La terraferma

Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui

18 gennaio 2026 – II Domenica del Tempo Ordinario
Is 49,3.5-6
Sal 39
1Cor 1,1-3
Gv 1,29-34

Ragionando per associazioni, sarebbe possibile mettere in relazione lo Spirito visto dal Battista in forma di colomba con la colomba dei tempi del diluvio. Dopo il diluvio, le piogge cessano e Noè libera la colomba una prima volta per verificare se le acque si sono ritirate. La colomba va e ritorna: Noè capisce che la drammatica inondazione non è ancora finita, la terraferma non c’è. La colomba viene liberata una seconda volta e anche questa volta ritorna, ma con un ramo d’ulivo nel becco, in segno che la terraferma è emersa dalle acque. Noè libera la colomba una terza volta, e questa non torna: è ritornata a vivere e volare.

Il Battista potrebbe aver avuto la visione dello Spirito, in forma di colomba, scendere e rimanere sul capo di Gesù sullo sfondo culturale, religioso e spirituale dell’antico racconto del diluvio. 

Nella Bibbia la colomba è un animale sacrificale, come l’agnello, ma è l’offerta dei poveri, di quelli che non possono permettersi di acquistare un agnello, come i genitori di Gesù, per esempio, quando fanno l’offerta rituale al tempio. Dire che lo Spirito in forma di colomba si è fermato sopra l’Agnello di Dio che è uscito dall’acqua del battesimo, equivale a dire che tutta l’umanità è ormai sulla terraferma, tutta l’umanità è purificata, dopo il battesimo di Cristo e in Cristo. Il Figlio di Dio è “senza peccato”, non ha bisogno di alcuna conversione, perché non è implicato in nessun modo con le forme mondane del male. Sembra dunque che lo Spirito sia sceso per fermarsi e rimanere sul Cristo, uomo-Dio senza peccato.

Quando Noè aveva visto la colomba ritornare col ramoscello d’ulivo, aveva ricominciato a sperare di tornare a vivere: la terraferma da qualche parte c’era. Gesù, prima di scomparire agli occhi dei suoi discepoli, lascerà segni attraverso i quali gli apostoli si renderanno conto che un mondo nuovo sarà possibile. Noi possiamo credere di non essere per sempre condannati a galleggiare e a fluttuare pericolosamente in acque incerte. Si tratta di segni e parole da afferrare, da capire, così come Noè colse il ramo d’ulivo.
Noè avrebbe potuto non osservare neanche il rametto d’ulivo, avrebbe potuto non liberare la colomba, non avere fiducia, non credere, non sperare nell’emersione della terraferma e le acque sarebbero scese lo stesso, l’arca si sarebbe chissà quando adagiata sulla terra e Noè magari sarebbe morto prima.
La Scrittura non pone all’uomo l’interrogativo sull’esistenza di Dio e dell’universo, ma parla ad un popolo che ha nel DNA la certezza dell’esistenza di un dio creatore. La questione posta con la storia del diluvio è se la terra sia ancora abitabile per l’uomo, mentre la questione posta sul Giordano durante il battesimo di Gesù è se lo Spirito di Dio possa ancora abitare l’uomo. E non è la stessa ricerca, sebbene il tema sia quello dell’abitare: gli uomini sulla terra e lo Spirito nell’uomo.
Mentre il diluvio mette in discussione l’uomo, il battesimo dà una risposta affermativa alla domanda se ci sia ancora un uomo capace di entrare in relazione con Dio. C’è: è Gesù di Nazaret, il Cristo. Per questa ragione, nella persona di Cristo ogni persona può cercare e trovare la propria terraferma.

Il Nazareno fu giustiziato da innocente, perché gli esseri umani, come sappiamo e vediamo tutti i giorni, nella loro libertà possono scegliere di agire ingiustamente. I discepoli avrebbero potuto anche pensare per sempre che Gesù fosse veramente morto, non credere nella resurrezione, ma, come Noè, quando vide tornare la colomba col ramoscello d’ulivo e volare via nuovamente, credettero di aver trovato la loro terraferma. La speranza sovvertì la tristezza e questa sovversione fu chiamata risurrezione.
La testimonianza di Giovanni, profeta che vede bene e parla bene, racconta la storia della speranza che rinasce, racconta l’intero vangelo dall’inizio alla fine, è una storia prodigiosa, concentrata in poche righe.
E questo, Spirito che un giorno il Battista vide discendere e rimanere su Gesù, dov’è? È dato per morto? È definitivamente scomparso, ripartito? Dopo la Pentecoste della discesa dello spirito sugli apostoli, c’è ancora respiro in noi? Crediamo ancora per vedere e interpretare segni e parole e compiere atti che ridonino la speranza? Abbiamo trovato la nostra terraferma in Cristo e nel vangelo?

A volte dubito, dubito per me stesso, per la mia Chiesa, per la Chiesa in generale. Potrei essere tentato di sentirmi come su un’arca, aspettando che le acque scendano, mentre il tempo passa nell’assenza di segni che riempiano l’orizzonte.
Poi mi dico che forse dovrei, o dovremmo, solo accorgerci della presenza dello Spirito attraverso i suoi segni, come se ne accorse il Battista durante il battesimo di Gesù. Forse non abbiamo colto del tutto, ma neanche totalmente perso lo Spirito ricevuto. Siamo ancora in grado di vedere la terraferma e anche capaci di indicarla ai nostri compagni di viaggio, ma più spesso dovremmo osare uscire dall’arca.

La terraferma esiste. Apriamo gli occhi come Noè all’orizzonte, o, meglio, come il Battista sul Cristo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Salvatore tra le acque tempestose

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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