Beati i miti, perché erediteranno la terra
1° febbraio 2026 – IV Domenica del Tempo Ordinario
Sof 2,3; 3,12-13
Sal 145
1Cor 1,26-31
Mt 5,1-12a
Quando per esercitare il pensiero si tenta di formulare il contrario di una beatitudine, ci si accorge subito che non esiste una sola strada. Il contrario non è necessariamente il contrario morale, né quello sociologico, né quello logico. La beatitudine non è nemmeno un desiderio del tipo “sarebbe bello se…”, ma una parola che dichiara qualcosa al momento non evidente.
Potremmo disporre tre griglie di lettura e trovare magari un opposto semantico, o una forma di cinismo realista, oppure una forma di banalità mondana, che non sono identici, e tuttavia si rispecchiano.
Se ci esercitiamo a trovare un opposto semantico, semplicemente invertiamo i termini delle beatitudini: poveri vs ricchi; miti vs iracondi; misericordiosi vs spietati; costruttori di pace vs guerrafondai. È una logica lineare: se il Signore dice “beati i poveri in spirito”, il contrario è “infelici i ricchi in spirito”.
Questo tipo di rovesciamento ha un pregio: mantiene la forma evangelica, soltanto sostituendo il soggetto e l’esito. È l’operazione che Luca aveva intuito aggiungendo alle beatitudini i guai correlati, un modo per dire che il cielo non è senza polarità. In questo modo, il contrario semantico assume un valore rivelativo: mostra cosa accade quando si vive secondo il principio opposto a quello che Gesù propone. L’opposto semantico coinvolge categorie morali e sociali che non sono necessariamente “vizi”, ma forme di auto-sufficienza di vario genere: attaccamento alla ricchezza, volontà di dominio, aggressività, esercizio della libertà senza relazione. Il messaggio implicito è: dove non si percepisce un bisogno, non si può ricevere nulla per colmarlo.
Può succedere che, nel tentativo di pensare la forma contraria, si neghi invece l’efficacia stessa della beatitudine nel mondo. Qui si rischia di dire non “beati i ricchi”, bensì “i poveri sono infelici perché la povertà è infelicità”. È un rovesciamento pragmatico: guarda la condizione umana nella sua inerzia. Afflitti? Non troveranno consolazione. Miti? Verranno schiacciati. Affamati di giustizia? Peggio per loro: la loro fame aumenterà. Il realismo cinico non offre soluzioni, ma constata lo scacco dell’umanità. Questa posizione sembra molto vicina alla filosofia antica: il mondo è quello che è, e non cambia perché qualcuno spera che cambi. Purtroppo mostra una parte del mondo su cui Gesù parla. La beatitudine non appare credibile se non opponendosi a questo realismo crudo. D’altronde, se il mondo fosse perfettamente giusto, non servirebbero le beatitudini, mentre le beatitudini nascono dal fatto che il mondo non è (perlomeno non è ancora) perfettamente giusto.
Il terzo esercizio del pensiero ci fa lavorare forse sul registro “più basso”, quello delle convinzioni correnti, la sintassi del “beato chi ce la fa”: felice è chi possiede, chi domina, chi gode, chi vince. Questo elenco non è neanche cinico, è semplicemente ovvio, rispecchia la morale spontanea del branco, del mercato, delle carriere, della cronaca. La felicità è intesa come proprietà, protezione, successo, immunità. Questo elenco è banale e nemmeno ha la pretesa di essere profondo. Proprio per questo somiglia al vero avversario delle beatitudini, che, secondo me, non è il vizio, ma la normalizzazione del mondo così com’è.
La questione centrale sta nel fatto che le beatitudini non parlano del mondo così com’è, le beatitudini non corrispondono ad alcuno dei tre esercizi del pensiero che abbiamo esercitato attraverso la logica mondana del rovesciamento (leggi: “girare la frittata”). Le Beatitudini parlano da un regime di futuro, che irrompe nel presente: operano nello spazio di un lampo rivelatore di ciò che non è ancora o non è sempre visibile a tutti.
In altri termini, le beatitudini sono apocalittiche senza essere catastrofiche, perché in un lampo di grazia rivelano un mondo già rovesciato in regno dei cieli, prima che il mondo sia in grado di ammetterlo.
L’unico vero “contrario” è dunque questo: senza conversione continua (e quindi senza speranza) il mondo non cambia.
Prima di iniziare il suo discorso sulle beatitudini, Gesù sale in montagna perché vede troppa folla; si pone quindi in una prospettiva “dall’alto”, più ampia e, contemporaneamente i discepoli gli si avvicinano, quindi salgono con lui, lo seguono verso l’alto. Non è una nota marginale. La topografia evangelica non è mai decorativa: la folla rimane sotto, i discepoli si avvicinano e Gesù sale. È un triplice movimento. Il discorso è rivolto a tutti, ma chi non guarda da una prospettiva più ampia non produce frutto. Chi non può muoversi e salire in montagna? Forse, chi cerca un’alternativa morale “comoda”, senza metterci il cuore, chi si limita a constatare la propria impotenza o chi si sente del tutto autosufficiente.
Le beatitudini non si limitano a rovesciare: posizionano. Non dicono: “Voi siete poveri ma un giorno starete meglio”, bensì: il mondo come lo vedete (come lo vediamo) non è l’ultimo. Il contrario della beatitudine non è tanto il peccato, quanto la chiusura ad un possibile migliore.
La beatitudine comincia quando ti accorgi che il mondo, così com’è, non è l’ultima parola.
E allora sali.
E allora ascolti.
E allora il “felice” ricomincia a significare “aperto verso un Altro”.
NB: in copertina, Anonimo, Insegnamenti