caro prezzo”, il tesoro nascosto nel campo, la Parola che abbiamo ricevuto in eredità e che sempre è necessario ritornare a cercare?

NB: per leggere la riflessione del 17 gennaio 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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