Cosa dici di te stesso?
17 dicembre 2023 – III Domenica di Avvento
Seconda Lettura: 1Ts 5,16-24
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28
Cosa dovrei dire? Chi sono?
A volte mi distraggo dal senso di questa domanda.
Occupato in mille cose, pre-occupato mentalmente, centrato su obiettivi e compiti vari, perdo di vista il fine principale: essere in connessione con la Parola in ogni momento della mia giornata, essere in comunione quando mi alzo, quando mangio, quando lavoro, quando incontro gli altri. Alla luce della seconda lettura, non solo non dovrei spegnere lo Spirito in me, ma dovrei cercare il modo per esserne riempito. Questo sarebbe l’atteggiamento positivo di fondo, mai corroso dal pessimismo, dallo sconforto, dall’indifferenza e che talora può trasformarsi in vera gioia.
Simile dev’essere stato l’atteggiamento del Battista: lui non si presenta come soggetto definito dai confini della propria persona e dall’identità socialmente riconosciuta; lui si presenta come uno in relazione con qualcun altro, nato storicamente dopo di lui. Ma quando s’incontra una persona “inconsueta”, particolare, forse uno “straniero”, che guarda diversamente a ciò che noi crediamo di conoscere, gli si fanno domande per riportarlo dentro le nostre consuete categorie culturali. Ed è quello che fanno le autorità di Gerusalemme con il Battista, in sintesi gli chiedono: chi sei? Come ti chiami? Da dove vieni?
Il Battista è persona troppo “fuori dagli schemi”: veste e mangia diversamente, invece di parlare, grida, vive in disparte, per giunta “attraendo le folle”. Ce n’è abbastanza per avere timore di lui; le autorità indagano, aggrottano le sopracciglia, diffidano; sono preoccupate perché la Palestina si sta facendo terra di dissenso nei confronti del governo (anni ‘30 del I sec. d.C. = governo di Roma), quindi, serrano i controlli, cercano identità chiare da attribuire allo straniero, che potrebbe anche essere un rivoltoso violento (un terrorista, un criminale?). I dubbi sembrano del tutto giustificati.
Al controllo, però, Giovanni non dichiara la sua identità, per motivi tutt’altro che criminali: lui non presenta se stesso in modo chiaramente categorizzabile, lui dice ciò che non è: “Io non sono il Messia”. Il suo unico segno di riconoscimento in base a ciò che si aspettano di sapere coloro che lo stanno interrogando, è in negativo, è un non-essere quello che i suoi interlocutori – sacerdoti, leviti, farisei – casomai potrebbero aspettarsi. Di più: così parlando, implicitamente, fa capire che se lui “è”, è solo in relazione al Messia, in relazione a quel Qualcuno che sta annunciando..
Giovanni, di fondo, ha una funzione: gridare al mondo che sta per giungere l’Atteso da secoli, il Messia, ed è necessario prepararsi, perché è urgente farsi trovare pronti.
Giovanni finisce decapitato, perché quel “farsi trovare pronti” non è cosa per Erode, né per le autorità religiose locali.
Quelli che non si pongono il problema di identificare Giovanni secondo la Legge o secondo i rappresentanti del governo di Roma, sono pochi e socialmente male in arnese, non hanno alcun peso politico, subiscono le decisioni delle autorità che non sono progettate per farli stare meglio. Per vederli e per rendersi conto del perché vanno da uno come Giovanni, dobbiamo decentrarci un filino da quel che siamo, dall’ordine della nostra tranquilla esistenza fatta di abitudini di pensiero e di comportamento, di rischi calcolati e di progetti il più possibile definiti.
Per comprendere i seguaci di Giovanni dobbiamo osservare se qualcosa della nostra esperienza attuale ce li rende “familiari”… non credo siano persone che hanno bisogno di redenzione, sono persone che hanno bisogno di vivere veramente. Se l’esperienza della vita piena comporta la redenzione, loro però non lo sanno, neanche lo immaginano, ma percepiscono l’autenticità nella voce del Battista. Ed è talmente autentica quella voce, che viene materialmente messa a tacere. Per incutere terrore, per dissuadere altri a fare altrettanto. Tanto che pochi capitoli dopo, alla notizia della decapitazione del Battista, il Nazareno pone ai suoi una domanda chiara:
“ Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67).
Quelli che restano hanno vissuto l’incontro con il Nazareno, quelli che resteranno, seguiranno quella via e continueranno ad attrarre folle, essendo anche molto meno appariscenti del Battista. Per loro non si darà vita in altro modo.
Il tema del decentramento sarà anche una caratteristica dell’esistenza terrena del Nazareno; nasce già decentrato, la novità viene annunciata ai pastori e agli stranieri, ai semplici e ai saggi che vengono da fuori, capiranno prima i pagani, piuttosto che i capi della tradizione spirituale dalla quale quel Messia proviene: cosa inconcepibile, semplicemente assurda, un vero cruccio per San Paolo.
Voglio continuare a credere che da quel deserto dove rimbomba ancora la voce del Battista giunga alle nostre orecchie l’invito incisivo a percorrere la via della comunione tra i popoli: la pace.
Siamo tutti stranieri, provenienti da un evento tanto sconosciuto e misterioso, quanto grandioso e perturbante, siamo non si sa chi, da non si sa dove, ma ci riconosciamo e ci presentiamo come figli di Dio, fratelli di quel Nazareno, di cui a breve festeggeremo la nascita.
Dove sarebbero, dalla nostra prospettiva, quegli altri che non possono essere considerati figli di Dio e nostri fratelli? Da quale altra condizione da stranieri più stranieri proverrebbero? Extra-umani?
Nessuno di noi è il Messia, ma siamo tutti voce che grida da quel deserto, perché è la nostra missione, finché l’ultimo degli ultimi non sarà guardato come fratello.
“Siate abbastanza umili da considerare gli altri superiori a voi stessi”, scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di Filippi.
Guardiamo a noi stessi come agli ultimi degli ultimi – ci vuole del coraggio per osservarci così come siamo – ma da quel punto possiamo vedere, tra gli altri , in mezzo a noi, uno che non conosciamo, uno straniero da accogliere; la sua presenza non si assesta, ma si sposta, perché come scrive l’evangelista Giovanni: “Il Verbo ha piantato la sua tenda per terra”. Dio non ha una casa fissa, ma si muove con noi, proprio come si mosse con gli ebrei attraverso il deserto del Sinai, di giorno sotto la nuvola e di notte sotto la colonna di fuoco.
Straniero tra stranieri, Giovanni Battista dice il vero: Dio non lo conosciamo.
Non abbiamo presa possibile su Dio, nessuna speculazione è possibile su come Egli intervenga nella storia.
D’altra parte, tutte le contro-testimonianze della storia, tutte le falsificazioni del Vangelo, compiute da tiranni o persone comuni, sono solo gli effetti dei desideri di onnipotenza che proprio la predicazione di Giovanni contraddice vigorosamente, ricordando ad ogni uomo la propria reale condizione.
Restiamo, come Giovanni Battista, sulla soglia del Vangelo, in primissima pagina, a dare uno sguardo nuovo alla Bibbia, a Dio e agli altri, avendo tutto ancora da conoscere e da vivere, per poter muovere i primi passi con la gioia stupita dell’origine ritrovata nel suono di una parola annunciata e ascoltata, nella tenerezza di una carezza data e ricevuta.
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