Trasformare lo sguardo

Trasformare lo sguardo

“Ma voi, chi dite che io sia?”

Marco 8,27-35 – Domenica, 12 settembre 2021,
Ventiquattresima Domenica del tempo Ordinario

Rileggo il racconto evangelico di questa domenica nel contesto della mia esperienza, in particolare di quello che la mia famiglia, mia madre Augusta prima di tutti, ha attraversato anni fa, mentre mio padre si avvicinava agli ultimi momenti della sua vita.
Non è soltanto la mia storia, ma anche quella di tante famiglie, vicine e lontane, che si trovano oggi a vivere la stessa situazione e non sono poche. 

Gesù pone ai suoi discepoli la domanda: “E voi, chi dite che io sia?”.
Pietro dà una risposta forte, che sembra molto migliore di quella delle altre persone interpellate da Gesù: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia.
Immagino che se mia madre fosse stata interpellata allo stesso modo, avrebbe risposto:
“Tu sei Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che salva tutti quelli che credono in Lui e Lo pregano”.
Eppure, è probabile che entrambe le risposte riflettano un malinteso su chi sia veramente Gesù, e dunque anche su chi sia veramente Dio – e noi, intesi come “credenti”.
Per molte generazioni di credenti, Dio è stato visto come il Padrone del mondo e della storia, Colui che influenza e controlla gli eventi, Colui che premia i buoni e punisce i malvagi, Colui al quale si deve rendere ogni omaggio e ogni ringraziamento. Questa percezione traspare nell’affermazione che Gesù è il Messia; per Pietro questo Messia dovrebbe restaurare il regno di Davide, ovvero un regno in cui finalmente le leggi di Dio e i suoi fedeli trionfino.
Ovviamente, oggi ci difendiamo da una visione simile; quando ci troviamo di fronte alla durezza della vita, della sofferenza e della morte, però, ci rendiamo conto che parte di quella visione è ancora radicata dentro di noi.
“Non riconosco più mio marito” – disse mia madre un bel giorno – “non è più l’uomo che ho sposato”. In effetti l’uomo che aveva sposato era stato forte, intraprendente, energico e si prendeva cura di tutto. Ora invece era un essere debole, molto debole. In passato pregavano insieme, la domenica andavano insieme a messa, avevano dedicato la loro vita alla famiglia e al lavoro: onesti fino a rimetterci… Non sarebbe stato normale che Dio facesse un miracolo, o almeno un’eccezione nel loro caso?
Questo modo di pensare è esattamente il senso del rimprovero di Pietro a Gesù, quando Gesù annuncia apertamente ciò che lo attende. Dunque ciò che Pietro si aspetta debba essere il Messia, non è ciò che il Messia è.
Non solo l’auspicato miracolo non avverrà – “Se sei il Messia, salva te stesso” sarà considerata una tentazione diabolica, tanto quanto il rimprovero di Pietro a Gesù di oggi – ma sofferenza e morte rimangono… per la resurrezione ci vogliono… tre giorni…
Ma oggi – che nostro padre o nostra madre non riusciamo più a riconoscerli nella loro vecchiaia e debolezza e malattia – il Messia esiste?
Nonostante le apparenze, nel cuore della sua malattia, mio ​​padre ebbe dei comportamenti tali da permettere a mia madre (e a me) di compiere un percorso incredibile, durante il quale la paura fu domata e la morte assunse un altro aspetto, perché fu vista con altri occhi; all’improvviso, dove io mi aspettavo solo lacrime e pianto di dolore, vidi la relazione d’amore all’opera come una forza misteriosa.
Allora, cos’era successo? E perché uno per sperimentare un fenomeno simile, deve trovarsi in mezzo alla sofferenza e alla prospettiva della morte? E perché ci vuole un viaggio così lungo?
Non ho una risposta precisa, ma se il Cristo ha redarguito così aspramente Pietro, il quale non reputava conveniente che Gesù parlasse apertamente della propria sofferenza e della propria morte, sono propenso a credere che simili percorsi portino in sé qualcosa di essenziale alla nostra identità di uomini e donne.
La risposta definitiva a queste domande deve essere equivalente alla domanda sull’identità del Messia e di Dio stesso.
Ci avviciniamo a tentoni a questa risposta, solo in modo negativo, morendo prima di tutto ad una vecchia visione delle cose e delle persone, lasciando a noi stessi la libertà di sperimentare un qualcosa che trasformerà radicalmente il nostro sguardo.
Il vangelo di oggi porta un messaggio sorprendente: Gesù convoca la folla per dire quello che ha da dire: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.
La folla viene informata, quella conoscenza è per tutti. Marco ha anche raccontato l’episodio, che è stato tramandato, forse perché a partire da quell’episodio, qualcuno attraverso i secoli è stato in grado di raccontarci la sua storia, avendo già avuto accesso ad una parte di questo mistero.

Noi siamo in movimento, dobbiamo solo lasciare che la vita ci trasformi giorno dopo giorno per sperimentare la trasformazione dello sguardo.
È davvero quello che vogliamo?

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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