Sulla condizione umana

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

8 febbraio 2026 – V Domenica del Tempo Ordinario
ls 58,7-10
Sal 111
1Cor 2,1-5
Mt 5,13-16

Nel Vangelo di questa domenica Gesù dichiara che la condizione essenziale dell’essere umano – essere sale e luce della terra – è un dono di Dio.

Nella Bibbia ebraica il nome di Dio è semplicemente “Io sono”, quindi l’umanità appartiene alla stirpe dell’“Io Sono”.
“Voi siete” – dice Gesù: senza alcun requisito di prestazione, senza distinguere tra la folla di curiosi che lo ascoltano. Siamo tutti  apparentati all’“Io sono” che è all’origine dell’universo; siamo dalla parte dell’essere, senza sforzo, intrinsecamente.
La nostra attenzione viene tuttavia distratta da ciò che ci circonda e ci tiene occupati; accade anche che, nonostante l’immensità del cosmo misterioso, si arrivi a pensare e ad agire come se tutto girasse attorno a noi, mentre magari siamo noi a girare in tondo.  Mt 5,13-16 ci offre il nostro fondamento teologico: possiamo dire “io sono” con calma e modestia, perché non è auto-generato, non viene da noi, è dono di Dio. Spesso perdiamo di vista questo aspetto perché ci sentiamo sopraffatti dal nulla che sembra prendere il sopravvento sul nostro essere e sul significato della nostra esistenza. Possiamo allora ricordare questo “tu sei”, “voi siete” di Gesù, che va inteso sia a livello personale, sia collettivamente. Io non sono solo, perché anche gli altri possono dire “io sono” e tutti insieme formiamo un corpo unico. Da questa prospettiva Gesù parla di noi, e quindi anche delle nostre facoltà, qualità, talenti, possibilità, indicando il modo giusto di usarli.
Siamo “sale della terra, luce del mondo”, è vero, non per nostro merito, ma per dono di Dio.
Cosa può impedire al sale di essere efficace? Le traduzioni parlano della possibilità che diventi insapore, insipido. È il caso del “troppo poco sale”: quando dimentichiamo la nostra condizione fondamentale, ne usiamo poco o nulla e i nostri atti diventano insipidi, senza sapore.
Se invece “ci mettiamo del sale” nella giusta misura, come facciamo di solito con i nostri piatti preferiti, non è il nostro agire ad essere particolarmente “sapido”, ma, come il sale si diluisce rivelando il particolare gusto di una pietanza, similmente noi possiamo aiutare gli altri ad “essere”.
Il sale conserva gli alimenti e uccide i germi. Troppo sale conserva bene, ma cambia le caratteristiche del cibo: il sapore del merluzzo è diverso da quello dello stoccafisso, e soprattutto va eliminato per renderlo commestibile.
Il sale nell’agire dei discepoli serve a mettere in risalto la bontà dell’altro, ad adoperarsi per mantenere vivo il meglio nell’altro e ad eliminare ciò che può scalfire la bellezza della vita. 

Gesù dice che noi siamo il sale della terra, quindi nasciamo con la capacità di rendere sempre più bella la vita degli altri.
Il sale non può perdere il suo sapore e probabilmente la traduzione “perde il suo sapore” è un po’ goffa. In realtà, letteralmente dice “se il sale diventa stolto”.
Come agisce il sale divenuto stolto? In qualche modo è rappresentato qui il malvagio di cui si parla nel Salmo 1, citato da Gesù poco prima nelle Beatitudini: “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori, che non siede in compagnia degli schernitori”. Il sale-saggezza nei discepoli mette in risalto ciò che c’è di buono negli altri ed elimina ciò che potrebbe rovinarli. Il sale impazzito cerca di mettere in risalto il lato cattivo dell’altro, per ridicolizzarlo, degradarlo, rovinargli la vita. La stessa capacità di discernimento può essere messa al servizio della vita o al servizio del nulla.
Se il sale impazzisce, non si può rimediare, può essere buttato via e calpestato. Credo che, contrariamente a quanto sembra, il vero significato di questa immagine drammatica (il sale impazzito da gettare via e calpestare) sia un’iperbole finalizzata a spingere verso il giusto agire, per fare emergere la minima goccia di bontà nel cuore di quella persona il cui sale è impazzito. 

Siamo anche la luce del mondo.
L’essere della luce è il primo passo della creazione, ci dice il Genesi. La buona notizia è che noi stessi abbiamo già la capacità di essere luce. Gesù non dice di cercarla per rifletterla (questo è tutto un altro discorso) e neanche ci chiede di essere sufficientemente istruiti in anticipo (anche questo è un tutto un altro discorso).  Gesù dice “Voi siete” già “la luce del mondo”. In altri termini noi siamo, consistiamo nel punto di vista che mette in risalto la bellezza della creazione. Questo aspetto personale della nostra luce è messo in chiaro nel racconto della Pentecoste (Atti 2,3), quando la fiamma dello Spirito di Dio si separa per essere donata da Dio – individualmente – ad ogni persona, rendendo ciascuno, secondo promessa, ciascuno re, profeta e sacerdote.

I doni possono essere attivati, potenziati o, al contrario, seppelliti. Continuerebbero ad essere, ma non illuminerebbero più.
Come il sale può impazzire, la luce può deliberatamente essere messa sotto un moggio. Il moggio era uno strumento per misurare la quantità di cereali; probabilmente è un’allusione all’abitudine umana di voler misurare tutto, luce compresa. Se vuoi misurare la luce, ti precludi la possibilità di continuare a vederla attorno a te.
Nessuno potrà vedere questo mondo come lo vedi tu, o come lo vedo io. Tuttavia, anche sotto il moggio, anche se incompresa, la lampada non si spegne; rimane nascosta anche a noi stessi, quando tendiamo a valutarci, giudicarci e confrontarci invece di liberare la luce che è in noi.
Cosa accresce la luce? Possiamo immaginare una persona come una casa su un monte: nella notte, anche da lontano, vediamo le luci accese dentro le case. Qui, il discorso da personale diventa d’insieme: “voi siete la luce del mondo”.
La luce viene posta “sul candelabro”: il riferimento spirituale dei padri è la menorah, il candelabro del tempio di Gerusalemme, simbolo della presenza del Signore nel cuore dell’umanità.

Quando il nostro sale non perde sapore e la nostra luce non si indebolisce, le nostre “opere buone” sono epifania della luce del Signore.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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