Discorso

Van Gogh - Strada con cipressi e stelle

Eppure il mondo non lo riconobbe

Giovanni 1,1-18 – Domenica, 2 gennaio 2022
Seconda Domenica dopo Natale

La tradizione cristiana ha conservato quattro vangeli, che assumono ciascuno un diverso punto di vista; il Vangelo di Giovanni è l’ultimo in ordine di tempo e trae tutta la sua originalità da un lungo processo di riflessione e rilettura degli eventi.
Qui la nascita del Nazareno viene evocata senza fare riferimento ad angeli, mangiatoia, cometa o pastori, né ad altre componenti che sono parte del nostro tradizionale modo di sentire il Natale. Non ci sono immagini di realtà “tangibili”, e non si tratta neanche di una narrazione di tipo storico: non c’è l’intento di ricostruire cosa avvenne quella notte a Betlemme.
Al posto di una narrazione, il Vangelo di Giovanni offre una sorta di poema filosofico che mette in gioco concetti astratti: la parola, la luce, le tenebre, la verità. Parole difficili da penetrare, probabilmente più delle immagini concrete di Luca, Matteo e Marco, che ci riportano ad un immaginario forse più familiare.
Giovanni descrive la nascita di Gesù, come evento dal significato cosmico, andando dritto al punto, senza prendere per mano il lettore per portarlo lì con gradualità: afferma subito che Gesù è il Messia, lo dice in maniera quasi brusca. Per parlare della divinità di Gesù usa una parola mutuata dalla filosofia greca: lógos. Significa “parola”, ma anche “discorso” e “ragione”. Si tratta quindi di una parola che nasce per costruire, guidata dall’intelligenza discorsiva.
Cosa significa dire che Gesù è il Lógos, la Parola con la P maiuscola?
Significa prima di tutto che il Cristo è colui attraverso il quale tutto è detto nel tempo e fuori dal tempo. Il suo Vangelo non è solo una serie di parole, che si susseguono, legate alla dimensione temporale del nostro leggere, è un discorso che si snoda nel nostro presente, come nel nostro passato e come continuerà a fare nel nostro futuro, perché la Sua origine è in un tempo assoluto, una condizione inclusiva, che gli esseri umani possono solo raramente sperimentare a causa della loro vita intessuta nel tempo ordinario. Il discorso di Gesù di Nazaret è dunque in sé saturo di ogni possibile. Nella nostra dimensione non possiamo aggiungere nulla alla pienezza della Parola, la possiamo solo testimoniare, costruendo il nostro parlare giorno per giorno, camminando passo dopo passo sul nostro sentiero, rimanendo in attesa di ogni possibile.
Con le parole di Giovanni camminiamo nel tempo della Rivelazione, della rivelazione di ciò che è stato detto fin dall’inizio. La Parola, il discorso di Dio incarnato nella vita terrena di Gesù di Nazaret, precede ogni persona ed ogni evento; tutto ciò che esiste, tutto ciò che sperimentiamo giorno per giorno è stato fatto per mezzo della Parola che precede ogni cosa.
Non è rassicurante per noi? Non è incoraggiante?
Se tutto ciò che esiste, esiste solo attraverso la Parola, se tutto il dire precede ogni evento, significa che ogni evento, felice o infelice che sia, ha un senso ed è finalizzato alla nostra salvezza. Siamo liberi di testimoniare momento dopo momento la nostra personale capacità di amare il prossimo come noi stessi. Ecco perché la Parola è di grazia e di verità: genera i suoi effetti su un piano completamente diverso dalla parola della Legge data a Mosè, è finalizzata alla salvezza, oltre la Legge, ma non prescindendo da questa Legge. Il nostro scopo non dovrebbe essere guardare al prossimo per giudicarlo, ma guardare al prossimo con tutta la cura che avremmo per noi stessi. Solo così ci accorgiamo delle ferite – degli altri e nostre – e possiamo parlare e agire per testimoniare di essere sinceri e benevoli, in compagnia … di grazia e verità.
È complicato? Forse sì. Essere testimoni dipende esclusivamente dalla nostra coscienza, dalla nostra fiducia, e, in gran parte, dalla nostra volontà.
Grazia e verità sono parole rassicuranti, che possono suonare tremende allo stesso tempo.
Cerco di dire l’aspetto rassicurante: non siamo abbandonati ad un destino arbitrario e crudele, guidati da una volontà assurda, irragionevole e caotica. No, siamo in presenza di una volontà basata sul Lógos, che ci ha chiamati in vita uno per uno e che ci permette di vivere. Tutti.
Di questo si sostanzia il senso dell’enorme fiducia e della grande serenità, caratteristiche della fede. Se siamo vivi è solo perché c’è stata una Parola che ci ha preceduto per farci vivere come persone pensanti, parlanti e capaci di amare; è la stessa forza che permette a ciascuno di essere ciò che è, e perfino di avere ciò che ha.
Talvolta mi sembra addirittura strano che si possa dubitarne: basti pensare a ciò che capita quando un bambino piccolo viene lasciato solo, senza la parola umana che potrebbe accompagnarlo e farlo crescere: quel bambino imparerà solo con difficoltà ad esprimersi pienamente e il più delle volte crescerà nella sofferenza, mettendo a fuoco con ritardo ciò che distingue il dolore degli esseri umani, da quello degli animali … il miagolio di un gatto, dal grido di un neonato affamato.
Noi non siamo solo animali, siamo anche discorso ragionato, siamo capaci di parlare sensatamente e il nostro pensiero è prima di tutto verbale. A differenza di ogni altro genere di animale noto, la capacità di parola fa la nostra specificità come esseri umani e l’atto del parlare – capendo e facendosi capire, cioè ragionando “amorosamente” – è frutto dell’interazione con i nostri simili.

