«Hanno portato via il Signore dal sepolcro
e non sappiamo dove l’hanno posto!»
5 aprile 2026 – Domenica di Pasqua
At 10,34a.37-43
Sal 117
Col 3,1-4/1Cor 5,6b-8
Gv 20,1-9
La fede non nasce e si sviluppa sempre nello stesso modo, non è un’unica strada e non esiste un tempo di percorrenza comune.
Nel Vangelo di questa domenica di Pasqua ci sono Maria Maddalena, Pietro e il discepolo che Gesù amava e tutti e tre reagiscono diversamente all’avvenimento. Parto dal discepolo che Gesù amava. È il più “rapido”: corre, arriva per primo, entra, vede e crede. Ma cosa vede davvero? Non vede Gesù risorto, ma una tomba vuota, delle bende, un sudario piegato. Quei segni per lui parlano chiarissimo.
Questo discepolo era andato sotto la croce, anche quando gli altri si erano dileguati. Penso avesse un rapporto talmente forte con Gesù che, repentinamente, posto davanti a quei segni, è riuscito a cogliere l’essenza della sua esperienza di discepolo. Come quando conosci e ami davvero una persona: basta poco, e capisci tutto.
Poi c’è Pietro, che appare più lento: entra nel sepolcro, guarda tutto con attenzione, vede esattamente le stesse cose viste anche dall’altro discepolo, ma rimane interdetto, non parla.
Per lui le connessioni non sono evidenti, eppure è il primo degli apostoli, dovrebbe forse “capire per primo”.
Questo mi consola parecchio: si può anche essere molto “dentro” la Chiesa, avere una storia forte, e comunque restare lì, davanti al mistero, un po’ spenti, un po’ incapaci di entrarci.
Infine, c’è Maria Maddalena e il tono cambia. Lei non parte dai segni, parte dal dolore.
Va al sepolcro quando è ancora buio, non solo fuori, è buio anche nel cuore di lei.
Non ha un programma preciso, non va per ungere il corpo – ci aveva già pensato Nicodemo – va solo per stare lì, anche se il Maestro non c’è più. Ma quando scopre che il corpo non c’è, crolla anche quell’ultima consolazione: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno messo”. Non pensa alla risurrezione, non le passa nemmeno per la testa. Pensa solo di aver perso definitivamente Gesù.
Ripensandoci, si tratta di un modo di reagire molto comprensibile. Quando perdi qualcuno, l’assenza è insopportabile. Quando sparisce anche il corpo del defunto è come se non restasse più niente. Siamo rimasti soli. La Maddalena piange. Non interpreta e non cerca spiegazioni. Piange. Quando le chiedono “Perché piangi?”, risponde in modo semplicissimo: perché hanno portato via il corpo del Signore.
Penso che la fede pasquale passi anche da queste esperienze. Non da ragionamenti più o meno brillanti, ma dall’esperienza di un dolore attraversato fino in fondo.
Gesù è lì, davanti alla Maddalena, ma lei non lo riconosce; guarda indietro, cerca nel passato, cerca tra quello che aveva prima. Ma il Risorto è davanti.
Quando la chiama per nome, lei riconosce la voce: è una relazione che si riaccende, non un’idea che si chiarisce. Vorrebbe trattenere Gesù, ma non è possibile: deve accettare che la relazione col Risorto non è più quella di prima. C’è un passaggio importante da fare: smettere di cercare un corpo da trattenere e cominciare a vivere una presenza reale che non si può afferrare, non si può trattenere, non si può possedere.
Subito dopo la Maddalena corre dagli altri: “Ho visto il Signore”.
Era partita per piangere un morto e si ritrova dentro qualcosa di vivo.
La fede non è un’idea e non può essere dimostrata, significa sentire che Cristo è vivo, anche quando non lo puoi vedere, né toccare.
Quando svaniscono le pretese di possedere o gestire un corpo fisico, quando si sperimenta la perdita di un corpo amato ormai scomparso, è possibile accorgersi della presenza del Risorto, lì davanti a noi.
Beati, dunque, quelli fra noi che non hanno visto, ma hanno creduto.
Buona Pasqua.
NB: in copertina, Anonima, Incontro con il Risorto.