D’altra parte, l’aspetto tremendo, il tremendum della Buona Novella, è che ci obbliga a rifondarci ogni giorno come discorso ragionato, venuto al mondo non per caso, e ci pone di fronte ad una domanda decisiva: preferiamo vivere al buio o alla luce?
Giovanni purtroppo risponde senza mezzi termini, al versetto 5 – La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta – e ai versetti 9-11: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
Preferiamo vivere al buio o alla luce? Questo il dilemma della libertà personale e del suo esercizio, che richiede coraggio, vista acuta, desiderio di guardare, disposizione ad amare.
La Parola, il Lógos, c’è fin dall’inizio: in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ed è vero che Dio nessuno l’ha mai visto e proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato.

Ascoltavo nei giorni scorsi per radio l’inizio di una trasmissione che poneva l’accento su una questione scottante: la vecchiaia in solitudine, spesso accompagnata dalla malattia. Se siamo giovani e sani, può accadere di pensare che la vecchiaia e la malattia non ci riguardino, perché non sono le nostre.
È forse lo stesso senso di estraneità che provano anche gli adulti di fronte al migrante che cerca di sfuggire alla guerra, alla carestia, all’odio per cercare di vivere? È forse lo stesso senso di estraneità che proviamo di fronte ad ogni forma di emarginazione?
Poi c’erano altre notizie, attorno a mirabolanti manovre economiche per puntellare l’economia. Superbonus. Nel frattempo, i prezzi dell’energia vanno alle stelle. Anche quelli dei generi alimentari. La scuola? Sì. Fondamentale, in presenza. Certo. Giusto.
E progetti di ampliamento e rinnovamento delle strutture, e impianti di areazione e purificazione per gli edifici scolastici pubblici?
Abbiamo già visto e pagato il depauperamento della sanità pubblica ridotta ad industria ospedaliera, speriamo che non si finisca col trasformare tutta la scuola pubblica in industria privata.
Ecco questioni concrete per decidere se vivere e far vivere alla luce o nelle tenebre…
Abbiamo bisogno di una visione per il futuro, per costruirlo in maniera inclusiva e non contraddittoria.
Ora resta la pandemia, come modalità di discorso unico, che catalizza l’attenzione e l’ansia di ciascuno; sembra rendere tutti stranieri, estranei, sbalestrati. Anche i più forti. Unica terminologia martellante e scarna, non di rado sconnessa, ma globalmente sbandierata: apri la finestra, fai circolare l’aria, mantieni la distanza di sicurezza; e poi: isolamento, quarantena, disinfettanti, mascherina, tamponi, vaccino, novax, novavax (…ancora bisogno di novità?), prima dose, seconda dose, dose unica, booster, green pass, base e rafforzato – sei o nove mesi? O forse tre?

Chiudete la finestra che ho freddo!

Intanto il senso di estraneità cresce, e si scopre che molti sono sbigottiti, sballottati, sbandati, sbroccati, sbriciolati e sbancati, causa la vita al tempo del Covid.
C’è qualcuno che se ne prende cura?
Occorre una parola, una ragione, un discorso, capace di rimediare, toccare, sanare oltre il covid e risvegliare dallo sbando, che ci rende estranei l’uno per l’altro. Forse è anche in una situazione simile che potremmo dire eppure il mondo non lo riconobbe; il testo di Giovanni non ci parla del Cristo come di una divinità eternamente immutabile, congelata nel suo stato di isolamento, descrive piuttosto un Dio vicino, di una vicinanza che forse non riusciamo più a distinguere negli occhi dei passanti.
L’ambizione di questo prologo è di raccontarci cosa ci precede e cosa ci aspetta. A noi la decisione di ascoltare o meno questa Parola e di partecipare alla creazione del nostro tempo terreno, che non è solo nostro, ma anche di quello accanto, e di quello un po’ più in là.

Credo che così si possa accogliere la Parola e accendere quel potere tutto particolare di diventare figli di Dio, generati non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma appartenenti ad una genealogia che va oltre la chiacchiera priva di ragione, e che abita sempre nella prossimità della cura amorosa.

NB: Per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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